Mario Monti: «Continuerò a dare fiducia a Conte solo se farà le riforme. Ma serve una maggioranza allargata a tutti gli europeisti» – L’intervista

Il senatore a vita è andato a Roma per accordare la fiducia all’esecutivo. «La visione europeista di Conte mi ha convinto. Non sarà un governo fortissimo, ma menomale che ce n’è uno in grado di governare da subito»

Ogni voto, ogni singolo voto sarà decisivo per il governo per ottenere la fiducia – verosimilmente a maggioranza relativa e non assoluta -, a Palazzo Madama. I senatori a vita Elena Cattaneo, Liliana Segre e Mario Monti sono andati a Roma proprio per partecipare alla votazione del 19 gennaio e scongiurare una crisi di governo in questa fase delicata per l’Italia e l’Europa. Ed è proprio nei valori dell’europeismo espressi dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte che Monti ha trovato la ragione definitiva per accordargli la fiducia: «Il mio sostegno, però, sarà commisurato alle riforme che l’esecutivo dovrà fare», spiega in una delle pause necessarie alla sanificazione dell’aula, tra le dichiarazioni dei senatori e la chiama con voto palese.


Senatore, lei sta per dare il suo voto di fiducia al governo Conte. La maggioranza, con ogni probabilità, si baserà su numeri fragili. Cosa accadrà nelle prossime settimane?

«Dipenderà molto dal presidente del Consiglio. Si dice che abbia intenzione di rafforzare la compagine nei prossimi giorni, ma non ho idea se il presidente della Repubblica sarà esigente sulla maggioranza assoluta: in molti altri casi, i governi sono nati senza che ci fosse».

Con la pandemia nel pieno della sua virulenza e la crisi economica che incalza, un governo con una maggioranza fragile può operare con decisione per le riforme che lei stesso ritiene necessarie?

«Non si presenta certamente come un governo fortissimo di fronte alla lotta impari contro la situazione pandemica ed economica. Ma dato il contesto, dico: menomale che c’è un governo in grado di governare da subito. Sarebbe drammatico perdere del tempo adesso. Ci sono cose da perfezionare nell’esecutivo, anche significativamente, spero però che gli aggiustamenti avvengano in itinere e non in una fase di stasi».

Si rischiava la crisi al buio, però anche la fiducia appare un po’ al buio viste le migliorie da apportare al lavoro di governo.

«Nei due interventi di Conte ho trovato tracce significative delle mie preoccupazioni, che riguardano temi molto negletti: dalle disuguaglianze alla riforma fiscale, da un ruolo maggiore da dare alla concorrenza alla lotta alle rendite di posizione. Sono temi sui quali vedrei bene un dibattito aperto, condotto dal governo con esperti e rappresentanti dei vari gruppi di interesse, delle forze sociali. Le proposte dovranno arrivare al Parlamento. La mia fiducia è legata al lavoro su questi problemi dell’Italia: spesso c’è paura a parlarne con chiarezza e si ripetono cose non vere nella comune convinzione che la verità eroda il consenso».

Un tema divisivo e del quale si è parlato negli scorsi mesi, ad esempio, è la patrimoniale. Lei è favorevole a introdurre un’imposta sul patrimonio in questo momento storico?

«Non ho volutamente espresso mie opinioni sul merito perché, a questo stadio, il passo da fare è avviare un ampio dibattito. Giacomo Ricotti della Banca d’Italia, l’11 gennaio, ha fatto un’audizione alle Commissioni parlamentari in cui osservava certe divaricazioni del sistema italiano, ma saranno le forze politiche a dire se va bene così o se è necessario intervenire, come fanno molti altri Paesi, su queste peculiarità tipiche dell’Italia».

Mancano poche ore alla resa dei conti in Senato e lei voterà la fiducia. Sarà una fiducia duratura?

«Conte, probabilmente, riceverà la fiducia che gli consentirà di essere la terza persona dopo De Gasperi e Berlusconi a fare il presidente del Consiglio per un’intera legislatura. Il perdurare della mia fiducia sarà commisurato alle riforme che l’esecutivo farà. Ma soprattutto, bisogna che emerga una visione per il Paese, che resti saldo l’ancoraggio all’Europa e che ci sia un’opera di convincimento dell’opinione pubblica sui temi più impopolari, ma spesso giusto. Conte avrà la mia fiducia se sarà disposto a perdere popolarità in cambio di scelte giuste per l’Italia».

Iniziando dall’abolizione di quota 100 e reddito di cittadinanza, riforme che Conte stesso ha approvato. Senatore, qui non si tratta di fare un cambio di passo, ma di una sostanziale rivoluzione del pensiero politico.

«Vero, è stato Conte a firmare quota 100 e reddito di cittadinanza. Ma ha già dimostrato di saper fare dei cambi radicali di direzione nell’agosto del 2019. In quel caso, ha fatto una rivoluzione della sua politica, vocandosi all’europeismo. Ed essere un governo europeista, comporta benefici economici, se non altro per un’attenzione consequenziale al disequilibrio dei conti pubblici. Certo, in riferimento alla sua domanda, c’è ancora una parte della stagione precedente di Conte che richiede di essere demolito. Però, adesso bisogna distinguere un’espressione di ammirazione incondizionata verso un percorso politico di lungotermine e un voto di fiducia dato in queste condizioni drammatiche. Quando si votò sul primo governo Conte, per fortuna, noi senatori a vita non fummo chiamati ad esprimerci».

Oltre alla sua carriera accademica, nel 2021 lei compie dieci anni di vita politica, da quando Napolitano l’ha nominata senatore a vita. Ha avuto il compito difficile di guidare un governo durante una delle peggiori crisi economiche della storia recente. Alla luce della sua esperienza, pensa che questo governo abbia le competenze per affrontare la crisi economica scaturita dalla pandemia?

«Oggi ho dovuto esprimermi sul governo che c’è. Diciamo che per vicende personali, ho sempre una certa simpatia per le coalizioni larghe: forse perché nel mio caso ha funzionato. Le cose dolorose e impopolari che abbiamo fatto nel 2011 e nel 2012 sono state possibili con una larga maggioranza con più sensibilità al suo interno. A proposito, ho sempre criticato l’aggettivo “tecnico” attribuito al mio governo: fu una vera operazione politica far votare allo stesso modo parlamentari di Berlusconi e parlamentari di Bersani, provenienti da due mondi opposti. Distribuendo adeguatamente gli oneri, abbiamo preso misure difficili sulle pensioni, di severità fiscale, e questo è stato possibile grazie alle larghe intese».

Sta dicendo che auspica un ampliamento della maggioranza che vada ben oltre i cosiddetti responsabili di oggi?

«È opportuna una coalizione più ampia. Nelle parole di Conte che ha sottolineato più che mai l’essenzialità dell’europeismo, c’è un germe per una divisone del terreno politico tra chi condivide una visione europeista e chi no. Comunque, se ci sarà un governo più ampio, con nuovi innesti, che lo si chiami pure governo tecnico. E per concludere con un altro accenno al mio passato, ricordo che a suo tempo il presidente Napolitano mi chiamò al Quirinale perché avevo fatto già un’esperienza politica di governo di dieci anni alla Commissione europea. A suo avviso, potevo padroneggiare meccanismi politici con europarlamentari di ogni estrazione. Altro che governo tecnico».

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