Da Sanpa al gruppo Abele, il racconto di Cantelli: «Muccioli? Insostituibile. Oggi l’eroina è integrata nella società»

Parla uno dei protagonisti della docu-serie Netflix dedicata alla storia della comunità di San Patrignano

Fabio Cantelli oggi ha 58 anni. Chi ha visto SanPa, la docu-serie di Netflix che tanto sta facendo discutere, ha ben presente il suo viso scavato e il filo dei ricordi, inevitabilmente dolci e amari, che attraversano lo sguardo mentre racconta. A San Patrignano, lui, ci è rimasto in totale per dieci anni. La prima volta che si è fatto – lo racconta nel documentario – è collegata a una donna. Lui voleva andarci a letto. Alla fine è successo, ma prima di farlo lei gli ha iniettato dell’eroina.


E del sesso poi, racconta Fabio, in verità non gliene fregava più niente. Della comunità fondata da Vincenzo Muccioli e al centro delle cronache per anni, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, Fabio Cantelli è stato il portavoce. E se n’è andato, tagliando i ponti, quando si è trovato in «conflitto etico interiore». I processi, i ragazzi trovati incatenati, le morti. «Ero ormai troppo distante da quello che SanPa era diventata e da come sarebbe andata avanti».


Oggi vive a Torino ed è vice presidente del gruppo Abele, onlus fondata nel 1965 da don Luigi Ciotti che si occupa di tossicodipendenza, emarginazione, Aids, progetti di aiuto alle vittime di tratta e ai migranti. Della comunità fondata da Vincenzo Muccioli, Fabio ha già raccontato nel 1996 nel libro La quiete sotto la pelle. «Quella di Rimini non è l’unica comunità dove sono stato», racconta.

ANSA/ UFFICIO STAMPA | Foto di scena della serie ‘SanPa: Luci e Tenebre di San Patrignano’, docu-serie originale italiana Netflix.

Torniamo indietro nel tempo, all’inizio degli anni ’80. San Patrignano nasce per dare una risposta, a detta di Vincenzo Muccioli, al dramma delle droghe che stava sempre più montando e a cui lo Stato mancava totalmente di dare risposte. Qual era il contesto? San Patrignano era l’unica comunità che si occupava di tossicodipendenze?

«Non ce ne erano molte, ma posso parlare solo di quello che conosco. Avevo fatto un’esperienza a Le Patriarche (oggi Dianova International, ndr), una comunità internazionale con sede in Francia a Tolosa e con diverse filiali in Europa. Ero finito in carcere nel 1982, e il magistrato disse: “Ti scarcero se vai in una comunità, oppure continui a stare a San Vittore. Decidi”. Quella di Le Patriarche era una comunità disponibile ad accogliermi subito, previo il pagamento di una retta molto elevata che la mia famiglia era in grado di sostenere. Sono stato lì per sette mesi, ero stato spostato in Spagna. Poi sono tornato in Italia scappando. Avevano un approccio terapeutico basato sul lavoro e poi facevano queste riunioni serali in cui ci si incontrava, si tiravano fuori i problemi della giornata e si facevano grandi discussioni. Le crisi di astinenza – questo mi è rimasto impresso – venivano curate con metodi naturali, con grandi quantitativi di tisana al tiglio. Tuttora, quando sento l’odore del tiglio penso a quei momenti: in crisi di astinenza, il tiglio faceva vomitare».

Poi?

«Ho avuto un approccio anche con il CeIS di don Mario Picchi, ma lì mi sono fermato all’anticamera: a differenza di San Patrignano infatti aveva un filtro. Secondo la loro impostazione, il problema della tossicodipendenza era di contesto famigliare: quindi si entrava in comunità dopo un percorso di preparazione in cui era coinvolta anche la famiglia, con una serie di colloqui con psicologi. Bisognava insomma essere molto motivati e questo filtro serviva loro per garantirsi dal fatto che non entrassero in comunità delle persone fuori di testa ma gestibili. A San Patrignano non c’era nessun filtro e per questo era una comunità molto apprezzata: ti prendeva così com’eri».

«Medici qui non ce ne sono: ci siamo rivolti ad alcuni di loro ma ci hanno chiuso la porta in faccia», racconta Muccioli nel documentario. Qual è la differenza tra un posto con medici e percorsi e un approccio alla SanPa, dal punto di vista di chi sta fuoriuscendo dalla tossicodipendenza?

