Usa 2020, la battaglia di Trump sul voto spacca il partito repubblicano: così i big hanno preso le distanze

Dall’ex governatore del New Jersey Christie al senatore Romney: all’interno del Gop sono diverse le figure di spicco che non hanno gradito le uscite del presidente sulla legittimità dei risultati

Donald Trump è infastidito, e non soltanto per il risultato delle elezioni. A far innervosire il presidente statunitense, secondo le indiscrezioni della Cnn, è l’atteggiamento di una parte del “grand old party” dei repubblicani. Non tutti infatti hanno deciso di seguire il tycoon nella sua crociata sul voto. Le parole pronunciate da Trump nella sala stampa della Casa Bianca – «ci stanno rubando le elezioni», «se si contano i voti legali vinco facilmente!» -, sbugiardate in diretta dai media americani, hanno posto i membri del suo partito davanti a un dilemma: la difesa del presidente o quella del sistema.


Nel dubbio, non tutti hanno scelto una linea netta. L’influente leader dei repubblicani al Senato, Mitch McConnell – lui sì fresco di rielezione -, ha scelto la via del “mi schiero ma non mi schiero”, mischiando frasi in difesa del sistema democratico, con tanto di rimandi alla terzietà dell’autorità giudiziaria e alla sacralità della volontà del popolo, con distinzioni in apparenza scontate ma in pratica fuorvianti tra voti «legali» e «illegali». Le stesse distinzioni che ama fare Trump, senza però identificare chiaramente o mostrare agli americani quali sarebbero esattamente questi voti illegali di cui parla.

Intende dire tutti i voti per posta? Impossibile, visto che anche lui ha votato per posta, come hanno scelto di fare molti americani che, in epoca di Covid, hanno preferito non ammassarsi fuori dai seggi il giorno delle elezioni. Chiaramente il presidente fa riferimento ai voti in alcuni Stati chiave dove ha perso il vantaggio acquisito nelle prime ore dello spoglio, come in Pennsylvania – «Philadelphia ha una tradizione di corruzione», ha retwittato – e la Georgia – «Dove sono i voti dei militari?». Ma dove sono le prove?

I repubblicani che dicono «basta»

Per alcuni membri del partito repubblicano, come il senatore della Carolina del Sud Lindsey Graham, o il leader dei repubblicani alla Camera dei Rappresentanti Kevin McCarthy, non servono; o comunque – nell’ipotesi remota per cui soltanto una cerchia ristretta di persone ne sia a conoscenza – non serve condividerle con il popolo americano. Per altri invece, non è così.

Tra questi spuntano anche figure di spicco, come il senatore repubblicano ed ex candidato alla presidenza Mitt Romney, il quale ha detto chiaramente che il presidente ha diritto di chiedere il riconteggio e di invocare un’inchiesta per le presunte irregolarità «dove esistono delle prove». Altrimenti, aggiunge Romney, «non fa altro che danneggiare la causa della libertà qui e nel resto del mondo, indebolendo le istituzioni che sono alla base della Repubblica». È d’accordo con lui anche l’ex governatore del New Jersey Chris Christie, figura autorevole all’interno del partito e – fino a poco tempo fa – vicino al presidente Trump.

«Se dici cose del genere nella Casa Bianca – ed è suo diritto farlo – devi mostrare le prove. Non abbiamo sentito nulla di tutto questo», ha dichiarato Christie alla Cnn. «Questo genere di affermazioni non fanno altro che infiammare, senza informare». A lui si aggiungono anche figure minori, come l’ex deputato repubblicano Carlos Curbelo, che su Twitter ha invitato i suoi compagni di partito a «difendere la democrazia», e il membro del Congresso dell’Illinois Adam Kinzinger secondo cui le «menzogne» del presidente stanno «diventando folli» e su Twitter ha implorato il suo partito a porre fine «alla diffusione di bufale già smascherate»

Dopotutto non si tratta della prima volta che Trump divide il partito. Sono innumerevoli gli esempi, a partire dalla sua candidatura quattro anni fa, indigesta soprattutto all’ala cattolica e a chi temeva che la sua scarsa sensibilità ai temi dell’inclusione sociale delle minoranze avrebbe alienato il voto dei latinos. Più recentemente, diversi repubblicani si sono indignati quando il “loro” candidato ha battezzato una candidata simpatizzante dei QAnon, la neo-deputata Marjorie Green, «una futura stella del partito repubblicano». Non è la prima volta, dunque, ma potrebbe essere l’ultima.

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