Inchiesta sull’appalto di Arcuri per le mascherine cinesi: un arresto, e misure interdittive per Benotti e altri tre. Il gip: «Voleva ancora fare affari»

Secondo il Gip, Benotti aveva intenzione di continuare a fare affari sulle forniture per l’emergenza pandemica, ma temeva anche l’arrivo dell’inchiesta dopo che Arcuri aveva interrotto i rapporti con lui

C’è il primo arresto per l’inchiesta sull’affidamento da 1,25 miliardi di euro per l’acquisto di 800 milioni di mascherine dalla Cina da parte del commissario per l’emergenza Domenico Arcuri, nel pieno della pandemia del Coronavirus. Ai domiciliari è finito Jorge Edisson Solis San Andreas (titolare di fatto della Guernica s.r.l), mentre altre misure interdittive sono scattate per Mario Benotti (giornalista Rai in aspettativa, indagato per traffico di influenze illecite per aver sfruttato «le sue relazioni personali con Arcuri» per fare affari), l’imprenditore Andrea Vincenzo Tommasi (titolare della Sunsky srl), Georges Fares Khozouzam e Daniela Guarnieri.


Le intercettazioni

Nelle intercettazioni citate dal Gip nell’ordinanza sull’arresto e le interdizioni emerge che Benotti: «aveva intenzione di continuare a proporre ulteriori affari al commissario Arcuri», nonostante avesse «ampiamente lucrato illecitamente per i contratti di fornitura delle mascherine». In particolare Benotti confida al telefono a Daniela Guarnieri, avvocata e rappresentante della Microproducts, quanto fosse frustrato perché il commissario straordinario all’emergenza avesse interrotto i rapporti con lui. Proprio quel silenzio di Arcuri aveva insospettito Benotti, che al telefono temeva che il commissario avesse avuto notizie in forma riservata su qualcosa: «che ci sta per arrivare addosso». Un riferimento secondo il Gip chiaro alla possibilità di indagini sulle forniture per cui Benotti era stato mediatore.

Di cosa sono accusati

Secondo l’accusa, le imprese italiane coinvolte in questa inchiesta avrebbero fatto da intermediari con la struttura commissariale (all’oscuro di tutto, Arcuri infatti si dice «parte lesa») e così avrebbero incassato commissioni per decine di milioni, mai erogate dalla struttura commissariale stessa. «Un comitato d’affari, un gruppo di freelance improvvisati desiderosi di speculare sull’epidemia» – dicono i pm – che avrebbero sfruttato il momento di emergenza e la decisione di Arcuri di «non costituire un proprio rapporto con i fornitori cinesi né a validare un autonomo percorso organizzativo per certificazioni e trasporti». Nel mirino della procura di Roma sono finite 4 società e 8 persone con accuse che vanno dalla ricettazione al riciclaggio fino al traffico di influenze illecite in concorso aggravato dal reato transnazionale.

Foto in copertina: ANSA/LUCA ZENNARO

Leggi anche: