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Il lavoro estivo che non c’è, seconda puntata. Gli stagionali: «Non chiediamo più soldi: ma almeno il rispetto dei contratti»

Gli stagionali sembrano aver trovato una coscienza collettiva del mancato rispetto dei diritti dei lavoratori. Indagine (parziale) nel mondo di chi preferisce cambiare lavoro piuttosto che affrontare l’ennesima estate infernale

«Nessuno è schiavista e nessuno è sfruttato: è un accordo che due persone – il datore di lavoro e il dipendente stagionale – stringono consapevolmente. Non accetto che si parli di ricerca degli schiavi». Così l’albergatore Max Merli, nella prima puntata dell’inchiesta di Open Il lavoro estivo che non c’è, sintetizzava la situazione occupazionale del comparto turistico. Un settore che, allargato a logistica, trasporti e agenzie, oltre che a ristoranti, alberghi e stabilimenti balneari, vede impiegate più di 2 milioni di persone. Non tutte, però, assunte regolarmente: «Nessuno sta chiedendo remunerazioni più alte di quelle previste dai contratti collettivi, ma semplicemente che si rispettino quei contratti, gli orari, i riposi, il Tfr», dice Roberto Sabato. A 41 anni, sta iniziando la sua 25esima “stagione” di lavoro. Ha fondato l’associazione Oltre la piazza per occuparsi «delle emergenze dei lavoratori stagionali».


La concorrenza sleale

«Molti imprenditori fanno i contratti part time a dipendenti che finiscono per lavorare, di fatto, come se fossero dei veri full time». Per il suo impegno con l’associazione, Sabato ha ricevuto «quattro minacce», con il rischio di «essere messo fuori dal giro» degli stagionali. I contratti collettivi per le mansioni del settore turistico prevedono che un lavoratore faccia al massimo 40 ore settimanali, 6,4 ore giornaliere se c’è un solo riposo ogni sette giorni, 8 ore se i riposi sono due. «I contratti sono stati scritti tenendo conto della salute dei dipendenti. In molti non pensano alle conseguenze sul fisico e sulla testa di chi lavora durante il periodo estivo». Sabato è convinto che con lo sfruttamento degli stagionali a rimetterci non siano solo i dipendenti, ma prima di tutto «quegli imprenditori onesti che rispettano i diritti dei lavoratori».


Enuclea il concetto portando un esempio di Giardini Naxos, il suo paesino siciliano di provenienza: «In una strada, ai Giardini, ci sono dieci ristoranti che si dividono i turisti. Succede che cinque imprenditori si comportano bene, pagano le tasse e rispettano i contratti dei dipendenti. Altri cinque, in cucina, assumono lavoratori stagionali in nero. Chi sta alle regole deve mettere per forza il suo filetto in vendita a un prezzo più alto, perché ha più costi di personale. Scatta la concorrenza sleale e i turisti, ovviamente, preferiranno andare a mangiare nel ristorante con i prezzo più conveniente. È un sistema che danneggia tutti, per questo gli imprenditori onesti dovrebbero condividere la battaglia di noi stagionali». Sabato ripete più volte la parola «sistema» poiché vuole rimarcare l’universalità della questione: nelle località turistiche, anche i commessi dei negozi del corso principale sono lavoratori stagionali, anche le pescherie cambiano il proprio modello di business quando alberghi e ristoranti sono affollati di turisti.

«Il lavoro stagionale non è solo per giovani, lo sfruttamento non conosce età»

Ci sono due cose, infine, che Sabato non riesce ad accettare. La prima è l’assioma per cui gli stagionali scarseggiano a causa del reddito di cittadinanza: «Non è così. Molti ex stagionali sono stati costretti ad accettare altri lavori con la pandemia e non sono più disposti a scendere a compromessi per un lavoro precario legato al comparto turistico. Il reddito di cittadinanza, poi, non garantisce quella base economica sufficiente a vivere. Al massimo è grazie ai bonus del decreto Sostegni – prima 2.400 euro, poi 1.600 agli stagionali – che molti di noi riescono a dire di no a delle proposte di lavoro scandalose». La seconda cosa che contesta è la narrazione per cui, a fare lavori stagionali, siano prevalentemente giovani: «Non è assolutamente vero. Sono tantissime le professionalità, dalla cucina al ricevimento, che richiedono anni di esperienza. Lo sfruttamento, fidatevi, non conosce età».

