Il mistero del Blocca Trivelle scomparso dal Milleproroghe. Gli ambientalisti chiamano in causa il Governo

di Riccardo Liberatore

Dal Milleproroghe sarebbe scomparsa la proroga alla moratoria sulle autorizzazioni alla ricerca di idrocarburi, la cosiddetta “blocca trivelle”, una battaglia storicamente cara al Movimento 5 Stelle che aveva già creato non poche tensioni all’interno del primo Governo Conte

Il Movimento 5 Stelle è ancora intenzionato a bloccare le trivelle? La domanda è lecita alla luce dell’indiscrezione, riportata per primo da Il Sole 24 Ore, che nel Milleproroghe di fine anno sia saltata per l’appunto la proroga alla moratoria sulle autorizzazioni alla ricerca di idrocarburi, la cosiddetta Blocca Trivelle, facendo insorgere gli ambientalisti. Una decisione che appare in netta contraddizione con l’intenzione del governo Conte II di investire oltre un terzo delle risorse del Next Generation Eu (Recovery Fund) per la conversione energetica a favore delle fonti rinnovabili.


Proprio come Tav e Tap, il Blocca Trivelle è una battaglia di bandiera per i 5stelle, che già nel primo governo Conte I aveva portato a uno scontro con la Lega, allora alleata, rischiando di far saltare il decreto Semplificazioni. Alla fine era stato trovato un compromesso che prevedeva uno stop di 18 mesi delle ricerche di idrocarburi in mare e un aumento dei canoni di concessione. Il M5S e il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, che si definisce orgogliosamente No Triv, avevano respinto le accuse di aver concesso nuove autorizzazioni in quanto si erano limitati a prorogare le coltivazioni in essere.


Una questione politicamente rilevante per il M5S, tanto che anche Giuseppe Conte aveva preso posizione in merito. «Nell’attesa dell’adozione del Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (PiTESAI) – aveva dichiarato il premier -, si è convenuto di sospendere i procedimenti amministrativi relativi al conferimento di nuovi permessi di prospezione, di ricerca o di concessioni di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi, di prospezione e di ricerca in essere, mentre non vengono sospese le istanze di proroga delle concessioni di coltivazione in essere».

Il piano che non c’è

A distanza di quasi due anni da allora, non c’è traccia del piano PiTESAI che dovrebbe definire le “aree idonee” alle attività estrattive in una direzione «coerente con l’obiettivo della riduzione drastica – con il fine ultimo della cancellazione – dell’estensione delle aree del nostro Paese dove sono consentite prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi», come auspicavano le associazioni ambientaliste, tra cui Legambiente.

«I responsabili del ritorno alle trivellazioni sono i Ministri Costa e Patuanelli che non hanno adempiuto a quanto previsto dall’art.11 ter del DL 135/2019, facendo scadere i termini della moratoria e non avendo approvato il Piano previsto dalla legge da loro stessi approvata», accusano i Verdi con in testa Angelo Bonelli. In effetti, i tempi tecnici per l’approvazione del piano a questo punto non sembrano esserci. Ma questo non esclude che la moratoria non possa essere prorogata in extremis, prima del febbraio 2021, guadagnando altro tempo.

La sua esclusione dal Milleproroghe al momento rimane un mistero. Il Sole 24 Ore ha scritto che la proroga è stata esclusa «ufficialmente per estraneità di materia». «Non credo che ci sia un tentativo di mascherare il fatto che non abbiano ancora redatto il PiTESAI – ci dice Andrea Minutolo di Legambiente – perché avrebbero potuto riproporre lo stesso strumento normativo che hanno usato l’anno scorso per la proroga».

Nel frattempo il ministero dell’Ambiente si smarca. Rispondendo alle domande di Open chiarisce innanzitutto che si tratta di una materia prevalentemente del Mise, perché afferisce allo sviluppo industriale, e ribadisce l’impegno del ministro Costa in materia. Purtroppo il perché dello scarto – che non è stato né smentito né confermato – per il momento non è dato a sapere: il Mise non ha risposto alla richiesta di informazioni da parte di Open.

L’Europa ci guarda

Cosa potrebbe accadere? «Se non c’è un’ulteriore moratoria in attesa del PiTESAI, da febbraio le società petrolifere potranno presentare nuovamente le richieste per nuovi permessi di ricerca e prospezione. Potrebbe riprendere quello che è stato sospeso negli ultimi due anni – continua Minutolo -. Se invece ci sarà un ulteriore rinvio, continuerà per altri 12 mesi la moratoria in attesa del famoso piano». Dal punto di vista degli ambientalisti si tratterebbe di un errore strategico.

Innanzitutto perché, come spiega Minutolo, le risorse certe presenti nei fondali italiani rispetto ai consumi rappresentano una cifra par a circa il 9%-10% del fabbisogno di un anno. Il che vuol dire che – al netto dei vari rischi a cui si va incontro, come lo sversamento di idrocarburi in mare – la totalità dei giacimenti durerebbe più o meno 7 o 8 settimane, dopodiché l’Italia tornerebbe ad essere totalmente dipendente dall’estero.

Ma c’è anche un altro motivo, che riguarda appunto gli obiettivi di decarbonificazione dell’economia che si è posto il Governo, anche alla luce delle scadenze che impone il cambiamento climatico e, in materia di contrasto ad esso, l’Unione europea. Respingere in Consiglio dei ministri il progressivo abbandono delle trivellazioni di gas e di petrolio, fanno notare Legambiente, Wwf e Greenpeace in un comunicato, «vorrebbe dire contraddire le scelte green del Governo concordate con l’Europa». Un segnale negativo a fronte di un investimento complessivo di oltre 200 miliardi di euro che ha già creato non poche tensioni all’interno della maggioranza.

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