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Dalla cannabis al Green Pass, le firme digitali per i referendum spaventano gli esperti: «Scorciatoie pericolose per temi delicati»

L’ultimo annuncio sulla raccolta di adesioni per abrogare l’obbligo di Green pass. La firma digitale facilita la partecipazione ma il pericolo è che sia tutto un abbaglio

Abolire l’obbligo di Green pass con un referendum. L’annuncio dato dai promotori dell’iniziativa poche ore fa ha ufficialmente aggiunto agli strumenti di lotta contro la Carta verde anche una delle principali forme di democrazia diretta. Non una novità visti i frequenti ricorsi degli ultimi mesi alle raccolte firme per importanti temi come la legalizzazione della cannabis e l’eutanasia. Ora il referendum potrebbe riguardare uno degli attuali strumenti di lotta a Covid-19, definito dal comitato organizzativo della raccolta come «un palese mezzo discriminatorio». Sulla scia di quanto successo per i quesiti referendari su cannabis ed eutanasia che hanno raggiunto in pochissimi giorni la quota di 500 mila firme necessarie a sostenere le sottoscrizioni, la speranza è quella di ottenere altrettanto coinvolgimento anche per dire no al Green pass obbligatorio.


Come si partecipa a una raccolta firme

A facilitare non poco la partecipazione dei cittadini è l’emendamento approvato lo scorso agosto sull’introduzione della firma digitale come alternativa a quella cartacea da lasciare presso i gazebo sparsi nelle piazze, luoghi in presenza che negli ultimi anni hanno continuato a ricevere sempre meno riscontro. A questo proposito l’opinione di esperti e costituzionalisti comincia a spaccarsi. Da una parte quelli secondo i quali «il Paese non si cambia certo con un clic» e dall’altra chi sostiene che la tecnologia abbia finalmente dato voce alla voglia soprattutto dei giovani di partecipare alla politica del Paese. Tra i pericoli più temuti soprattutto rispetto ai temi riguardanti la pandemia è quello di trasformare lo strumento di democrazia diretta in un meccanismo di sostegno e di fomento per cause di matrice No vax.


«La firma digitale da oggi è finalmente realtà» . Il 12 agosto scorso l’associazione Coscioni, promotrice del referendum sull’eutanasia legale, ha annunciato la nascita di un sistema telematico a servizio di tutte le raccolte firme. La novità era arrivata con l’emendamento approvato all’unanimità dalle commissioni Affari costituzionali e Ambiente per la raccolta firme online tramite identità digitale (Spid) e carta d’identità elettronica.  Con i due sistemi identificativi ogni cittadino può attualmente partecipare al referendum senza doversi per forza recare di persona presso gli stand di piazza. Un meccanismo di adesione che abbraccia il digitale superando totalmente la firma in presenza e con essa anche tutto l’iter di vidimazione dei moduli e le procedure di certificazione. Per fare politica ora sembrerebbe bastare solo un clic dal salotto di casa.

L’allarme dei costituzionalisti: «Strumento pericoloso»

«Non c’è dubbio, ci stiamo affacciando in una nuova epoca: entriamo nella democrazia digitale». A dirlo è il costituzionalista Alfonso Celotto, ordinario di Diritto costituzionale a Roma Tre. La partecipazione a una democrazia resa ancora più diretta da Internet nasconde secondo il professore delle insidie che non possono essere trascurate. «Con il Covid in un anno e mezzo scarso 16-17 milioni di italiani hanno scoperto lo spid e quindi la firma digitale», spiega Celotto a Il Giornale, «ecco così il boom dei referendum: la giustizia, l’eutanasia, adesso la legalizzazione della cannabis, con il superamento della soglia delle 500 mila firme in pochi giorni, addirittura meno di una settimana». Fino poi ad arrivare al referendum sul Green pass, figlio di un’epoca pandemica che per molti versi sta compiendo «una vera e propria rivoluzione». Secondo il professore di Diritto costituzionale la responsabilità in negativo di tutto questo è anche attribuibile «a un Palazzo ingessato, bloccato, incapace di partorire riforme di cui si discute da trent’anni. Ecco qui che il popolo prende, per così dire, l’iniziativa da solo».