Il confine tra lavoro remunerato correttamente e sfruttamento è difficile da individuare nei lavori estivi. O meglio, sulla carta i contratti – gli apprendisti nella ristorazione e nell’hotellerie partono da un minimo di 1.100 euro netti circa – sono addirittura migliori di molte altre categorie professionali. Le criticità iniziano a emergere quando non si rispetta il monte ore del contratto: quella retribuzione mensile, lavorando 12 ore giornaliere per sei giorni alla settimana – come denunciato da molti stagionali -, si traduce in una paga di 3-4 euro l’ora. Non una cifra da mercato del lavoro di un Paese europeo. Gli imprenditori e le associazioni di categoria sostengono che si tratti di poche mele marce e che, nella maggior parte dei casi, siano i sussidi dell’era Covid a disincentivare il ritorno negli stabilimenti e negli hotel italiani. Il risultato di questi problemi che, evidentemente, si sommano produce una carenza di 200mila dipendenti stagionali tra camerieri, receptionist e bagnini.

La carenza degli stagionali inizia dal Jobs Act

La stima è di Federalberghi, che ha calcolato un crollo del 50-75% di disponibilità di lavoratori stagionali per l’estate 2021. Ad agosto 2019, l’ultima estate prima che scoppiasse la pandemia, la Federazione italiana dei pubblici esercizi – Fipe – aveva calcolato che in bar, ristoranti, discoteche e stabilimenti balneari, nel mese di agosto, i lavoratori dipendenti fossero 925mila, il 60% con contratti part time. Con gli indipendenti, la cifra superava 1,3 milioni. Da giugno a settembre, il numero di occupati in queste attività cresceva del 13%. Ma già dal 2019 la Fipe aveva segnalato che «per un imprenditore su quattro resta difficile reperire le figure professionali richieste». Lo stillicidio di lavoratori stagionali in fuga dal comparto era già in atto. A Open, Giovanni Cafagna, fondatore del primo sindacato dei lavoratori stagionali, l’Anls, spiega il motivo: «La bolla è scoppiata quest’anno, ma è già dal 2015 che si stava gonfiando».

Lavoratore stagionale all’Elba dal 2001, Cafagna ha aperto un Caf sull’isola nel 2015. In quello stesso anno, individua l’inizio del trend che ha portato alla carenza di stagionali attuale. «Il governo di Matteo Renzi aveva, di fatto, dimezzato il sussidio per i disoccupati. Prima della sua riforma, lo Stato garantiva ai lavoratori stagionali impiegati per sei mesi, un’indennità di disoccupazione che durava altrettanto». Con l’introduzione della Naspi, il sussidio per gli stagionali si è ridotto, nei fatti, a tre mesi. «Eravamo considerati una categoria di parassiti perché lavoravamo solo sei mesi l’anno, ma viviamo in piccoli centri abitati dove le attività si concentrano solo d’estate. Gente adulta, con famiglie a carico, trovatasi senza entrate economiche per almeno tre mesi l’anno, hanno dovuto cercare alternative al lavoro stagionale». Il sindacato ha osservato il calo del numero di stagionali di anno in anno, «fino a quando, con la pandemia, la bolla è scoppiata perché la stagione lavorativa, anziché durare sei mesi, si è quasi dimezzata. Chi può, sta cercando altri lavori».

L’equilibrio (rotto) tra superlavoro estivo e riposo invernale

Cafagna ha raccolto diverse testimonianza di stagionali che «in territori come la Calabria e la Sicilia» guadagnano appena 400 euro al mese. La retribuzione massima, per chi non ha professionalità specifiche come, ad esempio, in cucina, è di 1.600 euro mensili. «Se dovessi fare una media a livello nazionale, direi che un lavoratore stagionale tipo nel turismo prende 1.200 euro netti mensili, lavorando 12 ore al giorno e sette giorni su sette». Anche sul monte ore, però, Cafagna specifica che si tratta di una stima media, visto che «ci sono realtà dove, nel mese di agosto, si lavora anche 14 ore al giorno: pensate a quelle strutture dove i camerieri servono a colazione, pranzo o cena, o gli stabilimenti balneari che fanno lavorare gli stessi bagnini dall’alba fino alla sera». Non è un problema inedito, questo, per il sindacalista. Dagli anni ’60, quando in Italia c’è stato il boom dell’attività turistica, «questi orari sono stati la prassi per i dipendenti del settore».

