Prenotazioni annullate e scorte finite: l’effetto domino dei ritardi di Pfizer colpisce sempre più Regioni e mette in crisi il piano vaccinale

Il Veneto non sa come andare avanti, la Lombardia è senza dosi per over 80 e malati cronici fino a marzo, l’Emilia Romagna ferma le prime iniezioni. Reggono solo Lazio, Piemonte e Toscana

Da una parte il piano sanitario nazionale. Dall’altra un colosso privato che ne influenza le sorti. Questo è al momento lo scenario preoccupante della campagna vaccinale italiana anti-Covid, in un braccio di ferro tra le parti purtroppo soltanto apparente. Sono servite a poco le minacce di azioni legali e le preghiere di «fedeltà al patto» lanciate dal ministro Speranza, ora l’Avvocatura di Stato cercherà di capire cosa è meglio fare. Come se non bastasse, dopo aver concluso la consegna dell’ultimo stock nella giornata di ieri con il 29% di fornitura in meno, Pfizer ha annunciato ritardi anche per la prossima settimana, con conseguenze inevitabili su gran parte dei territori regionali.


Ed è proprio sulle Regioni che le decisioni autonome della Big Pharma hanno provocato ulteriori polemiche e difficoltà. Mentre il governo sbatteva i piedi a terra unendosi alle lamentele degli altri Stati membri, Pfizer decideva, da sola e senza comunicazioni ufficiali, quali zone d’Italia penalizzare di più e quali di meno. Da lì l’effetto domino: con 165 mila dosi consegnate in meno, di ora in ora i problemi delle singole campagne vaccinali hanno cominciato a sorgere, con i rischi sempre più concreti di un rallentamento del piano e di una seconda dose da iniettare non più garantita.

Ora la doccia fredda per le Regioni è che i ritardi non smetteranno il 25 gennaio, come promesso da Pfizer, e le difficoltà si protrarranno almeno fino a metà febbraio. L’ipotesi avanzata nelle ultime ore è quella di un «magazzino nazionale» da cui attingere: chi ha di più presta a chi ha ricevuto di meno. Ma in questo meccanismo di solidarietà le Regioni più virtuose, che hanno conservato le scorte del 30% per la seconda dose, non nascondono preoccupazioni all’idea di svuotare i frigoriferi per aiutare chi rischia di trovarsi a secco.

Le differenze tra Regioni

Apprendendo giorni fa i dettagli dei ritardi di Pfizer, Domenico Arcuri aveva espresso chiare preoccupazioni per le Regioni: «Sarà inevitabile l’asimmetria che questa decisione comporterà». L’effetto domino verificatosi subito dopo non ha tardato a confermare il pericolo. I singoli territori alle prese con già complesse questioni logistiche e amministrative, hanno subìto le decisioni di Pfizer senza conoscerne criteri e modalità. Le sei Regioni salvate dai tagli (Abruzzo, Basilicata, Marche, Molise, Umbria e Valle d’Aosta) non hanno subìto rallentamenti, altre stanno riuscendo a reggere, altre ancora sono state schiacciate da assenze di fornitura del tutto penalizzanti.

ANSA | La nuova ripartizione di vaccino Regione per Regione decisa da Pfizer sulla base del 29% di fornitura in meno

Stop alle iniezioni e scorte finite: gli allarmi più urgenti delle Regioni in crisi

Con 24.570 di dosi consegnate in meno, il Veneto si è visto tagliare il 53% di fornitura e ora chiede aiuto. Con la campagna vaccinale tra le più avanti, oltre 107 mila dosi somministrate, ora Zaia non sa come andare avanti. «Ci servono 110 mila dosi per i richiami» ha detto il presidente nelle ultime ore. Sulle 110 mila dosi invocate difatti la fornitura arrivata potrà garantire non più di 22.230 iniezioni, insieme alle 20 mila dosi conservate nei magazzini. Il programma prudenziale di Zaia era stato annunciato già settimane fa ma ora le fiale messe da parte non bastano per far fronte all’emergenza. Tra una settimana, il piano entrerà ancora più in difficoltà.

Con 25.740 dosi in meno, l’Emilia-Romagna è già vittima di rallentamenti importanti. Nella Regione già lunedì 18 erano cominciati i primi richiami per gli operatori sanitari. Lo stop è arrivato poche ore dopo non riuscendo più a garantire le prime somministrazioni. Chi si era prenotato ha visto saltare l’appuntamento. Il messaggio della Asl arrivato ai cittadini è stato quello di un rinvio a nuova data da destinarsi. Il presidente di Regione Stefano Bonaccini intanto, subito dopo il confronto con il ministro Boccia, gli altri governatori e Speranza, ha annunciato un «riequilibrio della distribuzione dei vaccini Covid tra territori», sperando di poter confidare su un riassetto del piano nazionale.

In Lombardia senza dosi fino a marzo per over 80 e malati cronici

La Lombardia, tra le più penalizzate, continua a subire un crollo di iniezioni giornaliere. Il 18 gennaio su tutto il territorio sono state somministrate solo 3.163 dosi del vaccino anti-Covid, un calo drastico rispetto alla media giornaliera di 20mila iniezioni a cui la regione era arrivata a fatica. Al Niguarda di Milano le dosi consegnate al 20 di gennaio sono state solo un terzo di quelle previste, a Como l’azienda sanitaria ha ricevuto solo due vassoi su quattro mentre a Pavia si è scelto il blocco totale delle vaccinazioni per via delle zero consegne avvenute.

