I dubbi di Berlusconi e il «no» di Salvini fanno fallire (per ora) il piano per portare Forza Italia al governo e tagliare le ali a Renzi – Il retroscena

Un piano elaborato dall’uomo che, da trent’anni, è il pontiere fidato del Cavaliere. E che, se non fosse stato per l’altolà della Lega, avrebbe eliminato Italia viva dalla scena politica

La maggioranza che ha sorretto il governo uscente, più il nuovo gruppo Europeista al Senato e meno Italia viva, è compatta sul nome di Giuseppe Conte. Almeno, questa è la via indicata davanti alle telecamere, nelle direzioni di partito, durante le conferenze stampa che seguono le consultazioni al Quirinale. Ma esiste una pista diversa, non un’ipotesi, una pista politica battuta da sherpa importanti che hanno sondato i leader della maggioranza e della quale, naturalmente, anche la presidenza della Repubblica è al corrente. In questo momento della trattativa e finché non sarà consumato il tentativo di Conte di mettere insieme una maggioranza con i volenterosi, il piano è stato stoppato e resta inabissato. Ma non è detto che, qualora la maggioranza non avesse altra strada che arrendersi e consegnarsi di nuovo nella mani di Matteo Renzi, non riemerga in un modo o nell’altro.


Se il Pd e Nicola Zingaretti hanno come grande tessitore Goffredo Bettini, diventato per l’occasione anche consigliere dello stesso Conte, il centrodestra, quello moderato, ha da trent’anni la sua eminenza grigia in Gianni Letta. Nelle ultime settimane, già prima delle dimissioni di Conte, il consigliere di Silvio Berlusconi, l’amico di tutti e di nessuno, ha lavorato discretamente per riportare Forza Italia al governo. E, tutto sommato, il disegno di Letta non dispiace né a Zingaretti né a Luigi Di Maio per una ragione semplice, che riassume il senso della crisi e sulla base della quale si vedrà chi ha vinto o chi ha perso la mano: è un disegno che neutralizzerebbe Renzi e lo renderebbe politicamente irrilevante.


Sottrarsi al giogo del senatore toscano

Il piano del pontiere di Forza Italia nasce da una premessa: Conte, che spera di ricevere il mandato esplorativo dopo il primo giro di consultazioni – ma difficilmente l’otterrà, dato che Renzi avrebbe chiesto a Sergio Mattarella di incaricare un’altra persona -, non può fare a meno dei numeri di Italia viva al Senato. Senza i 18 senatori renziani, il governo si muoverebbe su un terreno infido. Ma accettare il ritorno di Italia viva in maggioranza, anzi, per dirla con Renzi, chiedere a Italia viva di tornare a farne parte, sarebbe una doppia sconfitta per Pd e M5s: i partiti del “mai più con Renzi” dovrebbero smentire se stessi e Conte resterebbe ostaggio del supporto renziano.

Con le prime avvisaglie della crisi, il presidente del Consiglio ha dovuto cercare a tutti i costi un modo per non cedere al senatore di Rignano l’onore della vittoria. La strada scelta da Palazzo Chigi per guadare la crisi di governo è stata la pesca dei responsabili. L’operazione, tuttavia, si è scontrata sia con le perplessità della presidenza della Repubblica, che ha fatto esplicita richiesta di una maggioranza solida e con una definizione politica chiara, sia con i numeri dei responsabili che, di fatto, non sono decollati oltre quota dieci. Il tentativo finora è fallito. È scaduto il tempo concesso a Conte da Mattarella e la palla è passata al Quirinale.

L’alternativa di Sua Eminenza

Che la strada dei responsabili fosse impervia, il centrodestra l’aveva capito prima degli altri. Tant’è che è bastata qualche telefonata di Silvio Berlusconi per limitare le fuoriuscite dal suo gruppo, mentre Lega e Fratelli d’Italia, con le percentuali di consenso attuali, non hanno mai temuto che qualcuno potesse lasciare l’area sovranista, avendo ottime possibilità di essere eletto nella prossima legislatura. Letta, piuttosto, aveva iniziato a lavorare al pieno coinvolgimento di Forza Italia in un nuovo governo solido grazie agli oltre 50 senatori forzisti. Anche accettando la permanenza di Conte a Chigi: tra Letta e l’avvocato pugliese, il dialogo è possibile.

