I giovani esclusi dai concorsi pubblici per la riforma Brunetta: «Ci sembrava un pesce d’aprile. Ora siamo nello sconforto»

Parlano Antonio Fantauzzo e Giuseppe Marrone, due dei giovani che rischiano di non poter accedere ai nuovi concorsi pubblici a causa delle regole imposte dalla riforma Brunetta (in vigore dall’1 aprile)

«Noi giovani siamo stati tagliati fuori dai concorsi pubblici. Tutta colpa della riforma Brunetta. Quando abbiamo letto il decreto, infatti, non potevamo credere ai nostri occhi, siamo caduti nello sconforto più totale. Ci sembrava un pesce d’aprile». A parlare è Antonio Fantauzzo, 29 anni, uno dei tanti giovani che con il nuovo metodo di selezione rischia di restare fuori dal mondo del lavoro. La riforma voluta dal ministro per la Pubblica amministrazione Renato Brunetta prevede una preselezione non con un test scritto ma solo con una valutazione di titoli «legalmente riconosciuti». Tutto per velocizzare i concorsi pubblici. «In questo modo si esclude il 90 per cento dei candidati. Ci tagliano proprio le gambe, sbarrando di fatto l’accesso a neodiplomati e neolaureati», ci spiega Fantauzzo. «Io – ad esempio – ho partecipato al concorso pubblico per 2.329 funzionari giudiziari. Bandito a luglio 2019, ho fatto e superato la prova scritta tre mesi dopo. Poi, causa Covid, è stato bloccato. Ancora oggi sono in attesa. Adesso che succede?», si chiede.


Cosa contestano

Quello che i concorsisti contestano è la scelta di sostituire – attraverso il decreto legge Covid del 1° aprile – le prove preselettive, solitamente quiz a risposta multipla, con una selezione basata esclusivamente su titoli ed esperienze pregresse. È quello che sta avvenendo, ad esempio, con il bando per il Sud, il primo emanato con questa nuova formula. «È la prima sperimentazione di selezioni fast track nella Pubblica amministrazione che prevede la selezione in base ai titoli e all’esperienza maturata, un’unica prova senza carta e penna in più sedi decentrate, la pubblicazione delle graduatorie, le assunzioni veloci», si legge. La conseguenza – secondo chi dovrà affrontare i concorsi pubblici – è che chi si è appena laureato o diplomato, chi non ha un master, insomma chi ha tra i 25 e i 30 anni difficilmente potrà raggiungere il punteggio minimo necessario per superare la prova preselettiva e, dunque, per accedere al concorso vero e proprio. Insomma, uno sbarramento penalizzante per i giovani, già messi in ginocchio dalla pandemia del Coronavirus.

Le precisazioni del ministero per la Pubblica amministrazione

Dal ministero per la Pubblica amministrazione ci spiegano che non sarà valutata l’esperienza professionale nella fase iniziale dei concorsi ma solo ed esclusivamente «i titoli legalmente riconosciuti». Questo significa che, se un’amministrazione avrà bisogno di 100 tecnici specializzati, potrà imporre che tutti i candidati siano in possesso di una laurea o di un dottorato (si tratta comunque di una possibilità, non di un obbligo per chi bandisce il concorso) ma non valuterà, almeno nella prima fase, l’esperienza pregressa. Che, dunque, verrà lasciata, come già avviene, soltanto nella parte finale del concorso. Tutto, però, verrà lasciato alla discrezionalità della singola amministrazione.

Discorso diverso, invece, per il bando per il Sud: un concorso speciale, così viene definito, che è stato pensato per immettere subito nella publica amministrazione, entro 100 giorni, 5 profili tecnici (molto specifici), già formati, dunque con esperienze pregresse, per aiutare le amministrazioni in sofferenza. In questo caso (che dovrebbe essere unico) è prevista la tanto contestata valutazione iniziale per titoli ed esperienze.

«Questo è un concorso farsa»

Ma sono in tanti a non essere convinti della bontà di questa “rivoluzione”. Per Giuseppe Marrone, 39 anni, ad esempio, «è una riforma che trasforma il concorso pubblico in un concorso farsa»: «Rischiamo di avere concorsi non aperti a tutti, che privilegiano, di fatto, quei pochi che hanno avuto la possibilità, così giovani, di fare esperienza professionale. Un concorso che, di fatto, viene snaturato e che impedisce alla pubblica amministrazione di selezionare in modo meritocratico».

«I veri concorsi si fanno per esami, non per titoli – continua – Qui, invece, si fa discriminazione in base all’età e alle possibilità anche economiche. Un neolaureato come fa ad avere esperienza di servizio? Si viola la Costituzione». Il timore, tra l’altro, è che questa riforma possa essere «non temporanea ma strutturata, definitiva». Per questo motivo «chiederemo di eliminare ogni riferimento alla valutazione per titoli ed esperienza almeno nella prima fase. Chiederemo che il decreto non venga convertito in legge».

La petizione e i gruppi

Gli aspiranti candidati ai concorsi pubblici si sono già organizzati nel “Comitato No riforma concorsi Pa” che conta oltre 3 mila membri e anche nel gruppo “Salviamo i concorsi pubblici” in cui si possono leggere persino le testimonianze di chi è già dipendente pubblico ma esprime solidarietà al gruppo. Rocco Di Benedetto, ad esempio, scrive: «Sono un dipendente pubblico da 5 anni […] Io quando ho partecipato al concorso, che ho vinto, avevo pochissimi punti per i titoli ma sono riuscito a vincerlo grazie alle prove (scritta, pratica e orale). Se ci fosse stata questa riforma in vigore, non avrei mai potuto partecipare ad alcuna prova scritta, partendo sconfitto in partenza per via del basso punteggio dei titoli che avevo (la laurea, essendo il requisito di accesso, valeva pochissimo) e oggi non avrei il posto di lavoro che ho. Per questo sono con voi e, laddove possibile, cercherò di fare sentire la mia (vostra) voce. È questione di giustizia sociale». Su Change.org, infine, è attiva la petizione “No alla riforma Brunetta” con quasi 10 mila sottoscrittori.

Foto in copertina da PIXABAY

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