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Molestie, bullismo e spam. Così gli algoritmi di Facebook, Instagram e Twitter hanno rimosso centinaia di post di attivisti palestinesi

L’organizzazione no profit «7amleh» ha puntato il dito contro il colosso di Menlo Park, che si è scusato: «Non sarebbe mai dovuto accadere»

Durante gli 11 giorni in cui Israele ha bombardato Gaza, facendo 253 vittime, di cui oltre 60 bambini, Facebook ha rimosso circa 500 post che stavano documentando la situazione a Gerusalemme Est, nel quartiere di Sheikh Jarrah, in cui alcuni residenti palestinesi sono stati sfrattati dalle loro case, e nella Striscia. Per questo, negli ultimi giorni, l’azienda di Zuckerberg ha ricevuto pesanti critiche da parte di organizzazioni no profit, come 7amleh, che hanno accusato Facebook di aver censurato le proteste e l’attivismo palestinese sui social. L’azienda si è scusata spiegando che si è trattato solo di problemi tecnici. Ma i casi sono molti, e sembrano aver riguardato solo account palestinesi.


La lettera di 30 dipendenti di Facebook

In una lettera aperta all’azienda, 30 dipendenti di Facebook, i cui familiari erano in qualche modo coinvolti dalla situazione a Gaza, e a Gerusalemme, si sono lamentati che l’azienda di Menlo Park stesse applicando un controllo eccessivo, e sproporzionato, sui contenuti palestinesi. I dipendenti hanno denunciato inoltre il funzionamento degli algoritmi, e dell’intelligenza artificiale dell’azienda, che etichettava le proteste dei palestinesi come «molestie o bullismo». In particolare, durante i primi giorni delle proteste a Gerusalemme Est, Facebook, Instagram e anche Twitter hanno rimosso alcuni post che contenevano l’hashtag SaveSheikhJarrah. Nel caso di Twitter, l’azienda si è giustificata dicendo che si è trattato di un errore e che i loro servizi informatici avevano identificato la mole di tweet come spam, il che ha portato alla sospensione temporanea di centinaia di account.


Le scuse di Menlo Park

Su Instagram, invece, secondo uno screenshot ottenuto dal Guardian, sono stati rimossi diversi post sull’assassinio di un 16enne palestinese. Il portavoce di Facebook ha ammesso che ci sono stati numerosi problemi che hanno influito sulla capacità di condividere contenuti su Facebook e Instagram, incluso un errore che ha limitato temporaneamente la visualizzazione dei contenuti sulla pagina hashtag della moschea di al-Aqsa, a Gerusalemme. «Non sarebbe mai dovuto accadere», ha chiarito il portavoce. «Siamo molto dispiaciuti per tutti coloro che hanno sentito di non poter attirare l’attenzione su eventi importanti, o che pensavano che questa fosse una deliberata scelta per silenziare la loro voce. Questa non è mai stata la nostra intenzione».

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