La maggioranza è salva, ma la crisi è appena iniziata: Conte adesso ha tre strade davanti a sé

Riaprire a Renzi, dimissioni al Quirinale o temporeggiare per cercare di convincere un gruppo più folto di “volontari” a sostenere il suo esecutivo. I pro e i contro di ogni scenario e uno spaccato dei nomi più vistosi che oggi hanno compiuto il salto verso la maggioranza

Con questi voti a Palazzo Madama non si può governare. L’esecutivo ha ottenuto 156 «sì» alla fiducia al Senato, un numero che non consente di andare avanti verso un piano di riforme strutturali. Quelle che chiede il Pd e il gruzzolo di «volenterosi» che, il 19 gennaio, ha scelto di prolungare l’agonia di questo esecutivo. La terapia intensiva del governo potrà finire soltanto se Giuseppe Conte riuscirà a convincere, mettendo sul piatto anche qualche incarico ministeriale, un gruppo di responsabili più corposo di quello che si è presentato alla conta dei voti. Ma se non si allarga la maggioranza, considerando il rientro di Italia viva, nemmeno la truppa dei tre senatori dell’Udc potrà bastare a superare la soglia dei 161.


I conti sono presto fatti: se alle 156 preferenze ottenute dalla maggioranza si sottraggono i tre voti dei sei senatori a vita – è difficile ipotizzare una partecipazione costante ai lavori dell’Aula da parte di Elena Cattaneo, Liliana Segre e Mario Monti – e si aggiunge il voto del grillino Franco Castiello, assente per Covid, il sostegno della maggioranza si ferma a 154. I contrari alla fiducia, invece, sono stati 140. Basterà che i 16 senatori di Italia viva si schierino contro il governo in una votazione per fare andare l’esecutivo in minoranza.

Il governo, il 19 gennaio, non ha ottenuto né la maggioranza assoluta, né la maggioranza dei presenti: è un pareggio perfetto 156 «sì» e 156 tra contrari e astenuti. E il problema della stabilità si ripercuote anche sulle commissioni permanenti al Senato, partendo da quelle Bilancio e Affari costituzionali, dove devono transitare provvedimenti del calibro del Recovery Plan e della legge elettorale. Ad esempio, in commissione Affari costituzionali, la maggioranza ha 12 parlamentari, il centrodestra 11 e Italia viva uno, Grimani: se il renziano si esprimesse contro il governo, il pareggio, per regolamento, equivarrebbe alla vittoria del «no».

A conta finita, la maggioranza è stata salvata dall’astensione di Renzi: con questi numeri, ogni qualvolta Italia viva decida di votare contro il governo, Conte dovrà votarsi – letteralmente – al pallottoliere del Senato, incastrando il calendario dei lavori con le assenze dei suoi parlamentari e le disponibilità dei senatori a vita. È chiaro che la carica di “volenterosi” non è stata sufficiente e, adesso, si aprono tre scenari per il presidente del Consiglio. Ciascuno di essi comporta dei rischi calcolabili e delle reazioni avverse imprevedibili: il premier non potrà dormire sogni tranquilli questa notte.

Porta socchiusa?

La prima ipotesi, quella più rassicurante guardando il pallottoliere, è il rientro di Italia viva in maggioranza. Ma è anche l’ipotesi più improbabile: riaprire a Renzi, dopo l’attacco sferzato a Conte al Senato, comporterebbe un crollo di autorevolezza del premier. E il come giustificare un simile passo indietro agli italiani sarebbe solo l’ultimo dei suoi problemi: prima di tutto, un ritorno in maggioranza di Renzi, causerebbe una spaccatura all’interno del Movimento 5 stelle, con almeno 10 senatori dibattistiani ad aver posto il veto sul senatore di Scandicci.

La strada al Quirinale è sempre in salita

La seconda possibilità per Conte è quella di salire al Colle. Un primo incontro, telefonico o vis-à-vis con Sergio Mattarella, potrebbe esserci già oggi, mercoledì 20 gennaio. Ma il premier dovrà attraversare la vera sliding door al Quirinale quando deciderà di andarvi per prendere atto, con il presidente della Repubblica, che la maggioranza, di fatto, non esiste più visto che la sussistenza al Senato dipende dall’astensione di Italia viva. Più probabile che Conte, in un primo momento, chieda a Mattarella dei giorni per cercare di allargare la maggioranza. Almeno un paio dovrà concederne per far votare lo scostamento di bilancio e per il decreto ristori cinque.

