Lo sfogo dei praticanti avvocati: «Sfruttati e senza futuro, il ministro Bonafede ci ha scaricati con un post Facebook»

Sono 25mila gli aspiranti avvocati che, causa Covid, non possono sostenere le prove scritte di abilitazione alla professione. E l’hanno scoperto su Facebook. La giungla degli studi legali, tra lavoro poco retribuito e mancanza di tutele

Spesso lavorano gratis, nella migliore delle ipotesi ricevono rimborsi spese di lieve entità, non godono di tutele e devono superare un esame complicato, che si svolge una volta all’anno. Sono i praticanti avvocati. Superare quell’esame di idoneità professionale, dunque, è un terno al lotto, non c’è una valutazione «oggettiva, meritocratica e trasparente». Un business per i dominus, per gli avvocati anziani, che hanno a disposizione manovalanza a basso costo o, peggio, a costo zero. Tutto, quasi, nella legalità con un regio decreto del 1934.


E, intanto, i praticanti avvocati – che spesso lavorano a tempo pieno con un futuro quasi sempre incerto – devono chiedere un aiuto economico ai propri genitori. In questa fase storica, non rientrano nel decreto Ristori, non ricevono aiuti dallo Stato e, anzi, sembra che il loro accesso alle professioni ai tempi del Coronavirus sia ulteriormente ritardato, al punto che alcuni di loro sono costretti a scappare in Spagna diventando abogados. E, in questo caso, serve qualche migliaio di euro in tasca.

Esame rinviato a data da destinarsi

L’esame di abilitazione professionale, che si sarebbe dovuto tenere il 15, 16 e 17 dicembre, non si è svolto a causa del Covid. «Rimandato forse alla primavera 2021. Ma la cosa più incredibile è che lo abbiamo appreso da un post pubblicato su Facebook dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che finora non ci ha mai ascoltati. Insomma, nessuna comunicazione ufficiale».

A parlare a Open è uno dei 25mila praticanti avvocati italiani, Nello Mancuso, 28 anni, che è alla sua terza volta. «I primi due esami non li ha superati. Ho fatto accesso agli atti e vi garantisco che non c’è un errore. Nemmeno uno. Non so cosa ho sbagliato e non lo saprò mai visto che non vige l’obbligo di motivare il voto né, dunque, di correggere i nostri compiti. Mi sento umiliato», spiega Mancuso che è anche segretario nazionale di AIPAVV (Associazione italiana praticanti avvocati).

Il percorso tortuoso per diventare avvocati in Italia

Chi aspira a diventare avvocato deve prima laurearsi in Giurisprudenza – una laurea che si consegue in almeno 5 anni – per poi iniziare il praticantato per 18 mesi. Trascorso questo termine è possibile partecipare agli esami di abilitazione professionale che si tengono una volta all’anno e che consistono in tre prove scritte e una orale. In quella scritta i candidati devono redigere un parere di diritto civile, uno di penale e infine un atto giudiziario a scelta tra civile, amministrativo e penale.

«Peccato che di atti e pareri all’università nemmeno l’ombra. Tanta teoria e poca pratica. L’ultima volta che ho scritto qualcosa andavo al liceo, poi basta» racconta a Open Gianmaria Vasquez, anche lui praticante avvocato di 28 anni. Solo dopo sei mesi dagli esami scritti, i praticanti avvocati vengono a conoscenza del risultato così da prepararsi e poi cimentarsi nell’orale, solitamente da settembre in poi.

«Chiediamo gli orali abilitanti»

Ma cosa chiedono adesso gli aspiranti avvocati di tutta Italia? Che l’esame di abilitazione si faccia lo stesso. Non vogliono attendere ancora anche perché «in tanti altri casi la modalità di svolgimento d’esami è stata modificata. Perché, ad esempio, ai commercialisti sì e a noi no?», si chiede Gianmaria. «Si facciano gli esami orali abilitanti anche di persona ma non rimandateci ancora», aggiunge Nello. Il Consiglio nazionale forense, pur riconoscendo «un significativo pregiudizio» per i candidati all’esame, dovuto al rinvio delle prove, non parla mai di prove orali. L’Organismo congressuale forense, addirittura, aveva chiesto al governo di «non stravolgere» le prove «con improvvide e improvvisate iniziative normative». Della serie: o scritto o niente.

Ma, al momento, farlo in presenza è cosa impossibile a causa dell’ultimo Dpcm che sospende lo svolgimento delle «prove scritte e preselettive» degli esami di abilitazione professionale almeno fino al 3 dicembre. A chiedere la sospensione degli scritti, senza mezzi termini, è anche il professore Bruno Cacopardo, primario di Malattie infettive all’ospedale Garibaldi di Catania, secondo cui avremmo rischiato «un’ecatombe epidemiologica». Per il sistema sanitario – aggiunge – «sarebbe stato un “regalino” velenoso e sgradito».

I compensi da fame dei praticanti avvocati

«Ci stiamo demoralizzando, il Consiglio nazionale forense fa ostruzionismo. La concorrenza forse fa paura?» tuona Nello. «Sembra quasi che vogliano rallentare l’accesso alla professione», aggiunge Gianmaria. Una guerra tra “poveri”, in fondo, visto che i praticanti avvocati, quando tutto va bene, riescono a incassare un piccolo rimborso spese, da 150 a 400 euro al mese. Devono fare esperienza (o volontariato?), si sentono dire. I più fortunati – ci raccontano – seguono le udienze, con il proprio dominus, tutti gli altri vengono relegati ad «attività di cancelleria in giro per i tribunali».

Ne consegue che i soldi per l’acquisto dei codici commentati (necessari per sostenere l’esame), che possono arrivare fino a 450 euro, o dell’iscrizione all’esame, all’incirca 80 euro, devono essere sempre sostenuti dai genitori. Umiliante per ragazzi tra i 25 e i 35 anni che lavorano tutto il giorno senza alcun riconoscimento economico dignitoso.

Ma cosa dice il codice deontologico forense a proposito del trattamento economico dei praticanti? «L’avvocato deve fornire al praticante un idoneo ambiente di lavoro e, fermo l’obbligo del rimborso delle spese, riconoscergli, dopo il primo semestre di pratica, un compenso adeguato». E cosa rischia l’avvocato nel caso in cui non dovesse rispettare l’articolo 40 del codice? Pressoché nulla: un avvertimento, ovvero una semplice sanzione disciplinare che «consiste nell’informare l’incolpato che la sua condotta non è stata conforme alle norme deontologiche e di legge con invito ad astenersi dal compiere altre infrazioni». Quale praticante avrà mai il coraggio di denunciare il proprio dominus se il massimo che rischia è un rimprovero?

«Non siamo l’ultima ruota del carro»

Tantissimi i praticanti avvocati che ci hanno scritto in questi giorni. «Un calvario», secondo Giulia Rinaldi. «Così si ritarda l’accesso al mondo del lavoro», aggiunge Margherita Pagnotta che giudica «offensivo» il post del ministro Bonafede con il quale Alessia Cerocchi avrebbe voluto avere un confronto. «Non siamo l’ultima ruota del carro», scrive a Open Stefano Collazzo, mentre Martina Palamidese fa un’amara considerazione: «La verità è che del nostro futuro non interessa a nessuno». E forse non è un caso che da anni gli immatricolati in Giurisprudenza e Scienze giuridiche continuino a diminuire. Essere avvocati in Italia, forse, non conviene più.

Foto in copertina di repertorio: ANSA/MATTEO CORNER | Praticanti avvocati in presidio in piazza della Scala a Milano, 27 Giugno 2020

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