Dopo la pandemia sanitaria, bisogna evitare quella economica: il neo-ministro Franco debutta a Bruxelles

Un ritiro «brusco e scoordinato» delle misure straordinarie di sostegno all’economia potrebbe innescare un’ondata di fallimenti e insolvenze bancarie a catena, e causare danni economici e sociali duraturi

Manca ancora la fiducia delle camere, ma il nuovo corso del governo di Mario Draghi è iniziato. Nelle riunioni dell’Eurogruppo e di Ecofin l’Italia è rappresentata dal nuovo ministro dell’economia e finanze, Daniele Franco. Sul piano della competenza Franco è una garanzia, oltre alla carriera in Banca d’Italia, negli anni ’90 è stato anche consulente economico del DG Ecfin, il direttorato generale europeo degli affari economici e finanziari.


La videoconferenza si è concentrata su come e quando i governi dovrebbero iniziare a rimuovere gradualmente le misure straordinarie di sostegno all’economia, alla luce delle ultime previsioni macroeconomiche che vedono una ripresa più lenta. Argomenti che nei prossimi mesi domineranno le discussioni tra ministri delle finanze dell’eurozona, alla ricerca di un equilibrio tra sostegno alla ripresa e controllo delle finanze pubbliche. 


Fin dall’inizio della crisi da Covid-19 infatti è stato chiaro che mentre la pandemia costringeva le economie ad andare in lockdown, gli Stati membri avrebbero dovuto “pompare” ingenti somme di liquidità nell’economia per mantenere in vita aziende e posti di lavoro. Sospensione del Patto di stabilità e programmi di acquisto titoli speciali della Bce hanno permesso ai governi di fornire i sostegni eccezionali, che durano tutt’ora. Questo supporto vitale pero non può essere mantenuto a oltranza, e si avvicina il momento delle scelte. 

Decidere come e quando ridurre le misure straordinarie potrebbe rivelarsi molto più complicato – e politicamente esplosivo -– rispetto all’unanimità che si è avuta nell’implementarle. Come afferma la nota della Commissione europea discussa all’Eurogruppo, un ritiro «brusco e scoordinato» potrebbe innescare un’ondata di fallimenti e insolvenze bancarie a catena, e causare danni economici e sociali duraturi. 

Le zombie firms

La questione più controversa su come affrontare il disimpegno dei governi dal sostegno all’economia è come affrontare le imprese che non hanno reali possibilità di ripresa senza gli aiuti, le cosiddette zombie firms. Nessuno vuole che le aziende solide falliscano, ma come ha detto un funzionario dell’Unione europea al Financial Times: «Le aziende non più redditizie dovrebbero, a un certo punto, essere autorizzate a fallire».

Ciò impone ai governi di sviluppare un metodo per valutare come il Covid-19 abbia cambiato la struttura delle industrie e delle aziende, determinando quali settori hanno una prospettiva brillante anche dopo la pandemia, e quali invece sono destinati a fallire o non tornare mai più ai livelli di prima. La sfida chiave sarà evitare di ritirare il sostegno alle imprese che hanno prospettive di crescita ma che la perdita di attività causata dalla pandemia ha reso dipendenti dal sostegno pubblico, lasciando però fallire quelle che sono destinate a crollare comunque, con o senza aiuti.

Un discorso che vale anche per il settore bancario, a cui finora è stato risparmiato un aumento delle sofferenze creditizie grazie a massicci regimi di sostegno pubblico. Secondo un rapporto della Commissione, la quota di crediti deteriorati societari nell’eurozona si è attestata al 5,23% dei prestiti totali nel secondo trimestre dell’anno scorso, un dato leggermente inferiore rispetto al trimestre precedente (il primo del 2020). I numeri dei fallimenti quindi sono rimasti contenuti, ma senza misure di sostegno è probabile che un certo numero di imprese non riesca a pagare i propri debiti, portando a un aumento dei crediti deteriorati e delle insolvenze.

Decisioni difficili, politicamente insostenibili, con storie che cambieranno notevolmente da Paese a Paese evidenziando ancora una volta le divergenze degli Stati membri, sopratutto tra quelli dell’eurozona. Funzionari europei interpellati da Reuters hanno detto che probabilmente sarà meglio che certe decisioni vengano fatte con l’aiuto delle valutazioni degli investitori privati, che (sempre secondo i funzionari) hanno strumenti migliori rispetto ai governi. Anche coinvolgere gli investitori privati in un’operazione del genere però è una decisione molto controversa.

La distruzione creativa e il rapporto del Gruppo dei 30

Alcune indicazioni su come procedere possono essere trovate in nel rapporto pubblicato a dicembre dal Gruppo dei 30, un think-tank di consulenza su questioni di economia monetaria e internazionale co-presieduto da Draghi, che ha anche diretto il gruppo di lavoro che si è occupato del rapporto. Nel documento viene sollecitata la fine degli aiuti di Stato per le imprese il cui destino è stato segnato dal Covid-19.

Il rapporto ritiene necessario stimolare «una certa quantità di distruzione creativa», dato che a fronte di alcune aziende che restringono la propria attività o chiudono, ne apriranno di nuove, e alcuni lavoratori «dovranno cambiare azienda o settori di competenza». Secondo il rapporto, i governi «dovrebbero incoraggiare le trasformazioni aziendali necessarie o auspicabili, e i relativi aggiustamenti nell’occupazione».

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