«Ma c’era un equilibrio – aggiunge Cafagna – per cui lavoravi 12 ore al giorno per sei mesi l’anno e poi, per gli altri sei mesi, non lavoravi e prendevi un sussidio. Ai lavoratori interessa avere un’entrata economica tutto l’anno, agli imprenditori risparmiare in tasse». A quelle condizioni, dice, anche gli straordinari non pagati e corrisposti come un forfait sottobanco andavano bene. Nei suoi 20 anni di esperienza da stagionale e nei sei da sindacalista del settore, Cafagna ha elaborato una stima sul numero di aziende che applica correttamente il contratto collettivo: «Un 10% di imprese sono sane, soprattutto quelle che fanno capo a grandi catene di hotel, ma non di più, lo garantisco. Anche quelle che rispettano la persona, e a volte manca persino il rispetto e si viene trattati da schiavi, non seguono la disciplina contrattuale. Nel 90% dei casi, le aziende preferiscono pagare un forfait che non corrisponde mai alle ore che un dipendente fa».

Lo sfruttamento degli stagionali riguarda anche i tempi indeterminati

Si è arrivati alla situazione per cui, a giugno inoltrato, la Confcommercio Sud Sardegna lancia un appello: «Servirebbero diverse migliaia di persone fra lavapiatti, addetti di sala e alla reception, camerieri, sommelier: siamo in emergenza e non sarà facile risolverla». L’associazione Albergatori di Rimini, poi, quantifica in 7mila i lavoratori stagionali – 5mila nel settore ricettivo, balneare e negli alberghi, 2mila nella ristorazione – ancora da trovare per rispondere all’esigenze turistiche della stagione estiva del 2021. «Nelle chat degli operatori toscani c’è una ricerca frenetica, specie per i lavoratori dei servizi accessori di bar e cucina», afferma Stefano Gazzoli, presidente dei balneari della Toscana di Confesercenti, al Corriere. Proprio in Toscana, a Marina di Castagneto Carducci, lavora al ricevimento in un hotel di lusso Giulia Grabau. Lei non è una lavoratrice stagionale, ha un contratto a tempo indeterminato, ma a Open vuole denunciare il fatto che le condizioni di lavoro estreme non riguardano soltanto i lavoratori stagionali.

«Anch’io, che ho un contratto stabile, affronto periodi di super lavoro. Le condizioni sono peggiorate negli ultimi tempi». Grabau lavora nell’hotellerie da 16 anni: «Quando ho iniziato si lavorava bene. Poi, forse nell’ultimo quinquennio, ho iniziato a lavorare 12-13 ore al giorno, con soltanto un riposo settimanale». Da contratto, di riposi le spetterebbero due. «La scorsa estate, nei mesi pesanti da giugno a settembre, ho guadagnato 2.200 euro netti grazie alle voci premio in busta paga. Gli altri mesi guadagno 1.400 euro. Da novembre 2020 a maggio 2021, poi, sono stata messa in cassa integrazione». Per Grabau, tuttavia, il problema non è squisitamente economico: «Ci tengo all’azienda per cui lavoro, sono qui da dieci anno e mi ci trovo bene. Faccio le mie mansioni volentieri, però pesa. Ah, e cosa più importante, posso reggere questi ritmi perché sono senza figli, marito e famiglia. Se ne avessi una, non potrei permettermi di lavorare 12 ore al giorno sei giorni su sette, sarei costretta a lasciare il posto».

La soluzione per migliorare le condizioni di lavoro di chi opera negli alberghi e nei ristoranti ad alta vocazione turistica sarebbe quella, sostiene, di assumere più personale. «Penso ai miei colleghi che lavorano in sala e, ogni giorno, macinano chilometri per seguire il flusso di clienti». Nonostante le piaccia l’azienda per cui lavora, lamenta al titolare della struttura di aver fatto tornare i dipendenti dalla cassa integrazione solo il 28 maggio, «voleva sfruttare fino all’ultimo il sussidio. Con tutti i lavori che c’erano da fare per rimettere in funzione un hotel chiuso da sette mesi, avremmo dovuto essere richiamati almeno trenta giorni prima. Invece, siamo stati costretti a fare i tour de force». Grabau afferma che il suo tipo di lavoro si basa sugli straordinari e non sulle ore normali del contratto ma, nonostante tutto, «mi piace troppo e continuerò a farlo». Conferma, infine, che la difficoltà di reperire lavoratori stagionali è un problema molto diffuso: «Facciamo fatica a trovare ragazzi che lavorino in cucina, in sala. Non so quali condizioni offra la mia struttura, ma so che c’è carenza di personale. Ed è vero che tanta gente piuttosto che prendere 1.200 euro si accontenta dei sussidi del governo e resta a casa».

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