Dai vaccini al club franco-tedesco: perché Draghi e Giorgetti puntano all’asse con Parigi (nonostante Salvini)

Il nuovo governo vuole portare l’Italia al tavolo con Parigi e Berlino, partendo dalla sanità per arrivare a un progetto di collaborazione molto più ampio. Ma i nemici esterni e interni non mancano

Venerdì 19 marzo il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti ha incontrato il ministro francese dell’Economia e delle Finanze Bruno Le Maire. Al centro dei colloqui la cooperazione industriale bilaterale, la strategia industriale europea e la cooperazione tra Italia, Francia e Germania. L’attivismo del ministro Giorgetti fa parte del rilancio del rapporto tra Roma e Parigi dopo l’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi, e dà seguito alla volontà italo-francese di far partire al più presto “importanti progetti di comune interesse europeo” (IPCEI). 


Al termine dell’incontro al Mise, Giorgetti ha detto che l’industria nazionale non può essere oggetto di politiche predatorie rispetto alla tecnologia di cui dispone. Le Maire ha sottolineato le collaborazioni esistenti, ed espresso la volontà di avviare una collaborazione più stretta tra Francia e Italia allargandola anche alla Germania in settori come l’aerospaziale. 

L’attenzione maggiore nell’immediato è rivolta al settore sanitario, ma «l’amico Bruno» e «l’amico Giancarlo» (questi i toni), hanno detto che l’obiettivo è competere nei settori chiave del futuro, e nei prossimi mesi lavoreranno affinché Italia e Francia, insieme alla Germania, costituiscano l’elemento di traino industriale per quella che è l’ambizione di un’autonomia strategica dell’Unione europea.

L’industria europea secondo l’asse Macron-Merkel

Per capire cosa sta succedendo bisogna fare un passo indietro. Prima del vertice di luglio in cui i 27 leader hanno trovato l’accordo per il Next Generation EU, Francia e Germania avevano presentato la loro proposta di Recovery Fund. Tra gli obiettivi del documento di sei pagine erano presenti la «sovranità strategica nel settore sanitario» e «il rafforzamento della resilienza dell’economia, dell’industria e della sovranità dell’Ue». 

Il testo evidenziava la volontà di riscrivere le regole sugli aiuti di Stato e la normativa per la concorrenza all’interno del mercato unico. Elementi già presenti nel Manifesto franco-tedesco per una politica industriale europea adatta al XXI secolo, appendice del Trattato di Aquisgrana siglato da Emmanuel Macron e Angela Merkel nel 2019. L’obiettivo, ieri come oggi, è favorire la creazione di «campioni industriali europei» in grado di reggere la concorrenza delle multinazionali extra-Ue sostenute dai governi.

Il documento del 2019 era la reazione al veto della Commissione europea sul progetto di fusione Alstom-Siemens, che mirava a creare un colosso ferroviario franco-tedesco in grado di tagliare fuori dal mercato Ue la cinese CRRC (di proprietà statale). Il progetto fu soffocato dall’applicazione delle norme antitrust comunitarie da parte della commissaria alla concorrenza dell’epoca, la liberale danese Margrethe Vestager. Una bocciatura che a Parigi e a Berlino non è mai stata dimenticata. 

Oggi nel ruolo di Vestager c’è il commissario francese Thierry Breton, braccio destro di Macron responsabile della task-force per la produzione di vaccini, in costante contatto con Giorgetti per sviluppare il coinvolgimento della filiera italiana nel progetto europeo Hera Incubator. La pandemia e la debolezza emersa con problemi nella campagna vaccinale hanno obbligato gli scettici della Commissione a rivedere, almeno in parte, le proprie posizioni. 

A chi non piace la supremazia franco-tedesca

Tuttavia, non tutti sono entusiasti di tanto attivismo. Olanda, Austria, Irlanda e gli altri nordici guardano con preoccupazione allo scenario di una supremazia economica franco-tedesca potenziata dal protezionismo comunitario. Un esempio concreto di reazione è l’alleanza industriale di Austria e Danimarca con Israele per lo sviluppo di vaccini, che ha spezzato l’unita dell’azione autonoma dell’Unione promossa da Breton.

Per l’Italia invece si è aperto uno spazio. Tra Roma e Parigi esiste anche un patto simile a quello di Aquisgrana, il Trattato del Quirinale del 2017, rimasto “congelato” a causa della postura anti-francese e anti-Ue del governo giallo-verde. Anche se il rapporto franco-tedesco resta privilegiato ed esclusivo, Draghi è il leader ideale per rilanciare davvero l’asse con l’Eliseo, e ridare centralità all’Italia nelle relazioni a con Francia e Germania. Il problema di questa strategia è l’orizzonte della politica italiana. 

Il numero uno della Lega non è Giorgetti, ma Matteo Salvini, uno dei leader preferiti da Viktor Orban – insieme al polacco Mateusz Morawiecki – per la creazione della nuova fazione dell’estrema destra europea, da contrapporre  alla Francia di Macron e all’asse franco-tedesco. Come stiamo vedendo, Draghi è in carica da poche settimane ma la traiettoria dell’Italia ha già preso una direzione molto diversa, e Giorgetti è un protagonista del nuovo esecutivo. Perciò, l’ambiguità della Lega non è sostenibile nel lungo periodo. 

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