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Afghanistan, i talebani spegneranno anche internet? Azizi: «Perderemo 20 anni di digitalizzazione» – L’intervista

Mohammad Najeeb Azizi è stato a capo della Afghanistan Telecom Regulatory Authority (Atra), l’ente che ha gestito la digitalizzazione le Paese. Appena i talebani hanno cominciato a muoversi ha dovuto lasciare il Paese

I talebani hanno annunciato l’elenco dei ministri del nuovo governo. Il nome scelto per guidare il ministero delle telecomunicazioni è quello di Najibullah Haqqani. Secondo l’archivio dell’Onu Haqqani è stato vice ministro ai Lavori Pubblici nel primo regime talebano, lo stesso regime che aveva vietato internet alla popolazione civile. Con una differenza. Allora l’Afghanistan era un Paese praticamente rurale e l’Occidente guardava la rete ancora con diffidenza. Negli ultimi 18 anni in Afghanistan è cominciato un processo di digitalizzazione che ha portato oltre 12 milioni di persone ad avere un accesso stabile alla connessione internet. Un accesso che ora è a rischio. Mohammad Najeeb Azizi è stato a capo della Afghanistan Telecom Regulatory Authority (Atra), l’ente che ha guidato la diffusione di internet in Afghanistan. Lo abbiamo contattato per capire cosa ha voluto dire l’arrivo di internet per il Paese e soprattutto cosa possono fare ora i talebani per bloccarlo. Azizi è andato via dal Paese già due mesi fa. Troppo pericoloso. Quando lo raggiungiamo al telefono è sulla costa est degli Stati Uniti: «Ho dovuto lasciare l’Afghanistan per questioni di sicurezza. Ero un professore, un attivista per i diritti civili e poi lavoravo per il governo».


Azizi spiega come sono state accese le prime connessioni nel Paese: «Nel 2002 abbiamo aperto il nostro sistema di telecomunicazioni agli investimenti privati e abbiamo rilasciato una licenza per operatori mobili. Nel 2008 noi avevamo cinque operatori, tra cui uno gestito dallo Stato. Siamo stati la prima nazione nella regione dell’Asia Centrale ad adottare la tecnologia 3G». Oltre alla rete mobile, Atra ha pensato anche alla fibra ottica: «Nel 2017 abbiamo avviato una campagna per raccogliere investimenti privati: abbiamo trovato 400 milioni di dollari per sviluppare la fibra ottica». Nell’agosto del 2021 il numero totale degli afgani connessi con una rete che fosse almeno 3G superava i 12 milioni, su una popolazione totale di 38,04 milioni di abitanti. «Cinque giorni prima dell’arrivo dei talebani avevamo 13 milioni di persone che usavano i servizi internet del nostro Paese. 4 milioni di persone usavano i servizi 4G. 8 milioni di persone il 3G. E c’erano anche persone che usavano nelle aree remote il servizio 2G». Un bacino di utenza che adesso potrebbe essere spazzato via.


I blocchi dei talebani, dalle app vietate fino al fermo totale

La rete internet non funziona come un elettrodomestico. Non basta premere un pulsante per spegnere tutto. Come spiega Azizi, ci sono diversi livelli su cui il governo talebano può lavorare: «Non è facile dire con certezza quale via verrà seguita da Kabul. Ci sono tre strade: la prima riguarda le applicazioni. I talebani potrebbero vietare una serie di app nel Paese, come i social media. Divieti di questo tipo anche se disposti per legge possono essere aggirabili, basta infatti cambiare la Vpn per non risultare più dentro un Stato in cui è stata bloccata l’app che si vuole usare». Esattamente come per l’ascolto della musica, Kabul potrebbe puntare a non mettere nessun divieto ma esercitare un altro tipo di controllo: «I talebani possono fare campagne tra le loro milizie per spingere le persone a non usare più certe app». L’ultimo livello di censura è pero quello più complesso da aggirare: «I talebani potrebbero anche decidere di bloccare le infrastrutture. Distruggere le reti che esistono sarebbe troppo faticoso e forse anche troppo stupido. Potrebbero decidere però di sospendere il servizio, almeno in certe regioni». Questa, ad esempio, è la tattica utilizzata per il Panjshir, la regione dell’Afghanistan dove si è concentrata la resistenza.

Il controllo dei contenuti e il rischio per gli attivisti

Al netto della strategia che sceglieranno di usare, l’obiettivo dei talebani per internet è lo stesso per qualsiasi altro media: «Tra luglio e agosto abbiamo visto che i talebani hanno tratto vantaggio da social media. Non sono quelli di 20 anni fa. Sono stati loro i primi a diffondere foto e video. Negli ultimi anni sono cambiati. Hanno compreso il ruolo di internet. Il loro obiettivo è quello di controllare ogni media da cui potrebbero essere prodotti contenuti». Proprio per questo tipo di controllo, fatto anche di segnalazioni di cittadini favorevoli al nuovo regime, il rischio per gli attivisti continua ad alzarsi, tanto che quando i talebani hanno cominciato a muoversi sono stati in molti a cancellare i loro profilo social per evitare di essere inquadrati come dissidente: «La rete di sorveglianza digitale che i talebani hanno a disposizione non è ancora abbastanza fitta ma il rischio è un altro. Nelle ultime settimane ho visto molti attivisti chiudere le pagine da soli, senza che nessuno glielo chiedesse. La paura per chi rimane è quella di essere ancora perseguitati».

Foto in copertina: Vincenzo Monaco

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