« Ho fatto solo San Patrignano, dove la terapia, fondamentalmente, era Vincenzo Muccioli (sorride), la sua forza magnetica e carismatica di seguire ciascuno di noi fino a che fu possibile. Finché la comunità rientrò in certe dimensioni, fino alle 3-400 persone lui, con uno sforzo sovraumano, dedicava anima e corpo e ci seguiva personalmente. Poi, quando ci fu l’esplosione “demografica” degli ospiti a metà degli anni ’80, la situazione gli sfuggì di controllo. Sopperì alla logica della relazione con quella del controllo, ed è lì che iniziano i guai. Comunque non posso dirti quale fosse la differenza, perché non conosco l’altra realtà. Posso dire che se in comunità mi fossi trovato a tu per tu con degli psicologi, avrei detto “ciao e grazie”. Avevo già avuto in precedenza esperienze con psicologi, e avevo capito che è gente che vive in un altro mondo rispetto a quello della tossicodipendenza: un conto è conoscerla attraverso i libri o magari anche i tossici, ma sempre dietro a una scrivania, un conto è viverci notte e giorno. E un conto è essere stati tossici. Un momento fondamentale di San Patrignano era quando Muccioli ti chiamava, dopo qualche tempo che eri lì e avevi dato prova di responsabilità, e ti diceva: “Guarda, è arrivato tal dei tali e tu sarai la sua guida qui dentro”. Diventavi tu il custode, come eri stato custodito e accudito».

ANSA/ UFFICIO STAMPA | Foto di scena della serie ‘SanPa: Luci e Tenebre di San Patrignano’, docu-serie originale italiana Netflix.

Funzionava?

«Quella persona sapeva di averne accanto un’altra che poteva decifrarne i moti dell’animo, le paure e le parole rassicuranti che magari nascondono altro. Tra noi tossici ci si intendeva al volo, insomma. I novizi venivano affidati a persone giudicate immuni da pericoli di fuga e da ispirazioni di comunella. E funzionava: non ho mai assistito a fughe a due».

Quindi, nella sua prima fase, San Patrignano offriva percorsi validi e più efficaci rispetto a medicalizzazione e psicoanalisi?

«Sì. Tra l’altro all’epoca non credo che le comunità in generale facessero ancora ricorso a figure professionali: era una dimensione pionieristica in cui si andava alla scoperta dei metodi. Tutte, in qualche modo, erano realtà in cui si lavorava, in campagna. E a SanPa la formazione professionale era veramente ad alto livello: Muccioli pensava che fosse fondamentale appassionarsi a qualcos’altro attraverso un lavoro confacente alle attitudini, imparato con maestri che lo insegnassero ai massimi livelli. I lavoratori poi erano produttivi e lavoravano con l’esterno, e c’erano delle ditte che potevano verificare la capacità di un ragazzo quando era ancora dentro e proporgli contratti di lavoro nel momento della sua uscita dalla comunità».

Nella prima puntata della docu-serie parli del “ciocco” e di quella volta in cui Muccioli prese i tuoi scritti di diciottenne, che gli avevi affidato, e li lesse pubblicamente in comunità. Con scherno. Erano i primordi, episodi controversi non ce ne erano stati. Eppure come gesto, visto dall’esterno, è molto pesante.

«Nudo, inerme e fragile: solo allora potevi essere riaccolto come il figliol prodigo. Smascherato, ‘sputtanato’ davanti a tutti. A quel punto abbassi la testa, perché senti di essere il corpo estraneo, e vuoi salvarti la pelle. Non è un calcolo, chi si è trovato in quelle situazioni può capirlo. Ho visto tante persone che dopo un “ciocco” si sono messe in discussione. Al di là della drammaturgia, il metodo, impressionante ed efficace, a volte nasceva anche in reazione a fatti gravi avvenuti. Vincenzo valutava – ed era lui l’unico metro di giudizio su questo – che il ciocco (gesto estremo, non quotidiano), era il mezzo per ripristinare una situazione che cercava di sfuggire di mano. Secondo lui io avevo una personalità posticcia, ed era il suo modo per far crollare questa presunta maschera».

Ci è riuscito?

