Il responsabile Causin, da Forza Italia a Conte: «Questo è l’unico governo possibile. Un incarico per me? Ne ho parlato con Pd e M5S» – L’intervista

Il senatore azzurro vuole raccogliere i transfughi in una formazione e politica organica come chiesto da Mattarella: «Molti come me soffrono questo centrodestra a trazione fascio-leghista. In dieci stanno pensando di raggiungerci»

La fiducia ottenuta dal governo Conte due a Palazzo Madama ha riservato molti colpi di scena. Dal voto al fotofinish, rivisto al Var, di Riccardo Nencini e Lello Ciampolillo, alla spaccatura di Forza Italia. Maria Rosaria Rossi, la pasionaria di Arcore entrata nel giglio magico del Cavaliere da giovanissima, e Andrea Causin sono stati espulsi dal partito per aver dato il loro voto all’esecutivo.


Senatore, a ottobre 2019 aveva già votato in difformità al centrodestra, appoggiando l’istituzione della commissione d’inchiesta straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza, la cosiddetta commissione Segre. Covava già un’insofferenza nei confronti della coalizione a trazione Salvini?


«Quello era un caso eclatante: vengo da una famiglia che ha una tradizione di un certo tipo e le avrei fatto un torto non votando per la commissione Segre. È chiaro che, da molti mesi a questa parte, la coalizione di centrodestra è diventata a trazione sovranista, populista o fascio-leghista: una visione distante dall’europeismo, vera medicina del Paese oggi più che mai. Tornando alla domanda, da un po’ di tempo covavo un certo disagio nei confronti della coalizione, più accentuato a livello nazionale che sulle posizioni locali».

La predominanza della linea Salvini-Meloni è una naturale conseguenza del vuoto di leadership che sta lasciando Silvio Berlusconi?

«Non credo. La coalizione di centrodestra è cambiata perché è cambiata la pancia della gente, i bisogni economico-sociali. Qualcuno è più bravo di altri ad agitare le paure e la gente spaventata tende ad appoggiarsi su chi assume posizioni forti, come fanno Meloni e Salvini, e a ignorare le cose più ragionate, dette senza essere per forza divisivi. Quando si sta male si tende a dar retta a chi urla e non a chi dice le cose giuste».

Berlusconi ha detto sulla senatrice Rossi, anche lei passata da Forza Italia ai “volenterosi”, che ha commesso «una cosa imprevedibile e inaccettabile». Senza citarla, il riferimento era rivolto anche a lei.

«Provo ammirazione e rispetto per il presidente Berlusconi. Ho rotto, per ragioni che ritengo valide, con Forza Italia. Ma è normale che chi subisce la rottura può restare amareggiato, anche arrabbiato. Non si può chiedere a una comunità politica di essere felice della scelta di un suo componente di lasciarla. Quello che dice Berlusconi è assolutamente comprensibile».

È passato alla maggioranza, la cito, per ragioni valide. Quali?

«Perché questo governo è l’unica alternativa possibile. Non si può lasciare il Paese senza governo in questa fase storica. C’è qualcuno che ha aperto una crisi istituzionale quando il governo deve essere veloce. Nei venti giorni importantissimi che ci hanno preceduto, c’è stata una paralisi dei palazzi, ed è stato assolutamente deleterio. Qualsiasi governo sia insediato, deve andare avanti».

Persino di un governo che, mentre c’è l’insediamento di Biden, ha preso solo tiepidamente le distanze da Trump?

«Cinque anni all’Assemblea parlamentare Nato mi hanno insegnato una cosa: l’atlantismo non è un’opinione. Qualunque sia il presidente degli Stati Uniti è il presidente degli Stati Uniti e l’Italia, Paese fondatore della Nato, deve averci un rapporto il più stretto possibile. È vero, Trump ha fatto cose gravissime in chiusura di mandato e dalle quali ho preso le distanze. Chi conosce gli Stati Uniti d’America, però, sa benissimo che il presidente Trump non era un corpo estraneo al Paese che governava. Per carità, con il suo multilateralismo ha messo ai margini l’Europa, ma per il presidente del Consiglio della Repubblica italiana non è facoltativo nutrire un rapporto con il presidente degli Stati Uniti d’America. L’America è il nostro riferimento, è il lato del mondo in cui ci muoviamo. Che piaccia o meno a Salvini, che desiderava un’Italia rivolta più verso Mosca che in direzione di Washington».

Torniamo alle questioni di politica italiana. Sul suo rapporto con Italia viva, invece, ricorderà che qualche mese fa le cronache davano per certo un suo passaggio al gruppo Iv al Senato. Cosa la trattenne allora?

«Questa è una ricostruzione che fecero i giornali perché sono nato e cresciuto nell’area cattolica, democratica. Sono stato nel Partito popolare e ho fatto un percorso anche nella Margherita. Diverse volte, in questo cammino, ho avuto modo di incrociare Matteo Renzi. Ho una grande stima di lui, lo considero estremamente intelligente e determinato. Ma Renzi è un politico che, avendo avuto la capacità e la fortuna di fare il presidente del Consiglio, ha fallito nel dare seguito a quella esperienza».

