Accordo di pace per il Nagorno Karabakh: Armenia e Azerbaijan firmano il cessate il fuoco sotto la regia russa

Il primo ministro armeno ha dichiarato nella notte di aver accettato un accordo «doloroso»

Dopo sei settimane di guerra nel Nagorno-Karabakh, l’Armenia l’Azerbaijan e la Russia hanno firmato un accordo di pace. Nella notte italiana il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha dichiarato di aver firmato un’intesa «incredibilmente dolorosa» per mettere fine ai combattimenti che hanno causato oltre mille morti. Pashinyan l’ha anche definita «la migliore soluzione possibile allo stato attuale delle cose». L’accordo prevede che l’Armenia, in cambio della ritirata da Stepanakert, restituisca alcuni territori del Nagorno-Karabakh.


Lunedì 9 novembre l’Azerbaigian aveva fatto sapere di aver preso dozzine di insediamenti nella regione. L’accordo è arrivato poche ore dopo, quando i funzionari armeni presenti nel Nagorno-Karabakh avevano confermato che Shusha, luogo chiave degli scontri e seconda città più grande del Nagorno-Karabakh, era stata presa dalle forze azere.

Pashinyan ha fatto sapere anche che l’intesa è stata la conseguenza di «un’analisi approfondita della situazione»: le forze azere si stavano avvicinando a passo deciso anche a Stepanakert, la città principale della regione contesa.

Diversa la reazione in Azerbaigian. Il presidente Ilham Aliyev ha dichiarato su Twitter che l’intesa ha un «significato storico» per il suo paese e rappresenta «la sua gloriosa vittoria». Anche Vladimir Putin ha confermato l’avvenuto accordo, in virtù del quale la Russia ha cominciato a dispiegare, dalle 6 di questa mattina, il suo contingente di peacekeeping nel Nagorno-Karabakh, che comprende anche forze militari turche e che rimarrà sul territorio per 5 anni. Nello stesso momento, le forze armene hanno iniziato la ritirata.

Alla notizia dell’accordo, centinaia di persone sono scese in strada a Baku per festeggiare, mentre in Armenia i manifestanti hanno fatto irruzione all’interno del parlamento, occupando i seggi dei parlamentari e gridando «dimissioni» e «fuori!». Ora la parte difficile sarà proprio organizzare la convivenza civile: il giornalista di Al Jazeera Osama Bin Javaid ha raccontato che «quello che si è sentito dire dai leader azeri è che vogliono vivere fianco a fianco alle persone di quelle aree».

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