Revenge Porn, il Garante della Privacy apre un canale per bloccare le foto su Facebook e Instagram

In oltre l’80% dei casi registrati dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza la diffusione di materiale intimo ha come vittime le donne

La data scelta per far partire il progetto è l’8 marzo, la Giornata internazionale dei diritti della donna. Il Garante della Privacy italiano ha avviato una collaborazione con Facebook e Instagram per creare un canale in cui gli utenti possono segnalare le foto diffuse senza consenso. Dall’8 marzo sarà possibile segnalre sulla pagina www.gpdp.it/revengeporn l’esistenza di immagini intime che potrebbero essere diffuse sui social. Gli utenti maggiorenni quindi potranno caricare su questo portale qualsiasi materiale (foto o video) che rischia di essere diffuso o che è già stato diffuso. La protezione dei dati è assicurata dal Garante delle Privacy. Una volta caricato il materiale, tutto verrà comparato da un algoritmo con le immagini presenti sulle piattaforme. Se verranno trovate corrispondenze il materiale verrà distrutto. Il canale messo a disposizione dal Garante serve solo per limitare la diffusione delle immagini su questi due social. L’operazione non copre anche Telegram, la piattaforma su cui circola di più il materiale di questo tipo.


La guida del Garante per fermare la diffusione di materiale intimo

La definizione di Revenge Porn è limitata. Con questa formula si intende infatti la diffusione di materiale intimo con lo scopo di infliggere un danno a chi vi viene ritratto. Una definizione non sempre adeguata visto che la diffusione di questo tipo di materiale può avvenire senza il preciso scopo di ferire qualcuno. È per questo che il Garante nel vademecum pubblicato in occasione del lancio di questa inziativa parla di “pornografia non consensuale”. Oltre che i canali a cui rivolgersi per la denuncia e la cancellazione del materiale, rispettivamente Polizia Postale e Garante della Privacy, il vademecum pubblicato in questi giorni offre due suggerimenti utili a evitare la diffusione di questi materiali.

Il primo è quello di proteggere con delle password, come il riconoscimento del volto o le impronte digitali, le cartelle dei nostri smartphone che contengono materiali sensibili. Il secondo è quello di chiedere la cancellazione di nostre foto o video intimi alle persone che ne sono in possesso, sia che le abbiano prodotte a nostra insaputa sia che le abbiano ricevute da noi. È un nostro diritto chiederlo. Stando ai dati pubblicati dal Servizio Analisi Criminale del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, in un anno a partire dall’agosto del 2019 sono stati 718 i casi di diffusione non consensuale di materiale intimo. In oltre l‘80% dei casi le vittime erano donne.

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