Vandalo o artista? Le polemiche dopo la denuncia di Geco, «il writer più ricercato d’Europa»

L’identificazione dell’artista ha suscitato forti polemiche a Roma, anche per l’annuncio in pompa magna fatto dalla sindaca Raggi. Ma alla base c’è uno scontro tra idee contrastanti di decoro e bellezza, libertà di espressione e legalità

Hanno catturato Geco. La notizia dell’identificazione e della denuncia dello streetwriter «più ricercato d’Europa» per i toni sembra essere uscita da un film western. In realtà il bandito in questione è un ragazzo di 28 anni cresciuto nel quartiere di San Lorenzo a Roma, accusato di aver imbrattato le mura di diverse città con il suo nome, una tecnica che in gergo si chiama bombing.


Graffiti, adesivi, tag eseguiti nel minor tempo possibile in luoghi pubblici, come prova di velocità e maestria, ma anche per lasciare il proprio “segno” dove il mondo non lo può ignorare. Le querele che ha raccolto negli anni – da Roma fino a Lisbona, dove il writer avrebbe vissuto – sono una prova del fatto che Geco non è passato inosservato (adesso potrebbe dover rispondere di danni milionari).

Così come lo sono anche le polemiche seguite alla sua identificazione. Per alcuni – come il sindaco di Roma, Virginia Raggi – è un vandalo che non ha rispetto per la legge e per il decoro urbano, per altri un eroe la cui unica colpa è quella di aver cercato di mettere qualcosa di personale, di umano, su edifici e pezzi di città che di umano hanno poco. Un artista che esprime liberamente la sua soggettività.

Non sono passate inosservate le parole della sindaca Raggi che su Facebook rivendicava con orgoglio il bottino sottratto al pericoloso Geco – «centinaia di bombolette spray, migliaia di adesivi, funi, estintori, corde, lucchetti, sei telefoni cellulari, computer, pennelli, rulli e secchi di vernice» – e per oggi è previsto un mailbombing ai suoi danni, con foto di autobus in fiamme, di cassonetti dell’immondizia strapieni, insomma, con quelli che i difensori di Geco ritengono essere i veri problemi di Roma.

Non che tutta la politica sia concorde nell’esaltare la “cattura” del writer. Secondo Matteo Orfini del Partito Democratico, Geco sarebbe stato trattato «come un mafioso». Nel frattempo sui social con l’hashtag #freegeco c’è chi rinfaccia a Raggi l’ipocrisia dei suoi “like” a Banksy, un altro street artist che di certo non chiede sempre il permesso prima di creare, chi invece chiede che venga lasciato in libertà e chi semplicemente lo ringrazia per aver reso Roma, più «casa».

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