Pfizer consegna e decide quando: perché con gli accordi europei (vaghi) gli avvocati potrebbero servire a poco

di Giada Giorgi

Il vincolo dell’azienda statunitense con l’Europa è quello di consegnare le dosi accordate entro la fine del primo trimestre 2021, ma i ritmi del piano distributivo rimangono un patto di fiducia su cui i governi non possono far altro che sperare

Pfizer consegna, Pfizer decide. Negli equilibri di potere di una campagna vaccinale a dir poco impegnativa ora non c’è dubbio su quale sia l’ago della bilancia. L’azienda produttrice del primo vaccino anti Covid autorizzato in Europa ha letteralmente imposto ai Paesi membri un rallentamento nelle consegne senza che questi potessero fare nulla. «Lavori di ampliamento dello stabilimento» ha detto l’azienda americana, annunciando in prima battuta un ritardo fino a 4 settimane. Lo scalpitare europeo alla notizia ha prodotto nelle ore successive una riduzione del ritardo previsto a 1 settimana, con la promessa da parte di Pfizer di recuperare il gap della consegna a partire dal 25 di gennaio.


Promesse a parte, di fatto la consegna della fornitura settimanale prevista per esempio in Italia avrà il 30% di dosi in meno. 165mila iniezioni che non verranno fatte e un programma di richiami per la seconda dose che rischia di saltare. L’unica speranza a cui il governo si aggrappa in queste ore è che Pfizer mantenga le promesse, in un clima di impotenza di fondo che, alla luce di una delle campagna vaccinali più imponenti della storia, risulta paradossale. E il problema non riguarda solo l’Italia.

Le maglie larghe sui tempi negli accordi europei

Quando la Commissione europea ha siglato i contratti per i 27 Paesi membri ha accettato alcune fondamentali condizioni imposte dalle sei Big Pharma, una su tutte la non garanzia del risultato e le relative conseguenze sul piano delle tempistiche. Esempio lampante Astrazeneca, che ha allungato più volte la sperimentazione, o la stessa Sanofi che ha tolto qualsiasi speranza di un vaccino anti Covid prima di giugno. Non è diverso il discorso per Pfizer: l’unico vincolo sulle consegne che lega l’azienda all’Europa è il garantire la fornitura promessa entro la fine del primo semestre 2021. Nessun obbligo sulla cadenza degli invii, nessun calendario vincolante, piuttosto la piena libertà su un piano distributivo ad oggi completamente nelle mani dell’azienda farmaceutica.

La poca voce in capitolo dei governi ha avuto conferma anche nella stessa decisione presa da Pfizer per l’Italia su quali Regioni avrebbero dovuto subire i tagli di consegna: «In modo del tutto arbitrario Pfizer ha deciso come ridistribuire la nuova fornitura» si è lamentato ieri il Commissario per l’emergenza Domenico Arcuri. «Questa decisione non condivisa né comunicata ai nostri uffici produrrà un’asimmetria tra le singole regioni» ha continuato. Pfizer sta dunque decidendo entro i limiti dell’accordo preso, i governi entro quegli stessi limiti sbattono i piedi per terra.

Le armi spuntate per gli avvocati di Arcuri

E così unendosi alla lamentela collettiva di Stati membri del tutto impotenti, Arcuri ha minacciato l’azienda produttrice del vaccino anti Covid di procedere per vie legali. Dal ministro Speranza invece è arrivata la richiesta di «lealtà e rispetto dei patti», insieme alle rassicurazioni ottenute dalla commissaria europea alla Salute Stella Kyriakides, esortata di assicurarsi che tutto vada come promesso. Ma il punto è che se minacce di azioni legali ed esortazioni rischiano da un lato di servire a poco, dall’altro lo sperare che «andrà tutto bene» non basta più.

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Giada Giorgi