I numeri in chiaro. La fisica Paolotti: «Si fanno meno tamponi. Preoccupa il dato sugli operatori sanitari morti»

di Cristin Cappelletti

Per la ricercatrice, la Germania fa bene a imporre un lockdown generalizzato: «Fondamentale diminuire il numero di casi prima di riaprire le scuole, in modo che quando torneranno a salire si avrà la situazione più sotto controllo»

La situazione epidemiologica in Italia sta migliorando, ma molto lentamente, secondo l’Iss, che oggi in conferenza stampa ha analizzato i dati di oggi e quelli delle ultime settimane. A calare è il rapporto tra i test effettuati e i casi positivi, ma «è innegabile che questo miglioramento non sia rapido come nel periodo post lockdown di marzo», spiega a Open la fisica Daniela Paolotti, ricercatrice alla Fondazione Isi di Torino.


Siamo di fronte a un miglioramento fittizio?


«Sicuramente le misure messe in atto in primavera erano state molto più drastiche. Quello che notiamo invece in queste settimane è una diminuzione abbastanza evidente nel numero dei tamponi. È vero che il tasso di positività sta scendendo, ma se diminuiamo entrambi i fattori di una frazione, il tasso di positività scende per forza. Quello che rimane costante e alto è il numero dei decessi giornalieri, anche tra gli operatori sanitari. Questo è un dato molto preoccupante che dobbiamo continuare a tenere in considerazione. Non possiamo dire che le cose stiano andando meglio, se ci dimentichiamo dei morti tra le persone che sono in prima linea nella lotta al Covid».

Con il nuovo dpcm si sono mantenute molte restrizioni, ma si è concesso qualche allentamento. C’è il rischio di un’impennata dopo Natale?

«Le raccomandazioni sul limitare al massimo la socialità tra persone durante le feste natalizie sono la regola più importante. Dall’altra parte un rilassamento rispetto alla riapertura dei negozi comporta una situazione di pericolo e si deve sperare che le persone gestiscano questi momenti con responsabilità. Quello che preoccupa a gennaio è la grande frazione di studenti che tornerà a scuola in presenza. Se in qualche modo la socialità natalizia potrebbe essere compensata dalla chiusura di uffici e scuole, a gennaio questo mix di elementi compensatori non ci sarà. Potremmo invece assistere a quello che è successo tra settembre e ottobre quando c’è stato un rapido aumento dei nuovi casi giornalieri».

Parlando di scuola, cosa va fatto quindi ora per riaprire in sicurezza a gennaio?

«In realtà quello che doveva essere fatto già da tempo era condividere informazioni. Ne abbiamo di frammentate e parziali che non ci permettono di stabilire cosa stia succedendo veramente nelle scuole in termini di contagi. Sin dall’inizio dell’epidemia non c’è stato un controllo trasparente della trasmissione del virus negli istituti. Poter aver accesso ai dati è l’unico modo che permetterebbe di fare un piano sensato di organizzazione del contesto sociale intorno alle scuole. Si possono, una volta raccolti i dati, mettere in atto una serie di misure di intervento informate da studi scientifici. Ma così diventa difficile fare dei piani sensati. Da fuori sembra tutto fatto senza un’evidenza scientifica chiara».

In Germania, la cancelliera Angela Merkel sembra pronta a un lockdown totale di una o due settimane. Scelta giusta?

«In altri Paesi è una strada che ha avuto molto successo. Sono misure forti che vengono applicate per poco tempo in modo da tenere basso il numero di casi e impedire che il sistema sanitario venga messo sotto pressione. Quando i numeri crescono non è più possibile effettuare il contact tracing ed è per questo, forse, che nonostante i casi tra i più bassi d’Europa la Germania sta facendo questa scelta. Quando i casi sono pochi ma si guarda al futuro, e la curva ci dice che potrebbero risalire, come con la riapertura delle scuole, allora è sensato attivare un lockdown.

Così, prima di procedere con le riaperture si abbassano i casi, e quando torneranno a salire si avrà la situazione più sotto controllo. È quello che ha fatto la Nuova Zelanda dopo il primo lockdown. Quando hanno visto che i casi cominciavano a risalire hanno fatto un lockdown nazionale di due settimane e hanno azzerato i casi. È una mossa che sembra controintuitiva se ci troviamo di fronte a un basso numero di casi giornalieri, ma questa è la grande sfida di questa malattia. Ci impone di prendere delle misure che ai cittadini e alla politica non sembrano ancora necessarie. Ma è proprio in quel momento che va spento il primo barlume di fuoco prima che divampi l’incendio».

Oggi c’è stata la prima vaccinazione contro il Coronavirus nel Regno Unito. Londra ha accelerato molto le tempistiche, ma quali incognite ci sono in Italia per una vaccinazione di massa?

«Sicuramente i vaccini sono stati sviluppati in tempi record con trial clinici che hanno visto numeri mai registrati prima in termini di partecipanti. Quello che rimane da fare in Europa è aspettare l’approvazione dalle agenzie predisposte a farlo che, rispetto ai tempi inglesi, hanno tempistiche un po’ più lunghe. Siamo di fronte a una tecnologia nuova per la quale la produzione su larga scala viene messa in atto per la prima volta e non è da escludere che potremmo incorrere in complicazioni logistiche.

Come sappiamo, dovremo prima vaccinare gli operatori sanitari e poi le categorie più a rischio. E per raggiungere una fetta adeguata della popolazione non ci saranno tempistiche immediate. C’è anche da tenere in conto che ci si potrebbe scontrare con la resistenza alla vaccinazione. Su questo c’è un grande punto interrogativo: non tutti accetteranno di vaccinarsi, provocando un rallentamento per la quota da raggiungere con cui possiamo dire di essere in una situazione di tranquillità. Credo però che le persone sane e adulte non saranno vaccinate prima dell’estate».

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