Prendere tempo, prendere senatori

Il terzo scenario è quello di guadagnare tempo per vedere se la caccia ai “volonterosi” avrà una resa migliore nei prossimi giorni. C’è un ministero delll’Agricoltura da assegnare e un posto da sottosegretario agli Esteri, più il ministero senza portafoglio per le Pari opportunità. Con spacchettamenti di alcuni dicasteri, nomine a viceministro e altri incarichi governativi, i posti per allettare gli indecisi sono più di quanto si immagini. È probabile che Conte tenda a rimandare gli altri due scenari, auspicando nel convincimento di senatori come Eugenio Comincini di Italia viva che, dopo l’astensione in Senato, ha chiarito che lui non passerebbe mai all’opposizione. Ma il tempo stringe: la prossima settimana, al Senato, Renzi ha già annunciato che il suo gruppo voterà contro la relazione del ministro Bonafede. Una sconfitta in aula a una settimana dalla fiducia sarebbe difficile da raccontare.

La prima volta del Var al Senato

Mentre si rilancia l’operazione “caccia ai responsabili”, chi sono i “volenterosi” che, il 19 gennaio, si sono aggregati alla maggioranza per garantire la fiducia al governo? Non si può non partire da Lelio Ciampolillo e Riccardo Nencini, i due senatori che, al fotofinish, hanno accordato il «sì» al governo. La presidente del Senato Elisabetta Casellati ha dovuto ricorrere persino al Var – il clima, effettivamente, era quello da stadio – per appurare che i due parlamentari avessero votato un minuto esatto prima della chiusura della chiama e dopo oltre un’ora da quando il senatomercato era cominciato.

Ciampolillo, il negazionista della Xylella

Alla vigilia del voto, entrambi erano annoverati tra i possibili “volenterosi”, ma è lecito domandarsi se la loro fiducia arrivata in extremis sia derivata da qualche garanzia data dalla maggioranza dopo le 13 ore di lavori a Palazzo Madama. Per chi fosse interessato al passato politico dei due in cerca di motivazioni di un loro passaggio, deve sapere che Ciampolillo è un senatore barese, candidato sindaco del capoluogo pugliese nel 2009 con i 5 Stelle. Ottenne appena 749 voti, lo 0,4% dei consensi. Vegano e negazionista della Xylella, Ciampolillo è alla seconda legislatura: tutte e due le volte è stato eletto con i 5 Stelle, ma il 31 gennaio 2020 è stato espulso dal Movimento per lo scandalo dei mancati rimborsi.

L’ultimo socialista

Nencini è figura certamente più conosciuta nel panorama politico. Ha fatto un mandato da eurodeputato, uno da deputato e due da senatore. Presidente del Partito socialista italiano dal 2019, per nove anni ne è stato il segretario. Ha ricoperto nei governi Renzi e Gentiloni l’incarico di viceministro dei Trasporti e, dopo la creazione di Italia viva, ha “ricompensato” il senatore di Scandicci prestandogli il simbolo dei socialisti al Senato così da permettere la formazione del gruppo dei senatori di Italia viva a Palazzo Madama. Dopo la fiducia a Conte, ha comunque assicurato che lascerà il simbolo del suo partito a disposizione di Renzi.

I nuovi Scilipoti, dieci anni dopo

Antonio Tajani, vicepresidente di Forza Italia, ha assicurato già il loro allontanamento dal partito di Silvio Berlusconi. Resta inspiegabile, al momento, il motivo che ha portato Maria Rosaria Rossi, la “pasionaria di Arcore”, e Andrea Causin ad abbandonare la linea del centrodestra. Da giovanissima, Rossi comparve nel video Meno male che Silvio c’è, un cult della propaganda politica. Ottenne quasi subito un suo ufficio a Palazzo Grazioli, residenza romana di Berlusconi, entrando nel giglio magico del presidente. È alla seconda legislatura da senatrice, dopo essere diventata deputata del Partito della libertà a soli 36 anni. Coetaneo di Rossi – entrambi sono del ’72 – Causin è entrato per la prima vola in Parlamento come deputato di Scelta Civica di Mario Monti. Passato nel 2017 a Forza Italia, nel 2018 è stato eletto senatore nella circoscrizione Veneto.

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