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Dal Nobel a Salvini al parco per Mussolini: chi è Claudio Durigon, il sottosegretario leghista a rischio dimissioni

La resistibile ascesa del sindacalista dell’Ugl diventato dominus del Carroccio potrebbe subire una battuta d’arresto. E sarebbe un peccato. Vediamo perché

Dal trono dell’Ugl di Latina alla polemica sul parco da (re)intitolare a Mussolini (Arnaldo), la resistibile ascesa di Claudio Durigon nella politica italiana rischia di subire un’ingloriosa battuta d’arresto. Il deputato pontino della Lega è stato protagonista finora di un cursus honorum di tutto rispetto. Prima il diploma di ragioneria, poi il lavoro come operaio in Pfizer e infine l’approdo nel sindacato di destra come vicesegretario e da lì il salto in politica, arrivato con un incarico in Regione quando la presidente era Renata Polverini: la sua carriera è in continua crescita da anni. Sembrava avesse raggiunto il suo culmine nel 2018, quando da sottosegretario al Lavoro era diventato il padre di Quota 100 dopo essere stato eletto alla Camera nel 2018 proprio nella sua Latina. E invece anche Mario Draghi alla fine lo ha voluto nel suo governo. Con un incarico di tutto rispetto: quello di sottosegretario al ministero dell’Economia e delle Finanze retto da Daniele Franco.


E proprio qui sono cominciati i guai. Prima con l’inchiesta Follow the money di Fanpage, che ha ricostruito il supporto della “sua” Ugl alla “bestia” di Matteo Salvini, a cui fornisce i locali della sua sede al primo piano di via delle Botteghe Oscure. Poi quel fuorionda in cui diceva che «Quello che fa le indagini sulla Lega lo abbiamo messo noi». In mezzo la proposta di riportare agli antichi fasti la città che il Duce chiamò Littoria tornando a intitolare il suo storico parco ad Arnaldo Mussolini, fratello minore della Buonanima e cantore delle gesta del Fascio fino all’improvvisa morte per arresto cardiaco nel 1931. Una proposta che è in linea «con le radici della città», come ha scritto lui stesso su Twitter. E pazienza se nel 2017 l’attuale sindaco Damiano Coletta lo aveva dedicato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, cancellando la dedica voluta dallo storico primo cittadino Ajmone Finestra, non a caso esponente storico del Movimento Sociale Italiano.


Elena Loewenthal sulla Stampa oggi, chiedendo le dimissioni di Durigon prima che arrivi l’annunciata mozione di sfiducia che il Partito Democratico, il MoVimento 5 Stelle e Liberi e Uguali sono pronti a votare, scrive che queste uscite sono il simbolo di un Paese «rassegnato a queste nostalgie», perché «questo fascismo di ritorno è il contraltare di un’assenza di coscienza storica, del fatto che l’Italia deve ancora fare i conti con quella memoria e con una responsabilità collettiva capace di appropriarsi di quel capitolo terribile della nostra storia». Ma non bisogna dimenticare che stiamo parlando dello stesso Durigon che nel 2019 – anche se solo per pura propaganda – voleva dare il premio Nobel per la pace a Salvini per quell’opera di salvataggio delle vite in mare che nel frattempo è costata al Capitano la bazzecola di un processo per sequestro di persona. Ecco perché Durigon dovrebbe rimanere al suo posto. Perché la sua permanenza nell’incarico è la dimostrazione viva e vitale dell’aforisma di Flaiano: ovvero che la situazione politica in Italia è disperata, ma non seria.

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