Pochi bioreattori e tempi lunghi: gli ostacoli alla produzione dei vaccini anti-Covid in Italia

Giovedì le aziende a colloquio dal ministro Giorgetti. Scaccabarozzi (Farmindustria) avverte: «Tra i 4 e i 6 mesi per ottenere le prime dosi»

Accelerare sul piano vaccini-anti Covid per far fronte alle incertezze sulle forniture di dosi. Per far ciò, l’Unione europea ha richiesto all’Italia di sondare il tessuto farmaco-produttivo nazionale, per capire se esistono le condizioni per far fronte alla richiesta. Un’operazione già avviata settimane fa dall’Aifa anche dopo l’input del ministro della Salute Roberto Speranza e del commissario Domenico Arcuri. A doversi muovere ora, per conto del governo Draghi, sarà il titolare del Mise Giancarlo Giorgetti, che per giovedì ha convocato il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi, che presenterà una lista di tutte le aziende in grado di sopperire a tale richiesta. 


Il presidente di Farminidustria: «Mancano i bioreattori»

E per quanto l’industria farmaceutica italiana sia uno dei fiori all’occhiello della produzione industriale del Paese, la strada è tutta in salita. Non impossibile, ma ci son due scogli da superare: la cessione della licenza (a tempo) dei brevetti e, non da meno, i tempi e gli strumenti necessari per mettere in produzione i diversi vaccini, ciascuno dei quali richiede tipologie di impianto e di produzione diversi.

Il presidente di Farminidustria Scaccabarozzi, che incontrerà il ministro Giorgetti giovedì 24 febbraio per fare il punto sulla situazione, definisce l’operazione «una missione delicata», anche perché nella produzione di un vaccino «non è che si schiaccia un bottone ed esce la fiala». «Anche se venissero trovati i bioreattori necessari all’infialamento del vaccino, i tempi – sottolinea Scaccabarozzi – potrebbero essere lunghi: potrebbero volerci 4-6 mesi dal momento della loro attivazione per ottenere i vaccini». 

I problemi pratici nella produzione industriale dei vaccini

Insomma, i tempi per attrezzare e attivare gli impianti industriali per la produzione dei vaccini sono lunghi. E nel mentre, nei mesi di adeguamento degli impianti produttivi, potrebbero comunque arrivare le dosi dalle produzioni estere che attualmente vanno a singhiozzo. I problemi risiedono anche sul fronte pratico della produzione industriale vaccinale.

Questo perché, a differenza della produzione di sintesi, il vaccino fa parte di quella categoria di prodotti definiti «vivi». La sua produzione richiede infatti la dotazione di bioreattori, ossia le macchine industriali che infialano il liquido processato del vaccino dentro le boccette. E in Italia, questi macchinari non sono molto diffusi. E anzi, il rischio – in questo contesto emergenziale – che si possano contare sulle dita di una mano è più che reale. 

Questo anche perché non tutte le aziende seguono nello stesso stabilimento tutte le fasi della produzione del prodotto, dall’elaborazione del materiale primario, sino al confezionamento, passando per l’infialamento. E non solo. Non è detto che i macchinari presenti sul territorio italiano abbiano le caratteristiche tecnico-produttive necessarie per la produzione industriale specifica delle diverse tipologie di vaccino.

A diversi vaccini corrispondono diversi sistemi produttivi che a loro volta richiedono diversi strumenti e tecniche produttive ad hoc. Insomma, la strada di produzione di vaccini anti-Covid non è impraticabile, ma è essenziale tenere conto che i tempi di adeguamento degli impianti e di effettiva messa in produzione dei vari vaccini non sarebbero brevi.

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