Dall’«American carnage» di Trump alla «Guerra incivile» di Biden. I due discorsi di insediamento a confronto

«La politica non deve essere un fuoco violento», ha detto il neo-presidente statunitense nel suo discorso, che si è distinto sia nel tono sia nei contenuti da quello che il predecessore diede quattro anni fa

Vento, sole, ma anche qualche fiocco di neve. Il meteo a Washington D.C. durante la cerimonia di insediamento di Joe Biden sembrava rispecchiare il clima politico americano, che alterna momenti di luce a giorni di buio democratico. L’unità è stato il tema principale del discorso di Biden che ha invitato gli americani a porre fine «a questa Guerra incivile, di Stati blu contro Stati rossi» e di «conservatori contro liberali». Una risposta ai fatti del 6 gennaio – quando il Campidoglio è stato preso d’assalto dai sostenitori di Donald Trump – ma anche al discorso dell’ormai ex presidente quattro anni fa. Trump all’epoca aveva invocato la fine non tanto del tribalismo politico, come ha fatto Biden, quanto di quella che aveva definito, con una frase che esprimeva tutto il rancore sociale che ribolliva nel Paese, la «carneficina americana».


La «carneficina» dell’americano medio

Non era altro che un riferimento agli americani che erano stati «dimenticati» dalla globalizzazione, i «deplorevoli», come Hillary Clinton aveva altezzosamente definito la parte più razzista e bigotta degli elettori del suo sfidante. Nel discorso di Trump del 20 gennaio del 2017 però erano “semplicemente” americani, vittime innocenti del loro stesso Paese: «Madri e bambini intrappolati nella povertà nei nostri centri urbani; fabbriche arrugginite sparse come lapidi nel paesaggio della nostra nazione; un sistema educativo, pieno di soldi, ma che lascia i nostri giovani e belli studenti privi di conoscenza; e il crimine, le bande e la droga che hanno rubato troppe vite e hanno privato il nostro Paese di così tante potenzialità inespresse».

La «carneficina» dell’americano medio abbandonato da Washington faceva da cornice a uno dei discorsi più brevi e più cupi nella storia degli insediamenti presidenziali. Solitamente il discorso dell’insediamento serve come occasione per tracciare le linee guida della presidenza entrante, ma anche per unire il Paese nei rituali e nel simbolismo della democrazia, soprattutto dopo una campagna elettorale divisiva. Franklin D. Roosevelt, diventato presidente dopo la Grande Depressione, durante il suo discorso d’insediamento aveva chiamato i suoi concittadini a temere «soltanto la paura», John F. Kennedy li aveva esortati a non chiedersi «cosa può fare il vostro Paese per voi» ma «cosa potete fare voi per il vostro Paese».

Anche Barack Obama, il candidato della speranza arrivato alla Casa Bianca in un momento particolarmente buio, pur non nascondendo l’entità della crisi finanziaria che attanagliava il Paese e delle divisioni che attraversavano la società americana, e che per certi versi la sua vittoria aveva acuito, aveva chiesto agli americani di concentrarsi sui valori che avevano in comune, parte di una visione chiaramente ideale della storia degli Stati Uniti: «Onestà e duro lavoro, coraggio e correttezza, tolleranza e curiosità, lealtà e patriottismo». Nel suo discorso del 2017 invece Trump aveva festeggiato la vittoria di una parte del Paese su un’altra. «Per troppo tempo ormai – aveva dichiarato sui gradini del Campidoglio, a pochi metri da Obama e da Biden, presenti il giorno del suo insediamento – un gruppo ristretto di persone nella capitale della nostra nazione ha raccolto i frutti mentre il popolo ne pagava il prezzo».

L’appello di Biden per una politica che non «distrugge tutto sul suo cammino»

Il discorso di Biden invece è stato da questo punto di vista un ritorno alla tradizione. Ha parlato della necessità dell’unità «per superare queste sfide, ripristinare l’anima e garantire il futuro dell’America», ripetendo più volte «ce la faremo», «ce l’abbiamo sempre fatta», come se volesse a tutti costi rassicurare il Paese sull’orlo di una crisi di nervi. Effettivamente gli Stati Uniti sono fortemente provati e divisi, e non soltanto perché, come rivela un recente sondaggio, circa 3 repubblicani su 4 pensano che le elezioni siano state truccate, ma anche a causa del Coronavirus e delle sue ricadute economiche (il tasso di disoccupazione è tornato a correre nelle ultime settimane) e perché reduce di un anno di scontri a sfondo razziale.

Sono stati diversi gli appelli al bipartitismo, talvolta espressi in un linguaggio religioso, a tratti apocalittico. «La politica non deve essere un fuoco violento, che distrugge tutto sul suo cammino – ha dichiarato il neo-presidente. – Ogni disaccordo non deve essere motivo di guerra totale. E dobbiamo rifiutare la cultura in cui i fatti stessi vengono manipolati e persino fabbricati». Un richiamo anche ai media – agli odiatori professionisti e quelli amatoriali sui social – e una condanna, l’ennesima, contro le “fake news” di cui si nutrono la propaganda straniera, le teorie del complotto e i discorsi di Trump. Anche l’ultimo giorno della sua presidenza, prima di salire sull’elicottero per lasciare la Casa Bianca per l’ultima volta, Trump – che non ha partecipato alla cerimonia di insediamento a differenza dell’ex vicepresidente Mike Pence – ha snocciolato una serie di “fatti alternativi” sui presunti record della sua presidenza.

Alla «carneficina americana» del presidente uscente, Biden – che non lo ha mai nominato per nome – ha opposto la propria versione del sogno americano. Ma, a differenza dei suoi predecessori, lo ha fatto in riferimento alla donna che il 20 gennaio è diventa vicepresidente, la prima a ricoprire il ruolo. «Siamo qui, dove 108 anni fa, in un’altra inaugurazione, migliaia di manifestanti cercarono di bloccare le donne coraggiose che marciavano per il diritto di voto – ha dichiarato Biden. – E oggi celebriamo il giuramento della prima donna nella storia americana eletta alla carica nazionale, la vice presidente Kamala Harris. Non ditemi che le cose non possono cambiare».

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