Recovery Fund, «Ai giovani il 10% dei fondi europei»: la protesta social per chiedere più investimenti sugli under 35

Visionary e Officine hanno avviato una campagna social e una petizione in cui chiedono alla presidenza del Consiglio di dedicare 20 dei 196 miliardi di euro che arriveranno dal Next Generation EU ai giovani. Ecco come sta andando

«Siamo giovani in Italia. Siamo troppi in classe e siamo solo un numero, siamo tirocinanti non pagati o siamo cervelli in fuga, siamo precari se non siamo disoccupati. Siamo il futuro. E siamo senza soldi». Da tempo, sulla questione giovanile in Italia, sul 27,8% di under 30 ascrivibili alla categoria dei Neet, persone che né studiano né lavorano, si spendono tante parole. «Ma si spendono troppi pochi soldi», dicono i ragazzi che hanno lanciato #UnoNonBasta, «l’1% dei fondi europei. Uno, per, cento. Noi chiediamo il 10%».


Due movimenti che rappresentano migliaia di ragazzi in tutta Italia, Visionary e Officine, hanno avviato una campagna social e una petizione in cui chiedono alla presidenza del Consiglio di dedicare 20 dei 196 miliardi di euro che arriveranno dal Recovery Fund ai giovani e alle politiche attive per un loro inserimento nel mondo del lavoro. «Un Paese che non investe nei giovani, non investe nel futuro», scrivono sulla pagina Instagram della campagna, sulla quale sono snocciolate le statistiche che descrivono una situazione allarmante.

Dai 250 mila giovani che in 10 anni hanno lasciato l’Italia, per una fuga all’estero costatata 16 miliardi, secondo i dati del Rapporto annuale sull’economica dell’immigrazione, al 27,8% di Neet presenti nella fascia di popolazione 2034 anni, dati Eurostat, in confronto a una media europea del 16,4%. «Come è possibile che il Paese europeo che più risente di queste problematiche, nel momento in cui ha un volume di investimenti storico da poter fare, decida di dedicare così poche risorse ai giovani?».

A parlare è Carmelo Traina, presidente di Visionary. A Open, racconta che l’idea è sorta dopo aver realizzato uno studio comparativo tra la bozza del Piano nazionale di riprese e resilienza che l’italia deve presentare alla Commissione europea entro il 30 aprile, e le bozze degli altri Paesi europei. «La Francia ha messo in campo circa 15 miliardi direttamente riferibili alla gioventù, il Portogallo l’8,7% delle risorse del Next Generation EU, la Spagna il 17,6% su istruzione e formazione per combattere la disoccupazione».

Per contrastare gli effetti del Coronavirus sull’economia e sul tessuto sociale del Paese, l’Italia otterrà prestiti per 127,6 miliardi di euro. Questa somma, seppur a tasso agevolato, graverà sulle future generazioni che dovranno restituirla, attraverso il pagamento di tasse e imposte, all’Unione europea. La Commissione pretende che queste risorse vengano spese seguendo quattro principi guida: sostenibilità ambientale, produttività, equità e stabilità macroeconomica. «Come si può parlare di futuro equo se gli investimenti sui giovani, categoria svantaggiata del Paese, sono così scarsi?», si domanda il presidente di Visionary.

Traina, avete elaborato un position paper zeppo di dati e confronti con altri Paesi. Cosa non vi convince del Piano italiano per l’impiego dei fondi?

«La percentuale dei fondi dedicati ai giovani è bassissima: 0,9 miliardi da qui al 2027 vanno al Servizio civile universale, una misura meritoria, ma che ha bisogno di più risorse per essere efficace. 1,9 miliardi sono invece attribuiti alle Politiche attive e alla formazione di occupati e disoccupati. Questa cifra, però, riguarda la popolazione di ogni fascia d’età. Abbiamo stimato che, considerando i giovani destinatari delle risorse di queste due macroaree, del Next Generation EU sarà investito circa l’1% per i ragazzi. E siamo qui a denunciare che Uno Non Basta».

L’adesione alla vostra mobilitazione social è forte. Cosa vi racconta chi sta partecipando alla campagna?

«Stiamo raccogliendo centinaia di storie di ragazzi che si trovano senza lavoro o nell’incapacità di trovarlo, perché magari hanno studiato qualcosa che non ha molti sbocchi professionali. Oppure sentiamo racconti di tirocini non retribuiti, di corsi universitari che rendono indispensabile, dopo la laurea, la frequenza di un master costoso per entrare nel mercato del lavoro. Davanti a queste problematiche, il governo nel Piano parla semplicemente di potenziamento dei centri per l’impiego, che sappiamo essere fallimentari in Italia».

A parte la denuncia, voi chiedete tre cose al governo: facilitare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, orientare e formare 300 mila giovani ai nuovi mestieri e reinserire professionalmente 350 mila giovani che attualmente non studiano né lavorano. In concreto, come si fa?

«Innanzitutto, dietro questi numeri ci sono calcoli dei più rinomati centri di statistica italiani ed europei. Non sono cifre casuali. E per ognuna di queste tre richiesta, abbiamo calcolato le stime della quota di investimenti necessaria. Otto miliardi per la prima, quattro miliardi per la seconda e sette miliardi per la terza».