«No (ride). Il grande limite di SanPa – e in questo senso forse un professionista di psicoanalisi e psicologia avrebbe forse aiutato – è che Vincenzo non considerò la nostra tossicomania come qualcosa che avesse una radice profonda. Per lui la personalità del tossicomane era presa in prestito, non era quella vera. E il suo scopo era demolire questa presunta personalità posticcia per far emergere quella autentica sotto. Guarda caso però quella autentica era per lui quella che ti prestava la comunità: dovevi diventare un bravo ragazzo. Il problema è che le cause profonde della tossicomania rimanevano intatte, non venivano affrontate. Quindi il meccanismo funzionava fino a che restavi dentro alla comunità e facevi il bravo ragazzo. Poi uscivi all’esterno, la maschera crollava e iniziavano i guai. Molti uscivano, ricadevano, venivano riaccolti e ricominciavano daccapo».

E poi è la volta della fase di quello che viene chiamato il “gigantismo” di San Patrignano (che arriva, tra l’altro, ad avere fino a 2mila ospiti). Senza spoiler, come finisce la tua esperienza lì?

«Finisce quando mi trovo in conflitto etico rispetto al mio ruolo di capo ufficio stampa della comunità, con il tormento interiore per i fatti accaduti. Fatti – tra cui un omicidio – che, per quanto le sentenze giudiziarie potessero essere pesanti ma non troppo, erano troppo gravi per non comportare una messa in discussione di quello che eravamo diventati. Non si poteva fingere che non fosse accaduto niente, che si trattasse di “incidenti di percorso”, credendo a una teoria della scheggia impazzita. Per me non era così, e quando mi sono reso conto che la comunità non era intenzionata a questa radicale messa in discussione mi sono detto che non potevo più dire pubblicamente cose che non pensavo».

Con la morte di Muccioli, SanPa scompare dai radar della cronaca.

«Perché la comunità si normalizza. Muccioli è insostituibile: il leader carismatico viene una sola volta. E poi è cambiata la tossicodipendenza: i tossici, l’età media, le modalità di assunzione».

In che modo?

«Le droghe sono oggi “integrate” e incluse nella società, non hanno più il significato di rottura del patto sociale che avevano ai miei tempi. Allora ti facevi di eroina ed eri fuori dalla società. Ora invece no. E poi c’è l’aspetto economico: sono rimasto allibito quando ho scoperto, nell’ambito di alcune ricerche che stavo facendo sulla droga, che adesso per farsi di eroina un ragazzo deve recuperare cinque, addirittura tre euro. Ti bastano dieci minuti di richieste in strada. Per noi non era così. Era il 1981 ed ero appena tornato a Milano da una vacanza in Grecia. Erano 40 giorni che non mi facevo, e sono andato dal pusher con le 25mila lire che avevo tenuto da parte dalla vacanza. “Non posso darti quella quantità”, mi disse il pusher. E perché? “Perché adesso abbiamo l’ordine di vendere solo buste da mezzo grammo, a 50mila lire”. Io mi facevo un grammo, un grammo e mezzo al giorno: voleva dire tirare su 150mila lire al giorno. All’epoca, uno stipendio buono era pari a un milione di lire: e io dovevo tirare su un milione alla settimana, ogni mese quattro volte lo stipendio buono di un italiano. E allora che fai? Devi imparare a rubare, scippare, rapinare, prostituirti: i soldi li devi trovare. La tua biografia di tossico cambia rispetto a chi si droga oggi. I tossici scippavano le vecchiette, rapinavano, puntavano la siringa dicendo che lì c’era sangue con l’Hiv. Disturbavano. Ora sono invisibili perché non danno noia a nessuno. Si muore meno di overdose e si muore in casa. Negli anni ’80 succedeva in mezzo alla strada».

Ti aspettavi che questa serie sarebbe diventata un caso? Quarant’anni dopo e con un target di utenti under 30 che di San Patrignano non aveva mai sentito parlare?

«No. La storia di San Patrignano è molto complessa, bisogna indagarla senza preconcetti, e la serie lo fa. Non ci sono buoni e cattivi: è un concentrato simbolico pazzesco, perché c’è dentro tutto. Il potere, la vita, la morte, la sofferenza, la malattia: significati simbolici universali ed eterni che attraversano le epoche».

In copertina Netflix | Fabio Cantelli in una scena della serie ‘SanPa: Luci e Tenebre di San Patrignano’, docu-serie originale italiana Netflix.

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