Il risultato di tutto questo sarà un ritardo considerevole della seconda fase, dal 28 febbraio all’11 marzo. Il rallentamento riguarderà soprattutto le prime somministrazioni a favore dei secondi richiami. «A causa dei ritardi questa settimana la Lombardia avrà 20 mila dosi in meno che diventeranno 25 mila la prossima, senza nessuna certezza su cosa succederà nei giorni successivi» ha detto il coordinatore della campagna vaccinale Giacomo Lucchini. Intanto per la prossima settimana si attendono le 11 mila dosi di Moderna, che verranno distribuite nelle strutture più penalizzate dalla mancata distribuzione di Pfizer.

Il Lazio regge ma ancora per poco

Con 12.870 dosi in meno, il Lazio riuscirà a reggere ma ancora per poco. Potrà proseguire le vaccinazioni almeno per un’altra settimana, ma se il ritardo dovesse andare oltre rischierebbe di far saltare la fase due della campagna vaccinale. Il 19 gennaio era saltata per tutto il territorio la consegna delle 32.760 dosi di vaccino, recuperate poi nella giornata di ieri. I secondi richiami per operatori sanitari ed Rsa procedono ma il piano regionale tra 4 giorni darà la possibilità agli ultra 80enni di prenotarsi per la prima dose.

Il 1° febbraio si comincerà con le iniezioni e lì le scorte finora utilizzate non basteranno più. «Questa modalità a singhiozzo sta creando non pochi problemi organizzativi» ha detto l’assessore alla Salute Alessio D’Amato, «potremmo vederci ritardare il piano programmato fino a due mesi». In Regione ci sarebbero dosi di vaccino pari a un terzo di quelle ricevute finora, e cioè 50 mila. Il magazzino garantisce l’autonomia a 14 giorni, dopo i quali lo stop alla campagna sarebbe inevitabile. Il rischio è quello di non somministrare la prima dose ai 470 mila over 80, ma anche di non riuscire a garantire 1 richiamo su 2 per chi è già stato vaccinato.

Con 4.680 dosi in meno, anche la Campania ha visto la consegna della fornitura da parte di Pfizer procedere a singhiozzo. Circa 10 mila dosi sono arrivate il 18 gennaio, le restanti 28.610 soltanto il 19 gennaio. Il sistema sanitario regionale è stato in grado di dare il via comunque ai secondi richiami, avendo conservato una discreta quantità di fiale dai precedenti arrivi.

Ma tra non molto il problema sulla percentuale di vaccino a disposizione dei magazzini si presenterà: «Prima il 70% delle dosi era da somministrare ed il 30% da conservare» ha spiegato il responsabile campano delle Politiche del farmaco, Ugo Trama, «ora è esattamente il contrario. Con i ritardi dovremmo conservare il 70%, al fine di essere sempre pronti per la seconda dose». Un’inversione completa di strategia dunque per riuscire ad affrontare settimane che si annunciano già difficili. «La campagna non si interromperà ma è previsto un rallentamento» ha ribadito il presidente De Luca.

In Puglia il taglio è di 11.700 dosi. «Dobbiamo adattarci ad un 30% in meno nelle prossime settimane e rallentare» ha detto l’assessore alla Sanità Pier Luigi Lopalco. «Questo però non vuol dire posticipare l’uscita dal Covid: con Pfizer non l’avremmo avuta garantita in ogni caso». Dai picchi di 5 mila somministrazioni al giorno ora si è passati a 1.600 in 24 ore, una brusca frenata che il sistema sanitario regionale ha deciso per far fronte a ritardi di Pfizer e garantire almeno i richiami.

Il rallentamento è senza dubbio una cattiva notizia ma secondo l’analisi di Lopalco ora il territorio ha bisogno di due vaccini «più gestibili e adatti alla somministrazione di massa». Mentre il 25 gennaio si prepara a ricevere da Pfizer circa 27 mila dosi, per la Puglia le reali soluzioni sembrano essere Moderna e Astrazeneca.

Toscana e Piemonte restano in piedi

La Toscana, con il 36% di dosi in meno, dichiara di non avere problemi. L’assessore regionale alla sanità Simone Bezzini ha fatto riferimento alla strategia preventiva adottata finora e alle dosi messe da parte che al momento garantirebbero il proseguo indisturbato della campagna. Con il 79,3% di dosi somministrate la sospensione della prima somministrazione sul territorio è durata soltanto tre giorni per poi riprendere a pieno ritmo. «La somministrazione sarà garantita fino a fine gennaio» ha continuato l’assessore, «e la fornitura della prossima settimana, seppur decurtata, ci consentirà di arrivare fino a fine febbraio».

Il Piemonte ha perso 5.850 dosi, ma il presidente della Regione Alberto Cirio non è preoccupato. «Il ritardo nelle consegne di Pfizer non ci ha fermati e non incide in alcun modo sulla nostra campagna vaccinale contro il Covid» ha detto. Il Piemonte conta l’89,5% di dosi somministrate. La campagna ora andrà avanti con il via per gli over 80 previsto per il 30 gennaio. Le dosi di Moderna in arrivo saranno da supporto, nella speranza che Astrazeneca possa aprire le porte anche dei medici di base.

Le Regioni salvate da Pfizer

Non sono per niente chiari i criteri epidemiologici e logistici che Pfizer ha seguito nella scelta delle Regioni da privilegiare. I sei territori fuggiti alla ghigliottina delle forniture non hanno subìto rallentamenti ma hanno senza dubbio aumentato il clima di tensione tra le Regioni. La domanda è sul perché di una differenza così grande di percentuali. Dallo 0% di Marche, Umbria, Basilicata, Abruzzo, Molise e Valle d’Aosta al 60% del Trentino, la chiave ora sarà non perdere l’obiettivo comune di un piano da far funzionare.

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