Impianti, scuole e ristoranti: tutte le giravolte del Comitato tecnico scientifico sulle decisioni anti-Covid

Divieti, aperture e dietrofront, i pareri del gruppo di esperti scelti per guidare il Paese nella lotta al virus, generano ancora dubbi e confusione. E ora c’è chi ne chiede la testa

Era il 5 febbraio 2020, da appena quattro giorni l’Italia aveva dichiarato lo stato d’emergenza sanitaria nazionale e l’ex premier Conte confermava ufficialmente i primi due casi di Covid-19 nel Paese portati da due turisti cinesi. Negli atti iniziali di uno scenario più difficile del previsto, l’idea migliore sembrò quella di formare un comitato di esperti che potesse guidare il governo nelle decisioni da prendere. A tale proposito fu il decreto n. 371 firmato dal Capo Dipartimento della Protezione Civile Angelo Borrelli ad istituire il Comitato tecnico scientifico, anche conosciuto come Cts. Il compito sarebbe stato quello di «consulenza e supporto alle attività di coordinamento per il superamento dell’emergenza epidemiologica dovuta alla diffusione del Coronavirus».


Da quel momento una serie di decisioni e valutazioni complesse hanno posto il nuovo organo al centro della strategia anti virus del Paese. Divieti, aperture, dietrofront: il dialogo non sempre chiaro con il direttivo politico ha portato nel tempo non pochi dubbi sulla linearità del ruolo svolto. E oggi, dopo quasi un anno di pandemia e un nuovo esecutivo, c’è chi chiede la testa del Cts. «Non possono cambiare idea ogni 10 giorni» ha tuonato Matteo Salvini dopo l’improvviso dietrofront sulla riapertura delle piste da sci, «la salute non può essere una questione politica». E mentre la Lega ora chiede a gran voce «un immediato cambio di squadra a livello tecnico», le polemiche sul gruppo scelto di esperti e scienziati sembrano non attenuarsi.

Chi sono e cosa fanno

Dirigenti sanitari della pubblica amministrazione, coordinatori di istituzioni private attive nella lotta alla pandemia, nessun virologo. I nomi, scelti dal Ministro della Salute e dal Capo Dipartimento della Protezione Civile, sono chiamati a svolgere l’attività pro bono e a riunirsi con costanza per valutare i termini della strategia anti Covid sulla base dei dati disponibili. I dossier esaminati riguardano la vita quotidiana dei cittadini in tempo di Covid, dalle questioni sanitarie ai temi relativi al mondo della scuola, dai trasporti, alla ristorazione, dalla pubblica amministrazione alle attività commerciali.

La pubblicazione dei verbali viene effettuata dopo 45 giorni dalla data della riunione e consultabili nel GITHUB del Dipartimento della Protezione Civile. Chi si riunisce? La formazione attuale iniziale composta da 26 membri, ridotta a 20 nell’aprile 2020, tornata a 26 nell’ordinanza del 15 maggio. Tra quelli della prima ora ci sono loro.

Agostino Miozzo

È il coordinatore del Comitato tecnico scientifico. Arriva dalla coordinazione dell’Ufficio Promozione e integrazione del Servizio nazionale della Protezione civile del Dipartimento della protezione civile. Laureato in medicina è specializzato in Chirurgia Ostetrico Ginecologica. Agostino Miozzo ha lavorato con Emercency Italia e all’incarico di studio per la presentazione al Parlamento del rapporto annuale per le politiche anti-droga.

Silvio Brusaferro

È l’attuale presidente dell’Istituto Superiore di Sanità e uno dei membri della prima ora del Comitato tecnico scientifico per l’emergenza Covid. Specializzato in Igiene e Medicina Preventiva, materia che insegna anche all’Università di Udine, dove è professore ordinario, Silvio Brusaferro arriva nel gennaio 2019 alla nomina di commissario straordinario dell’Iss da parte dell’allora ministra Giulia Grillo, dopo le dimissioni anticipate di Walter Ricciardi. Salito alla presidenza, ha ora la rappresentanza legale e l’incarico di predisporre il Piano triennale di attività dell’Iss.

Franco Locatelli

Membro di diritto del Cts, dal 22 febbraio 2019 è presidente del Consiglio Superiore di Sanità del ministero della Salute. Medico, specializzato in Pediatria e ed ematologia Franco Locatelli è direttore del dipartimento di oncoematologia e terapia cellulare e genica all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma.

Claudio D’Amario

Direttore generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute e componente Cts. Dal 2009 al 2016 è stato Direttore Generale della ASL di Pescara. Specializzato in Medicina Interna, ha svolto il dottorato di ricerca in Malattie non infettive presso l’Istituto superiore di sanità.

Giuseppe Ippolito

Direttore scientifico dell’Istituto nazionale per le malattie infettive “Lazzaro Spallanzani”. Giuseppe Ippolito è un ricercatore biomedico con particolare riferimento alle malattie infettive e alla sanità pubblica.

Nicola Magrini

Direttore generale dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) da marzo 2020. Medico specializzato in farmacologia, è stato ricercatore dell’istituto Mario Negri di Milano e direttore del Centro Collaborativo dell’Organizzazione Mondiale di Sanità.

