Perché la Lombardia è finita in zona rossa per sbaglio? L’errore sui conteggi risolto dopo mesi con una telefonata

La regione guidata da Attilio Fontana tornerà in zona arancione dal 24 gennaio. Ma per mesi, a causa di alcuni informazioni epidemiologiche omesse, avrebbe inoltrato dati errati a Roma

Sette giorni in zona rossa per un errore. È il caso della Lombardia, che da domani torna in zona arancione dopo la revisione dei dati sul monitoraggio sull’andamento della pandemia di Coronavirus da parte della Cabina di regia. Un errore che si sarebbe trascinato da almeno ottobre, risolto dopo una lunga telefonata tra chi materialmente cura i conteggi a Roma e Milano. E mentre i tecnici risolvevano, sul fronte politico lo scontro esplodeva. Da un lato il governatore lombardo Attilio Fontana ha ribadito che la regione ha «sempre fornito informazioni corrette», accusando Roma di «calunniare la Lombardia per coprire le proprie mancanze»; dall’altro una coltre di dubbi, in attesa di effettiva verifica dei dati. 


La rettifica dei dati inviata dalla Lombardia

Una ricalcolo, in realtà, reso possibile solo dopo l’invio da parte della Regione di una «rettifica relativa anche alla settimana 4-10 gennaio» (ossia il lasso di tempo decisivo per l’assegnazione del colore della Regione) inoltrato a Roma il 20 gennaio, quando l’istituzione della zona rossa era stata già stata deliberata dal ministro Speranza dal 16 gennaio, sulla base dei dati inviati dalle regioni ed elaborati dall’Iss. La Lombardia, infatti, avrebbe comunicato erroneamente i dati relativi al numero di casi sintomatici e la relativa data di insorgenza dei sintomi. Dati di fondamentale importanza, dato che l’indice Rt viene proprio calcolato sul dato dei sintomatici comunicati dalla regione e di conseguenza, il colore di una regione dipende (anche) da questi elementi, in aggiunta ad altri 20 parametri.

La differenza tra dati comunicati e rettificati

Le differenze tra prima comunicazione dei dati e «aggiornamento inviato dalla Regione» è sostanziale. In prima istanza erano stati comunicati in totale 419.362 casi con «data di inizio sintomi», mentre nella rettifica inviata a Roma il 20 gennaio, questi scendono a 414.487. Tra prima e seconda comunicazione sarebbe diminuito il numero del «totale dei soggetti positivi con data inizio sintomi (e indicazione di uno stato sintomatico di qualunque gravità) o assenza di informazione» passati da 185.292 a 167.638. Parallelamente, sarebbe aumentato il numero «totale dei casi con data inizio sintomi dichiarato stato asintomatico o evidenza di guarigione/decesso senza indicazione di stato sintomatico precedente», ossia gli asintomatici, i guariti e deceduti, passati da 234.070 a 246.849. Dati che rimodulano, non di poco, l’indice Rt, che è passato dunque da 1,4 a 0,88. Certo, stando unicamente all’indice Rt la regione dovrebbe passare in zona gialla. Ma il rischio è considerato ancora alto e, analizzando insieme tutti e 21 parametri, la situazione lombarda viene comunque considerata «ad alto rischio», e pertanto può passare in zona arancione.

L’errore di compilazione dei dati della Lombardia che ha portato alla zona rossa

Questa variazione numerica sarebbe legato ad altre informazioni mancanti. Nei dataset, infatti, non sarebbe stato inserito il dettaglio dello stato clinico delle persone positive, specificando se queste fossero sintomatiche, asintomatiche o paucisintomatiche contestualmente alla data di segnalazione di positività al virus. Omettendo questi dettagli, inoltre, è venuta a mancare spesso la comunicazione sull’eventuale guarigione o decesso di diversi pazienti, che pertanto sono rimasti conteggiati come casi sintomatici attivi. Gli uffici della Prevenzione della Regione Lombardia, come riportato dal Corriere della Sera, precisano che le informazioni sulla sintomatiche, asintomatiche o paucisintomatiche «non sono obbligatorie e sarebbe sbagliato forzarle», aggiungendo che tali dati «vengono forniti solo nel momento in cui i medici li segnalano alla Regione». 

L’errore individuato dopo mesi con una telefonata

E questo errore di sovrastima dei casi sintomatici sarebbe emerso durante una telefonata di confronto tra l’epidemiologo Stefano Merler, che fa i conti per conto del ministero della Salute e per l’Istituto Superiore di Sanità, con l’autore dei report della regione Lombardia, l’epidemiologo Danilo Cereda. Un errore che andrebbe avanti da ottobre, in realtà. Anche in luce del cambiamento delle linee guida ministeriali che attualmente prevedono che una persona positiva al tampone può interrompere l’isolamento tra i 10 e i 21 giorni dalla comparsa dei sintomi, ovviamente dopo un tampone negativo, e non più doppio come delineato in precedenza. Insomma, la Lombardia omettendo questi dati e i relativi dettagli sullo stato di sintomaticità avrebbe comunicato, per mesi, dati sbagliati all’Istituto Superiore di Sanità. Con tutte le implicazioni del caso: zone rosse incluse. 

La class action dei commercianti

Intanto un gruppo di commercianti lombardi, guidati dai legali Francesco Borasi e Angelo Leone, sono al lavoro per una class action. «Dopo la conferma sui gravi errori che hanno bloccato la Regione Lombardia, locomotiva d’Italia, nella zona rossa, le associazioni di commercianti ed imprenditori hanno deciso di proporre una class action contro i responsabili per i danni subiti». Gli avvocati avrebbero raccolto le adesioni per la maxi causa di tre associazioni e di una ventina di commercianti. «Ci siamo attivati per chiedere i documenti alla Regione – ha spiegato Borasi all’agenzia Ansa- ai fini della richiesta di risarcimento» motivato dal presunto errore di calcolo dell’indice Rt.

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