Disoccupati e scoraggiati, essere giovani durante la pandemia: storie e voci di under 30 che hanno perso il lavoro e la fiducia nel futuro

«Dopo 15 colloqui andati male mi sono sentita inutile. Mi ripetevo: non ho alcuna speranza», racconta Corinna. Stanno aumentando patologie come gli attacchi di panico, l’ansia e la depressione, spiega la dottoressa Casonato

Quando a settembre del 2019 trova il suo primo lavoro come stagista in un negozio di cosmetici, Corinna non ci può credere. Ha appena 21 anni e questo è, letteralmente, un sogno che si realizza: è l’occasione che aspettava per poter restare a Napoli, la sua città, e occuparsi di quello che l’appassiona, il make-up. Dopo il diploma in lingue ha scelto di buttarsi direttamente nel mondo del lavoro per seguire il suo talento, e ora non ha intenzione di lasciarsi sfuggire l’occasione. Dopo le prime settimane di esperienza, poi, i proprietari del negozio le fanno addirittura la proposta tanto attesa: una volta scaduto il contratto da tirocinante, hanno intenzione di assumerla nel nuovo punto vendita che stanno per aprire. Corinna è entusiasta: deve solo aspettare che sia marzo 2020 e poi tutto andrà per il meglio. Non poteva certo prevedere che, proprio in quel mese, sarebbe scoppiata una pandemia mondiale a causa del Covid.


«La favola si è spenta nel giro di qualche giorno», racconta. «I proprietari hanno dovuto rimandare l’apertura del nuovo negozio e io, nella speranza che tutto si rimettesse in ordine, ho aspettato. Fino a che, in estate, mi hanno detto che non c’erano più soldi per assumere altre persone. Tutto a un tratto non avevo più nulla in mano». Corinna non demorde e inizia a cercare annunci su siti e a mandare curricula ovunque. Passa le giornate tra annunci di call center e di promoting (gli unici disponibili). Nel giro di qualche mese, riesce a guadagnarsi ben 15 colloqui nella sua zona, perché non può permettersi di trasferirsi altrove. Peccato che però vanno tutti male. E il suo umore inizia a risentirne. «Vedevo amici con lauree in giurisprudenza che non ricevevano offerte – racconta -. Mi ripetevo: non ho alcuna speranza. E non ce l’avrò per chissà quanto tempo».

«Mi sentivo inutile», confessa. «Il fatto di dover chiedere di nuovo i soldi ai mei genitori mi ha buttata nello sconforto». Parla di scoraggiamento, frustrazione, sfiducia. Parole che appartengono a migliaia di suoi coetanei connazionali: stando ai dati diffusi il 1° febbraio dall’Istat, a dicembre 2020 gli inattivi tra i 14 e 24 anni sono amentati di oltre 43 mila unità in un solo mese. Nel giro di un anno, se ne sono contati +167 mila, ai quali si aggiungono i 144 mila inattivi nella fascia di età tra i 25 e i 34. Una pandemia parallela, che ha affossato l’umore e le speranze di intere generazioni, e che ha peggiorato la situazione nel Paese europeo con il numero maggiore di persone NEET (Not in Education, Employment or Training).

Il fardello psicologico

Chiara Casonato è una psicologa clinica di 28 anni che lavora tra Roma e Genova. Si occupa di seguire famiglie, adolescenti e giovani più in generale. In questo periodo sta cercando di fare divulgazione il più possibile attraverso i suoi social. Nell’ultimo anno, infatti, ha visto esplodere ulteriormente disagi legati al lavoro che già negli scorsi anni si erano manifestati. «Pian piano ho iniziato a ricevere sempre più richieste di aiuto da persone giovani, tra i 20 e i 30 anni, che avevano perso l’impiego», racconta. Molti di loro non hanno la disponibilità economica per pagare la cura, e la dottoressa ha deciso di prenderne in carico una parte a prezzi molto più bassi, mentre cerca di dare supporto attraverso i canali web.

Stando a un report del Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi, il 43% dei giovani tra i 20 e i 26 anni ha dichiarato di avere poca fiducia nel futuro, al quale si aggiunge il 48% dei giovanissimi tra i 13 e i 19. «La generazione dei 20-30enni sta iniziando a perdere totalmente la speranza», racconta. «Sono anni che ci sentiamo ripetere che non c’è lavoro e, alla fine, abbiamo interiorizzato l’ansia e la preoccupazione già prima di sperimentare l’effettiva scarsità dell’offerta». Se prima della pandemia potevamo far finta che questo aspetto fosse secondario, ora non è più possibile: non avendo nemmeno lo stimolo a uscire di casa a causa della Covid, la mancanza di prospettiva si è amplificata. E stanno aumentando sempre di più una serie di patologie come gli attacchi di panico, l’ansia e la depressione.

L’umiliazione

Maria Teresa ha 26 anni, una laurea magistrale alla Bocconi e un’esperienza di lavoro importante a Londra nell’organizzazione degli eventi. Era scappata in Inghilterra nel 2019, dopo un periodo di stage curriculari e extracurriculari a Milano che non le avevano aperto le porte a nulla – se non ad altri contratti a tempo determinato e retribuiti con semplici rimborsi spesa. Nel Regno Unito stava andando tutto per il meglio quando, a giugno 2020, il settore degli eventi è andato definitivamente in crisi e la sua azienda non le ha rinnovato il contratto.

Maria Teresa è tornata in Italia e ha provato a rimboccarsi le maniche. Col suo settore finito k.o., ha passato le sue giornate a mandare Cv per qualsiasi posizione. Marketing, comunicazione, segreteria. Da settembre, però, è riuscita a fare solo 3 colloqui. «Non faccio che mandare curricula a vuoto. Nonostante l’esperienza, nessuno risponde. È umiliante e frustrante». Mentre Corinna è riuscita a trovare a fine gennaio un impiego di 6 mesi nel settore del porta a porta, Maria Teresa non vede ancora luce. E lo sconforto, in entrambi i casi, rimane.

Fare qualcosa contro la disperazione

Dopo la debacle della generazione nata tra il 1980 e il 1990 – messa in ginocchio dalla crisi economica del 2008 -, l’Italia non può permettersi di perdere un’altra tornata di giovani. Chi è nato dopo il 1990, però, sembra già percepirsi come una lost generation. Sia perché non si vedono progetti economici all’altezza della sfida (come hanno sottolineato anche i ragazzi di #UnoNonbasta, che chiedono un maggior investimento sui giovani nel piano per il NextGenUe), sia perché il peso emotivo rischia di essere travolgente.

«C’è solo una parola che mi viene in mente: disperazione», dice la dottoressa Casonato. In tempi di pandemia il lavoro è in molti casi l’unico appiglio per una routine che dà struttura alle giornate. «Vedere persone di 20 o 30 anni perdere la speranza è molto pericoloso», spiega. «Se non si è in grado di uscire dalla crisi, dobbiamo almeno fare in modo che il supporto psicologico diventi accessibile a tutti, e che non resti appannaggio del privato. Lo dobbiamo fare tanto per loro, quanto per il futuro dell’Italia tutta».

Immagine di copertina: Bonnie Kittle su Unsplash

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