Iniziamo dalla prima: facilitare le l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. I governi ci hanno provato nel corso degli anni, eppure la disoccupazione giovanile in Italia è al 31,4%. Perché la vostra proposta dovrebbe avere successo?

«Non abbiamo la bacchetta magica, ma almeno è uno step in più rispetto a un nebuloso rafforzamento dei centri dell’impiego. La nostra idea è di strutturare un piano di revisione per Garanzia ​Giovani in cui si includa il rilancio qualitativo prima che quantitativo dell’apprendistato, del servizio civile e dei tirocini retribuiti. Gli 8 miliardi servono per potenziare il capitale umano, ipotizzando una spesa media per partecipante a Garanzia Giovani di circa 10 mila euro, da dedicare a percorsi di alta formazione o retribuzione di esperienze di lavoro sia in Italia che all’estero, e per una copertura di circa 800 mila giovani disoccupati italiani».

Sintetizzo, un rilancio di Garanzia Giovani. Secondo punto: orientare e formare 300mila giovani. Spesso i corsi di formazione che ricadono sotto l’egida dello Stato falliscono.

«Siamo partiti dal rapporto Excelsior 2020 di Unioncamere, prevede che il mercato del lavoro italiano nel triennio 2022-2024 avrà un fabbisogno di circa 1,8 milioni di lavoratori. Il rapporto evidenzia anche che a questi lavoratori saranno richieste competenze in ambito digitale e “green”. Allora, sull’esempio del piano francese, che prevede una piattaforma di formazione sulla quale lo Stato accredita un budget per cittadino da spendere in corsi utili al proprio curriculum, noi proponiamo una soluzione simile: 3,75 miliardi per garantire l’accesso ai corsi alla platea di 300 mila giovani, 250 milioni per il funzionamento della piattaforma».

Una borsa di studio, insomma.

«No, è diverso. La nostra fascia di popolazione è povera: se a 18 anni non hai la libertà di scegliere cosa e dove studiare perché non puoi permetterti di lasciare la tua città natale, sei svantaggiato rispetto ai tuoi coetanei. La piattaforma che proponiamo offre un budget per corsi online vincolati alla formazione digitale e green, due skill che saranno sempre più richieste dal mercato. A erogarli dovrebbero essere le istituzioni pubbliche e private: sta all’individuo decidere quale corso scegliere, pagato attraverso il budget fornitogli dallo Stato, per formarsi meglio e arricchire il proprio curriculum».

Infine, chiedete di allocare 7 miliardi per reinserire professionalmente 350 mila giovani cosiddetti Neet.

«Per i Neet non abbiamo fatto altro che prendere lo studio eseguito da Forma – l’Associazione italiana degli enti di formazione professionale -, e l’abbiamo inserito nel nostro piano stimandone il costo. Si articola in tre punti. Primo, per i giovani disoccupati senza titolo secondario superiore è previsto l’accesso in apprendistato formativo all’ultimo anno dei percorsi triennali di istruzione e formazione professionale per il conseguimento della qualifica professionale o al quarto per il conseguimento del diploma professionale, in relazione alle competenze possedute. Secondo, per i giovani Neet con diploma di istruzione secondaria si prevede l’accesso a percorsi di apprendistato duale di terzo livello per il conseguimento di un diploma ITS. Infine, uno sforzo per coinvolgere annualmente, in questi due percorsi, 100 mila adulti Neet privi di titolo di studio».

A che punto si trova la vostra mobilitazione?

«Siamo partiti da meno di una settimana con la raccolta firme e ci avviciniamo alla soglia delle 50 mila. Ma puntiamo a raccoglierne 200 mila. Il vero obiettivo, però, è sederci a un tavolo con la presidenza del Consiglio per avanzare le nostre richieste. Intanto, a Palazzo Chigi, a tutti i ministeri e alle segreterie dei partiti abbiamo già mandato un blocco di 30 mila firme. Chiediamo di essere considerati una parte sociale ed essere convocati ai tavoli di concertazione sul Next Generation EU che dovranno tenersi nelle prossime settimane. Il governo, a metà febbraio, dovrebbe inviare una bozza quasi definitiva del Piano alla Commissione europea per far iniziare le verifiche. Fino ad allora, il presidente del Consiglio dovrebbe fare delle interlocuzioni prima nel governo, poi con le parti sociali e infine con il parlamento. Ecco, noi vogliamo essere ascoltati in questo processo perché questo investimento storico è l’ultima opportunità per la nostra generazione».

#UnoNonBasta, a pochi giorni dal suo lancio, ha raccolto le adesioni di pagine Instagram, associazioni e organizzazioni politiche attorno alle quali ruota un’ampia community di giovani attivisti italiani: da Meridionaly a Future4Us, fino alla neonata lista per le elezioni amministrative della Capitale, La Giovane Roma. «Nell’ambito del Piano, le risorse dedicate alle politiche giovanili costituiscono solamente l’1% del totale. Se confrontate con quelle di alcuni Paesi più lungimiranti, come Francia, Spagna e Portogallo, risultano piuttosto limitate. È tempo di lottare per la questione generazionale, noi giovani dobbiamo farci sentire», dichiara Federico Lobuono, leader del movimento, invitando a firmare la petizione.

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