I dubbi dei medici di base sulle vaccinazioni anti-Covid: «Non cominciamo se non ci sono le dosi». E c’è chi si sfila

Parlano i presidenti degli ordini di Milano e Bergamo. Crisarà, vice segretario della Federazione italiana dei medici di famiglia: «Non vogliamo iniziare per poi bloccarci in corso d’opera»

Bisogna accelerare sulle vaccinazioni. Questo l’obiettivo del governo Draghi che ha siglato un protocollo con medici di famiglia e regioni per dare il via libera alla campagna di vaccinazione contro il Coronavirus «nel più breve tempo possibile». A partecipare dovrebbero essere almeno 35 mila medici. I problemi, però, sono molteplici: molti di loro, ancora oggi, non sanno quando, come e dove cominceranno. L’altra questione, poi, riguarda la disponibilità dei vaccini: i medici di famiglia non inizieranno a vaccinare senza un numero sufficiente di dosi. Infatti, anche nel protocollo siglato il 21 febbraio, il governo ha messo le mani avanti specificando che, nell’ambito degli accordi regionali, bisognerà «individuare la platea dei soggetti da sottoporre alla vaccinazione in relazione, non solo ad età, patologie e situazioni di cronicità ma anche all’effettiva disponibilità dei vaccini».


C’è chi dice no

Non tutti i medici, però, hanno studi adeguati a ospitare una campagna di vaccinazione così imponente. Come Roberto Rossi, presidente dell’ordine dei medici di Milano: «Io sconsiglio di farli all’interno dei propri studi medici. Io sicuramente non lo farò, mi hanno già mandato due diffide perché hanno visto pazienti senza mascherina, figuriamoci adesso con le vaccinazioni…». Un’adesione che, tra l’altro, non sarà obbligatoria per i medici di famiglia (anche se la stragrande maggioranza accetterà): «Potrà farlo chi ha tempo, io la vedo difficile. Non riuscirei, già adesso lavoro da casa», continua.

Un protocollo che, senza mezzi termini, Rossi definisce «molto generico, che lascia spazio libero alle Regioni, insomma un documento light» che rischia di creare modalità di vaccinazioni molto differenti da regione a regione. In Lombardia, ad esempio, le Ats hanno chiesto ai medici di segnalare, in merito agli over 80, «chi non è trasportabile, chi è deceduto». Un «lavoro da amministrativi, non il nostro», tuona. «Noi medici dovremmo pure occuparci della prenotazione per gli over 80, fatto salvo il portale. Una modalità complessa e macchinosa», conclude.

Mancano le dosi

La frammentazione regionale rischia di creare il caos. I medici, infatti, verranno coinvolti nella vaccinazione in base agli accordi con le singole regioni: «In 11 (Liguria, Basilicata, Calabria, Emilia-Romagna, Lombardia, Marche, Piemonte, Toscana, Umbria, Valle d’Aosta e Lazio, ndr) lo hanno già fatto, le altre aspettavano che venisse approvato questo protocollo».

Un’intesa che, di fatto, arriva un po’ tardi, visto che molte regioni hanno fatto da sé, e che non entra mai nello specifico, non risolvendo le questioni dirimenti. Ma, documento a parte, il problema restano le dosi: «Dipenderà da quante ne avremo – ci dice Domenico Crisarà, medico di base a Padova e vice segretario nazionale di Fimmg (Federazione italiana dei medici di famiglia) – noi di sicuro non cominceremo fino a quando le dosi non saranno sufficienti per vaccinare i nostri pazienti. Non iniziamo per poi bloccarci in corso d’opera. Siamo pronti, comunque, a gestire tutti i tipi di vaccini, da Astrazeneca, che è il più semplice, ai più particolari Pfizer e Moderna». Nessun problema sul compenso attribuito ai medici per ogni vaccino la cui tariffa minima sarà di 6 euro.

Studi medici o palazzetti dello sport

Per Guido Marinoni, presidente dell’ordine dei medici di Bergamo, per fare «grandi numeri bisogna fare in fretta». «Per noi farlo in studio può anche andare bene, è come fare l’antinfluenzale in fondo ma adesso servono punti di vaccinazione di 700-1.000 mq come palazzetti dello sport, discoteche, palestre e tensostrutture. Bisogna vaccinare tutti, non solo gli over 80». Una chiamata alle armi che deve coinvolgere tutti, anche i «medici pensionati qualora volessero dare un contributo in termini di volontariato. Ma, al momento, non abbiamo avuto grandi risposte». Perché il problema di chi farà questi vaccini c’è eccome: «Il bando di Arcuri, tra l’altro, è servito a poco, facendoci arrivare pochi medici e infermieri, almeno in Lombardia. Il motivo? Il bando non era di certo appetibile. Assunzione a tempo determinato per massimo 9 mesi», dichiara.

«Alla politica – dice, invece, la segretaria generale del Sindacato dei medici italiani Pina Onotri – è mancato il coraggio di scommettere sui medici di medicina generale». Loro, infatti, avevano chiesto un finanziamento ritenuto «congruo e certo» di un miliardo e 200 milioni di euro per vaccinare il 70 per cento della popolazione in tempi brevi dotandosi, però, di «un’autonoma organizzazione» con tanto di «collaboratori amministrativi e sanitari». Non gli è stato concesso. «Faremo quel che potremo con i mezzi che ci hanno messo a disposizione», conclude.

Buone notizie, invece, vengono dal Lazio che dall‘1 marzo partirà con le prime somministrazioni – 80 mila dosi – che verranno effettuate dai medici di famiglia. Al momento, però, si parla di piccole cifre: 20 dosi a medico, che in tutto sono 4.mila nella regione. Sempre da lunedì partiranno le vaccinazioni domiciliari con Pfizer. Si inizierà dai nati nel 1956.

Il documento

Foto in copertina di repertorio: ANSA/ETTORE FERRARI

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