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Com’era e come potrebbe essere l’Afghanistan in mano ai talebani

Prima dell’invasione statunitense dell’ottobre 2001 l’Afghanistan era un emirato islamico nelle mani dei talebani del Mullah Omar, un buco nero dell’Asia centrale distrutto da vent’anni di guerra dove regnavano la Sharia e il terrore

L’avanzata dei talebani continua, dopo aver conquistato gran parte del nord, sud e ovest dell’Afghanistan si stanno avvicinando alla capitale Kabul con l’obiettivo di rovesciare il debole governo del presidente Ashraf Ghani. Nel giro di una settimana hanno preso il controllo di un capoluogo di provincia dopo l’altro, e negli ultimi giorni avanzano senza neanche dover combattere. Dopo aver catturato Kandahar, Herat e Lashkar Gah, solo la città di Mazar-i-Sharif, una roccaforte settentrionale dei signori della guerra anti-talebani locali, e Jalalabad, a sud di Kabul, sono le ultime grandi città che resistono ai miliziani in marcia verso la capitale. 


Durante l’avanzata i talebani liberano i prigionieri che trovano nelle carceri e li invitano a unirsi a loro, reintroducendo l’obbligo del burqa e i tutti divieti dell’interpretazione più integralista della legge islamica. Le donne non possono studiare o lavorare, né andare in giro senza essere accompagnate da un uomo della famiglia. Tutti coloro che sono stati in contatto con statunitensi e alleati vengono considerati dei traditori, anche se venerdì i talebani hanno promesso con un comunicato ufficiale una sorta di «amnistia generale» per chi ha collaborato con Kabul e le «forze occupanti», e assicurando che i diplomatici stranieri non saranno toccati.


I talebani quindi si considerano pronti a prendere il potere, e mentre le milizie portano avanti l’offensiva sul campo, i rappresentanti politici sono in Qatar per colloqui con una serie di governi tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Pakistan, Cina, India e altri. Tuttavia, è in dubbio anche la reale capacità dei rappresentati talebani a Doha di far rispettare gli eventuali accordi presi a tutti i miliziani sul campo, e non viene escluso lo scenario di una guerra civile. Guardando alla storia recente, parlare di talebani moderati con cui negoziare appare come un controsenso.

Com’era l’Afghanistan dei talebani

I talebani hanno dominato il paese dal 1996 al 2001 dopo la rapida caduta e i conflitti del governo dei Mujaheddin che avevano sconfitto l’Unione Sovietica. Nati come movimento politico-militare per la difesa dell’Afghanistan, appena raggiunto il potere hanno proclamato l’emirato islamico e istituito nel paese la versione più estrema della Sharia, punendo con estrema violenza ogni minima deviazione.

Durante il loro governo – riconosciuto solo da Pakistan, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita – hanno commesso massacri contro i civili, negato le forniture alimentari delle Nazioni Unite agli afghani, e condotto una politica distruttiva bruciando vaste aree di terra fertile e demolendo decine di migliaia di abitazioni. In caso di adulterio le donne «colpevoli» venivano lapidate pubblicamente, gli uomini adulteri presi a frustate. Cose accadute anche durante questi anni nei villaggi sotto il loro controllo.

Da quel momento in poi l’Afghanistan è stato considerato un buco nero dell’Asia centrale, fedele alla fama di «cimitero degli imperi» che si è conquistato nei libri di storia. Un luogo distrutto da vent’anni di guerra in cui nessuno voleva mettere piede: non c’erano infrastrutture, acqua corrente, le reti elettriche e le reti telefoniche erano quasi inesistenti, con pochissime strade asfaltate e i beni di prima necessità drammaticamente scarsi. La mortalità infantile era la più alta del mondo, mentre la Sharia imperante aveva disarticolato anche quella struttura di clan e famiglie che forniva agli afghani una minima rete di sicurezza sociale per sopravvivere.