Il popolo decide di fare da sé ma le problematiche si moltiplicano. Il riferimento è all’ultimo referendum proposto per abrogare l’obbligo di Green pass. «I quesiti proposti sembrano scritti di volata e ci sono buone possibilità che la Consulta incaricata di approvarli li fermi, non ritenendoli ammissibili». Stessa cosa per i referendum sulla carcerazione preventiva, sull’eutanasia e sulla separazione delle carriere. «Dopo una partenza bruciante potrebbero essere fermati sul più bello». L’altro grande abbaglio potrebbe essere quello della partecipazione. Un conto è fare clic dal salotto di casa, un altro è uscire per recarsi alle urne e votare per il Si o per il No. «L’arma in mano ai referendari è micidiale ma imperfetta. Cinquecentomila firme smuovono le acque più di cinque anni di dibattiti a Montecitorio e Palazzo Madama. Ma che poi le norme cambino davvero è tutto da dimostrare. Dal 2000 il quorum è stato raggiunto solo una volta, nel 2011, con il voto su 4 quesiti, dall’acqua pubblica al nucleare. Consideriamo che c’è un 30% che non va mai a votare, per nessuna ragione».

«Alzare la soglia a 800 mila firme, alla democrazia serve tempo»

La preoccupazione arriva anche dal giurista e deputato dem Stefano Ceccanti che ora propone di innalzare la soglia di firme necessarie a quota 800 mila. «Non si tratta di paura della democrazia ma il punto è che il sistema sembra fatto apposta per raccogliere quesiti per poi farli fallire. Meglio un sistema più rigoroso». D’accordo con la proposta è anche Sandro Staiano, direttore del dipartimento di Giurisprudenza della Federico II di Napoli: «Si sta verificando un eccessivo ricorso anche su temi sensibili a uno strumento troppo radicale perché tenta di trovare una soluzione semplice a temi complessi».

La partecipazione giovanile

Il dato partecipativo sulle ultime raccolte firme ha registrato un grandissimo coinvolgimento della fascia dei giovani sotto i 25 anni, trovando nel referendum sulla legalizzazione della cannabis il caso più evidente. «Il numero dei giovani è senza dubbio suggestivo ma il tema della salute merita massima cautela» avverte Filippo Vari, ordinario di diritto costituzionale e presidente del centro studi Livatino. «Per questo occorre evitare che si arrivi a una democrazia semi-diretta che si fonda sulla logica del sì e del no: la democrazia ha bisogno di tempo e lo strumento telematico si presta a manipolazione», spiega al Corriere. C’è chi invece vede di buon occhio l’ondata firmataria degli under 25, definendo i giovani «molto più maturi e razionali degli adulti».

A sostenere in prima linea la tesi è lo scrittore e direttore del Salone del libro di Torino Nicola Lagioia. A Repubblica spiega come «l’onda dei referendum che sta coinvolgendo i giovani e travolgendo la politica è dovuta al carattere più razionale e meno ideologico delle nuove generazioni rispetto a quello dei partiti e di chi siede in Parlamento». Così come Celotto, anche Lagioia attribuisce la responsabilità alla mancata riflessione dei partiti su temi fondamentali: «Il fatto è che davanti a questioni etiche molto profonde a me non sembra ci sia una altrettanto profonda riflessione dei partiti». E aggiunge: «Un tempo da questo punto di vista i partiti erano delle chiese. Arrivavano a una conclusione su un tema etico dopo una lunga e faticosa, ma collegiale, elaborazione. Adesso che la politica è sempre più personalistica, finisce che ognuno la pensa in maniera diversa e un punto comune non si trova mai».

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