La chiusura degli impianti da sci

Il 4 febbraio il Cts ufficializzava il via libera per impianti e stazioni sciistiche. La decisione era stata frutto di una lunga riunione in cui esperti e scienziati avevano analizzato il dossier redatto dalle Regioni e Province autonome nella Conferenza del precedente 28 gennaio. «Via libera allo sci dal 15 febbraio nelle zone gialle», era stato il verdetto dell’organo di consulenza, con obbligo di accortezze anti Covid da dover ovviamente seguire. Capienza ridotta al 50% su funivie, cabinovie e seggiovie con utilizzo obbligatorio di mascherina. Il test dunque aveva passato il vaglio degli esperti per tutte le zone gialle del Paese, con l’entusiasmo di proprietari di impianti, maestri di sci e albergatori.

«È un bel segnale quello del Cts», aveva subito commentato il presidente della Regione Veneto Zaia: «Un segnale doppio che, da un lato ci regala una grande tranquillità perché il via libera arriva direttamente dal mondo scientifico e, dall’altra parte, fornisce l’occasione per un rilancio della montagna in concomitanza coi mondiali di sci di domenica prossima a Cortina». Ma la «tranquillità per una decisione arrivata da esperti» è durata meno di 10 giorni.

Il 14 febbraio giunge la notizia che stravolge lo scenario delle riaperture: «Non appaiono sussistenti le condizioni per ulteriori rilasci delle misure contenitive attuali, incluse quelle previste per il settore sciistico amatoriale». In sostanza non si riapre più nulla. Una doccia fredda arrivata da quello stesso gruppo di esperti che, dopo attenta valutazione, il 4 febbraio aveva concesso il via libera.

La motivazione presentata è stata quella di una «mutata condizione epidemiologica» dovuta alla «diffusa circolazione delle varianti virali». Colpa delle mutazioni di Covid-19 quindi, come se il problema fosse spuntato senza nessun preavviso o possibilità di previsione. I Paesi europei già messi in ginocchio da mutazione “inglese“, “sudafricana” e “brasiliana” sono ormai da settimane campanelli di allarme anche per il nostro territorio. Ragione che già a dicembre aveva portato il ministro della Salute Speranza a bloccare i voli da e per il Regno Unito.

Sui ristoratori il parere offuscato dalle richieste politiche

Tra le speranze disilluse dell’ultimo periodo anche quella dei ristoratori. La luce in fondo al tunnel per ristoranti e locali sembrava essere la notizia, circolata ai primi di febbraio, della tanto attesa riapertura serale. «Il Cts potrebbe dare il via libera», il rumors non smentito immediatamente dagli scienziati si era diffusa velocemente, dopo la richiesta ufficiale di «riapertura di pubblici esercizi» da parte del ministero dello Sviluppo economico.

Il verdetto, poi arrivato, del Comitato tecnico scientifico ha anche in questo caso gelato tutti: nessuna apertura. A portare fuori pista, le linee guida che gli scienziati erano stati chiamati a fornire in risposta alla richiesta del governo sulla possibilità di riapertura. «Abbiamo soltanto indicato le misure necessarie per un’eventuale riapertura e ne abbiamo evidenziato i rischi» avevano detto, spiegando come la decisione spettasse comunque al governo.

Tutto era nato dunque dal documento del ministero dello Sviluppo Economico circolato il 5 febbraio con una richiesta che il Cts sembrerebbe aver respinto già dal 26 gennaio. Ma le dichiarazioni dello stesso Miozzo ai giornali aveva in parte fatto pensare a uno spiraglio: «Apertura la sera? Sarebbe anche possibile, ma con controlli ed esercito a presidiare le piazze». L’ultima posizione, stando almeno ad oggi, è di nuovo quella di un divieto totale.

Le montagne russe sulla scuola

È senza dubbio una delle questioni più spinose nella complicata lotta al virus. Spesso incerte e contraddittorie, le decisioni politiche prese sulla scuola in tempo di pandemia hanno spesso messo in dubbio la solidità delle linee guida dettate dal gruppo di esperti e scienziati. Sono stati molti i dietrofront del Cts sulla scuola. I ripensamenti sui mascherine e obblighi di distanziamento, puntualmente in contrapposizione con le dichiarazioni diffuse dalla stessa ex ministra all’Istruzione Azzolina, hanno creato non poca confusione nel delicato momento delle riaperture del settembre scorso.

Il passo indietro sull’obbligo del distanziamento tra i banchi era stato un rimedio alle difficoltà che avevano investito le scuole nella ricerca di nuovi spazi. Stessa storia per il contrordine sulle mascherine, avvenuto nel giro di soli due giorni: prima obbligatoriamente chirurgiche con la bocciatura totale di quelle di stoffa, poi anche di stoffa a patto che venissero lavate e disinfettate tutti i giorni. Non ultimo il nodo trasporti.

Dalle prime nette dichiarazioni sulla necessità di distanziamento sui mezzi pubblici e sulla presenza di divisori senza i quali non poter partire, si è passati nel giro di pochi giorni alla concessione dei 15 minuti massimi da passare sul mezzo anche senza divisori. Dal divieto di riempire bus, metro, tram e pullman al via libera alla mobilità al 75%-80%. Un continuo yo-yo, di certo più comune al fare politico che a quello della scienza, e forse per questo ancora più destabilizzante.

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