La distruzione dei Buddha di Bamiyan

Nel marzo del 2001 i talebani, all’apice del loro potere, finirono al centro dell’attenzione internazionale per la distruzione delle statue dei Buddha di Bamiyan. Si trattava di due gigantesche statue (una alta 38 metri e l’altra 55) risalenti al VI secolo inserite nel lato di un dirupo nella valle Bamiyan, tesori archeologici di valore inestimabile risalenti a più di 1500 anni fa, espressione dell’arta greco-indiana del Gandhara. 

Il governo del Mullah Mohammed Omar dichiarò che le statue erano «idoli da distruggere», una sentenza eseguita dalle milizie talebane piazzando prima degli esplosivi alla base e alle spalle dei Buddha, e poi concludendo il lavoro a cannonate. Delle statue non è rimasto niente. I governi del mondo reagirono con rabbia e indignazione, tutta la comunità internazionale si era offerta di prendere in consegna i Buddha e portarli via dall’Afghanistan, ma neanche la mediazione del Pakistan – unico paese in buoni rapporti con i talebani – riuscì a far desistere il Mullah Omar dalla sua decisione. 

Qualche mese dopo, il mondo intero guardava con orrore le immagini degli attentati dell’11 settembre, e le cose cambiarono. A ottobre gli USA invasero l’Afghanistan per rimuovere i talebani dal potere dopo che questi si erano rifiutati di consegnare Osama Bin Laden, all’epoca «ospite» dell’emirato dei talebani da dove comandava al-Qaeda. Da lì in poi la Nato e la maggior parte dei paesi occidentali si è unita alla missione USA, fino al disimpegno di questi giorni.

Le incertezze e le possibili conseguenze geopolitiche

Nessuno sa cosa succederà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, la situazione sul campo e ai tavoli della diplomazia – tra i più fragili di sempre – è in costante evoluzione. Di sicuro c’è che il ritiro occidentale lascia Cina, Russia e Iran a fare i conti con una fattore di instabilità che preoccupa tutta la regione. Mosca prova a fare asse con Teheran per cercare sicurezza per suoi alleati in Asia centrale, mentre Pechino vorrebbe coinvolgere chiunque governi in Afghanistan (fossero anche i soli talebani) nei suoi progetti infrastrutturali e sfruttare le risorse minerarie del paese, ma anche per i cinesi le preoccupazioni superano di gran lunga le presunte opportunità. Tutti vorrebbero trovare accordi ragionevoli e vantaggiosi, ma nessuno è consapevole di quale tipo di accordi è possibile prendere con i talebani.

Andandosene in questo modo Washington crea difficoltà a tre dei suoi principali avversari pagando il prezzo (internazionale) della vergogna per un’operazione fallita, ma ottenendo il risultato (a uso interno) desiderato dal presidente Joe Biden di non mandare più i giovani americani a combattere una guerra infinita per inseguire una vittoria impossibile. Per l’Europa invece la faccenda è più spinosa, per i rifugiati in fuga dall’Afghanistan le frontiere dei paesi europei non sono così lontane, non ci sono oceani di mezzo. L’Unione europea dovrà affrontare un’altra ondata migratoria avendo come unico argine l’Iran degli Ayatollah e la solita Turchia di Recep Tayyip Erdogan, a cui tra l’altro è stato affidato anche il controllo militare dell’aeroporto di Kabul. 

Anche per gli USA però non sarà possibile archiviare in fretta l’Afghanistan come desidera Biden, c’è il rischio che il paese torni a essere un porto sicuro e un vivavio per i terroristi di al-Qaeda, dell’ISIS o di altre organizzazioni terroristiche dello stesso tipo, obbligando la Casa Bianca a rivedere drasticamente le decisioni prese. Intanto, l’unica certezza a cui assiste il mondo intero è che in poche settimane i talebani hanno distrutto vent’anni di impegno economico, militare e umanitario dell’intero schieramento occidentale: gli USA, la Nato, l’Ue e anche le Nazioni Unite hanno perso credibilità. Se le cose non migliorano in fretta per Biden sarà molto difficile portare avanti il messaggio che «l’America è tornata».

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