Arriviamo alla crisi di governo, ma quella che si rischiava un anno fa, prima della pandemia. Erano in atto le stesse dinamiche: Italia viva che ventilava l’ipotesi di uno strappo e lei dato come possibile responsabile di un Conte ter. Il presidente del Consiglio sapeva già da allora di poter contare su di lei?

«Io e il presidente del Consiglio, prima di dieci giorni fa, ci dicevamo solo “buongiorno” e “buongiorno presidente” nei corridoi del Senato dove, tra l’altro, il primo ministro non passa spesso. Credo inoltre di non essere mai intervenuto in aula con lui presente».

L’ha chiamata direttamente Conte per chiederle di fare un gesto di responsabilità. Che altro le ha detto?

«È vero, c’è stata una chiamata di Conte. Ma io stesso, prima di assumere questa decisione in una cornice di carattere emergenziale, ho preferito avere un quadro della situazione politica istituzionale. Sarei stato uno sprovveduto se avessi lasciato il mio partito senza prima sapere cosa avrei trovato dall’altra parte. Detto ciò, il mio passaggio ha comportato una riflessione di giorni: lasciare un partito implica un travaglio personale. Mi sono convinto definitivamente della scelta solo la mattina del voto al Senato, consapevole che quella decisione avrebbe cambiato il corso degli eventi».

Il corso degli eventi?

«Io e la senatrice Rossi abbiamo aperto un percorso che, nei prossimi giorni, spero si consoliderà. Spero riusciremo ad accogliere altri parlamentari che possano costituirsi come elemento di sostegno a questo governo e alle responsabilità istituzionali che richiede la situazione pandemica».

Nelle intenzioni sue e di Rossi, dunque, c’è quella di dare vita a una nuova formazione politica. Non siete semplicemente dei singoli “volenterosi”, o sbaglio?

«Mattarella ha dato un’indicazione molto chiara che conduce soltanto a un percorso di questo tipo. Si deve configurare, all’interno del parlamento, un atto politico di sostegno al governo Conte. Non basta il desiderio dei singoli senatori, perché la maggioranza adesso esiste solo sul piano formale, ma non consente di avere la serenità per affrontare le sfide dei prossimi mesi. Credo che la formazione politica a cui abbiamo dato vita io e Rossi aumenterà la sua forza parlamentare».

Lei scommette sul fatto che la conta dei voti al Senato non si fermerà a 156 o 157 se includiamo il Cinquestelle Franco Castiello assente, il 19, per Covid?

«La nostra scelta, oltre che da un senso di responsabilità, deriva da un profondo disagio politico. E mi creda, è un disagio che sentono molti senatori oggi all’opposizione, anche in Forza Italia. Alcuni di loro, un po’ per mancanza di coraggio e un po’ per strategia, stanno aspettando per compiere il salto alla maggioranza. Io e Rossi sosteniamo, invece, che l’atto politico andava fatto subito, quando è stata chiesta la fiducia al Senato. Sono otto, dieci le persone che cerchiamo per sostenere il governo».

Ci sono otto, dieci insoddisfatti in Forza Italia?

«Penso di sì, ma parlavo di coraggio prima perché non è facile decidere di lasciare il proprio partito. Bisogna avere spalle robuste e un contesto famigliare in grado di reggere i soliti quattro imbecilli del web che ti si scagliano contro, magari animati dalla bestia di Salvini. Ma non fatico a ipotizzare che i parlamentari di Forza Italia provenienti da tradizioni socialiste, cattoliche e democratiche soffrano i toni che Salvini e Meloni stanno imprimendo alla coalizione».

Tornando alle chiamate con Conte e con altri esponenti della maggioranza, avete parlato di incarichi?

«No, la questione non è all’ordine del giorno. Sarei disonesto, però, se negassi che prima di assumere la decisione mi sia consultato con interlocutori di alto livello dei Cinquestelle e del Pd. Diciamo che abbiamo fatto una valutazione dei rischi e ipotizzato qualche scenario. Ma la questione incarichi non fa parte dell’agenda al momento».

Provo a girare la domanda. Lei sarebbe disposto a dare una mano all’esecutivo assumendo qualche ruolo governativo?

«Prima c’è bisogno che me lo chiedano. Poi, altra condizione, mi devono chiedere di dare il mio contributo in ruoli per cui mi sento competente».

Ad esempio, come se la cava con l’agricoltura?

«Sono leggermente competente perché sono un coltivatore di nocciole. Ma da qui a dire che mi posso occupare del ministero dell’Agricoltura, settore tanto complesso quanto essenziale… ecco ho un senso del limite. Non basta saper usare il trattore o la fresa per fare il ministro dell’Agricoltura. Anche se, è questo vale per tutto, nella vita c’è sempre tempo per imparare…».

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