Anzi, il confronto c’è stato e in più di un’occasione. L’idea dei forzisti al governo fa gola un po’ a tutti coloro che vogliono uccidere – politicamente – Renzi. Il Movimento 5 stelle, che ha governato per oltre un anno con la Lega, non avrebbe motivo di porre veti su un partito decisamente più moderato. Il Pd, tutte le volte che ha parlato di un allargamento della maggioranza, non ha escluso la partecipazione del centrodestra non sovranista. Che poi, per la corrente fedele a Zingaretti, disarmare una volta per tutte Renzi vale bene un’alleanza “per la salvezza nazionale” con il partito di Silvio Berlusconi. All’opposizione o nella maggioranza ma reso inoffensivo dai numeri larghi assicurati da Forza Italia, il gruppo di Italia viva in Parlamento si sfalderebbe definitivamente. O almeno, questa è la scommessa, di buona parte del gruppo dirigente del Pd.

Lo scenario funziona e Salvini prova a disinnescarlo

Un governo con Forza Italia e senza Italia viva avrebbe i numeri e una ragione politica per proporsi al cospetto di Mattarella. Anzi, alcune fonti assicurano che il Quirinale, che è ovviamente al corrente di questa possibilità, non solleverebbe alcuna obiezione. D’altra parte, Forza Italia non è un partito sovranista, quindi può muoversi nell’alveo di una grande maggioranza europeista e, anzi, la sua presenza servirebbe a completare il quadro del forze politiche per definire il terzo governo della legislatura “di unità nazionale”. Infine, per il compiacimento di chi teme la nascita di un partito di Conte, il suo ingresso in maggioranza avrebbe l’effetto di stroncare la nascita di liste moderate, convogliando su di sé la necessità di riempire il campo centrista.

Lo scenario al quale lavora l’eminenza grigia del Cavaliere sembra perciò funzionare. Manca però un tassello. Come regolarsi con le altre formazioni di centrodestra e soprattutto con Matteo Salvini? «La strada preferita da Letta», racconta uno dei pochi azzurri che hanno seguito passo passo la trattativa, «era quella di convincere il capo della Lega a dare il via libera. In fondo, è stato il ragionamento di Gianni, noi abbiamo permesso a loro di governare insieme al movimento di Beppe Grillo e Alessandro Di Battista. Loro al governo, noi all’opposizione, ma sempre salvaguardando l’unità del centrodestra. Perché adesso loro non dovrebbero fare altrettanto con noi? Ma Matteo ha fiutato la trappola e non c’è cascato».

Ritorno nei ranghi

Sì, la trappola, perché è evidente che la maggioranza di “salvezza nazionale” può prefigurare la fine del centrodestra come lo conosciamo e portare a un’alleanza elettorale da Forza Italia a una parte del M5S, composita ma larghissima, in grado di vincere le prossime elezioni. E Salvini, non può permettersi di presentarsi al voto senza una formazione centrista che dreni voti moderati in una coalizione integralmente sovranista e populista. E così è arrivato il niet del leader leghista. Prima in privato, poi, l’altro giorno, in pubblico. Con una dichiarazione tanto minacciosa quanto chiara: «Mi rifiuto di pensare a un governo Pd-5 Stelle-Leu Boldrini e Forza Italia, mi rifiuto io a nome di Forza Italia per il bene che voglio a Silvio Berlusconi, a Forza Italia e per l’idea del centrodestra che governa la maggioranza dei comuni e delle regioni nel Paese». In altre parole, se ci provate siete fuori dal centrodestra.

Per Forza Italia, si tratterebbe di uno strappo traumatico con Lega e Fratelli d’Italia. Ma questa via non piace ai tanti parlamentari forzasti che temono di non essere rieletti senza l’appoggio della Lega. Servirebbe un leader che trattasse autorevolmente con i segretari della maggioranza e con Conte, che ottenesse garanzie sulla riforma elettorale proporzionale e poi rassicurasse e guidasse i parlamentari sulla nuova strada. Un tempo questo leader sarebbe stato Silvio Berlusconi. Senza il suo impegno convinto, il piano di Letta poteva funzionare solo con il placet leghista. Incassato il niet di Salvini, è stato riposto nel cassetto in attesa di ulteriori sviluppi. E, per questa volta, i due Matteo della politica nazionale si sono salvati a vicenda.

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