Cinque anni fa l’omicidio di Giulio Regeni. Oggi l’Europa prova ad alzare la voce contro l’Egitto, senza decidere nulla

Mentre l’Egitto ricorderà oggi i fatti di 10 anni fa che portarono alla deposizione di Mubarak, Di Maio chiederà aiuto a Bruxelles per ottenere dal Cairo la verità sul ricercatore italiano

Non ci sarà nessuna conclusione. Nessuna decisione. Oggi, al Consiglio degli esteri europeo si discuterà d’Egitto e di diritti umani. Si parlerà di al-Sisi, del suo regime, delle novità sul caso di Giulio Regeni, della sempre più lunga detenzione dell’attivista Patrick Zaki. Ma non ci sarà nessuna delibera. Ed è proprio Bruxelles a dirlo. Insomma tutte le delegazioni, in particolare quella italiana, come annunciato dal ministro degli Esteri Luigi di Maio, esprimeranno le loro preoccupazioni sul regime del presidente egiziano.


E per l’Ue non poteva esserci giornata più simbolica per affrontare la deteriorante situazione dei diritti umani in Egitto. Già, perché il 25 gennaio ricorrono i 10 anni dalle proteste di piazza Tahrir, la miccia che diede il via alla rivoluzione che depose Mubarak, al potere da più di 30 anni. Dopo di lui venne Morsi, e poi successe quello che successe, in quel bagno di sangue nell’agosto 2013, quando al-Sisi mandò l’esercito a intervenire contro la folla riunita nella moschea di Rabaa el-Adaweya uccidendo centinaia di membri dei fratelli musulmani e no, vicini a Morsi. Un eccidio di quasi 200 persone.

Tre anni dopo, però, tra gennaio e febbraio del 2016, sarà un italiano la vittima della brutalità di al-Sisi. Rapito, torturato e gettato in mezzo alla strada: solo a dicembre la procura di Roma ha rivelato per la prima volta cosa successe durante quelle settimane a Giulio Regeni, dopo cinque anni di indagini e nonostante gli intralci del Cairo. Dei quattro governi italiani che si sono succeduti, nessuno ha tagliato ogni legame economico con l’Egitto.

Gli affari italiani in Egitto

Dal 2016 al 2019 il regime degli scambi con l’Egitto è cresciuto da 7 a 871 milioni. Un business fatto di armi e navi. Come le fregate Fremm per cui l’Italia ha chiuso un contratto da 1,2 miliardi. Una vendita chiusa con il Cairo che fa parte del grande affare militare del secolo per l’Italia: 10 miliardi in armi, imbarcazioni per operazioni di pattugliamento, elicotteri, satellite militare e molto altro. Tutti beni che andranno a rafforzare un regime già repressivo.

E se il 10 dicembre l’Italia ha fatto per la prima volta i conti con la verità sulle atrocità subite da Regeni, due settimane dopo, il 23 dicembre, in una cerimonia avvenuta in sordina, il governo ha consegnato agli ufficiali della Marina Militare dell’Egitto, presso i cantieri del Muggiano a La Spezia, la prima fregata. Qualche giorno dopo Di Maio aveva chiesto aiuto a Bruxelles, appellandosi al coinvolgimento dell’Europa per “trovare la verità” sul caso Regeni.

Non solo Italia

Insomma, se si può fare affari con un regime autoritario e repressivo, poi dovrebbe essere vietato stupirsi se quello stesso regime mente sull’omicidio e le torture ai danni di un giovane ricercatore. D’altronde, era stato lo stesso premier Conte a parlare di un compromesso necessario per continuare a cooperare con l’Egitto.

Ma l’Italia non è certo sola. Anche la Francia è tra i principali esportatori di armi al Cairo. Ma non solo. Parte del regime di sorveglianza che ha soffocato qualsiasi libertà dei cittadini egiziani è stato sovvenzionato dai sistemi forniti da Parigi. Senza dimenticare l’onorificenza conferita da Macron ad al-Sisi poco più di un mese fa. Oggi l’Europa discuterà dei suoi rapporti con l’Egitto. Ma a cinque anni dalla morte di Regeni, dopo aver firmato contratti miliardari in nome dei rapporti del buon vicinato, il governo potrebbe perlomeno smetterla di far finta di indignarsi e sorprendersi per le bugie del Cairo.

Foto copertina: EPA/MOHAMED OMAR Evert Elzinga

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