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Disturbi alimentari, i reparti pieni di giovanissimi: «Costretti a rifiutare adolescenti in condizioni drastiche»

Dal San Raffaele di Milano al Dipartimento Zona Sud di Cagliari passando per l’Umberto I di Roma. Il grido d’allarme dei medici e le conseguenze “invisibili” della pandemia sui più piccoli

«Hanno appena 11 o 12 anni, arrivano in condizioni già critiche dove l’unica soluzione sarebbe il ricovero ma qui il reparto è sempre pieno». La professoressa Anna Ogliari parla dal centro per i Disturbi del comportamento alimentare dell’Ospedale San Raffaele di Milano. Sono in piena ondata e no, non si tratta di Covid. I letti sono occupati da un numero sempre maggiore di adolescenti che hanno cominciato a odiarsi, persi nell’isolamento di una pandemia che li ha travolti e fatti sprofondare nel rifiuto o nello smodato consumo di cibo. «Un campo di battaglia drammatico» dice Ogliari, medico e psicologa clinica, esperta dei Dca in età evolutiva della struttura sanitaria milanese. Il bollettino di guerra è quello di un’epidemia nell’epidemia: «Siamo pieni e la lista d’attesa è molto lunga. L’esplosione di richieste è cominciata già dopo il primo lockdown del 2020 con un’onda lunga che tuttora non accenna a diminuire». È il virus silenzioso dei disturbi alimentari che solo nell’ultima settimana ha visto morire per anoressia un giovane al giorno.


Ragazze ma anche ragazzi, travolti da un mondo diventato a un tratto ancora più complicato. Costretti in casa dal virus, isolati, allontanati dalle uniche valvole di sfogo o magari avvicinati a quei contesti familiari da cui avevano ben imparato a stare lontani. «Adolescenti e giovani che cominciano a voler scomparire»: chi smette di mangiare, chi si abbuffa fino allo sfinimento, chi si distrugge con lassativi e farmaci, chi ricorre alle dita su per la gola. Una realtà che nell’ultimo anno e mezzo è esplosa da Nord a Sud del Paese, portando alla luce in molti casi le lacune di un’assistenza pubblica che non ce la fa. «Le richieste di prime visite sono aumentate dal 30% fino al 50% con una diminuzione importante dell’età di esordio. Il problema è anche sulla sintomatologia: spesso i disturbi che ci arrivano sono già in fasi critiche difficili da seguire con i soli interventi ambulatoriali, che invece sono preziosi quando si riesce a individuare il problema all’esordio» continua Ogliari. 146 le strutture tra pubblico e privato che cercano di arginare l’emergenza in Italia. Molte concentrate al Centro e al Nord che riportano di una situazione emergenziale in progressivo peggioramento ormai da mesi. Si comincia dal San Raffaele di Milano. Ma scendendo tra le corsie dell’Umberto I di Roma la situazione non cambia, fino alle liste raddoppiate degli ambulatori assistenziali dei Dipartimenti sanitari di Cagliari. Il virus del disturbo mentale, «e soltanto dopo del disturbo alimentare», come tengono a sottolineare medici e operatori, continua a diffondersi e a divorare tutto il territorio nazionale.


L’età. «Sempre più piccoli ed emotivamente provati»

«Nel periodo pre pandemia eravamo abituati a esordi in età tra i 15 e i 16 anni. Età già molto complicata ma che durante la pandemia ha subìto una diminuzione importante ai 12 anni». Un fenomeno descritto dalla professoressa Ogliari del San Raffaele, ma che non cambia se a parlare è la dottoressa Graziella Boi, responsabile del Dipartimento Salute Mentale Zona Sud dell’Azienda sanitaria territoriale di Cagliari. «L’aumento di richiesta di presa in carico si è verificata soprattutto nella fascia 12-15: ragazzi e ragazze che si sono rivolte agli ambulatori con le loro famiglie per cercare di fermare in tempo una situazione degenerata o scoppiata proprio negli ultimi mesi», dice Boi, sottolineando come il servizio del Dipartimento sia l’unico della Regione in grado di fornire «l’assistenza completa necessaria». Un aspetto da non sottovalutare quando la cura idonea a questo genere di disturbi è quella fatta in equipe multidisciplinari. Psichiatri, psicologi, nutrizionisti, endocrinologi, per un percorso terapeutico lungo e complicato.

«Va da sé che l’abbassamento dell’età media dei giovani pazienti comporta la necessità di modificare l’approccio terapeutico e le modalità di intervento prendendo in carico tutta la famiglia», riprende Ogliari. Il riferimento è a quella fase della crescita in cui più che mai «ogni individuo è alla ricerca della propria identità e necessariamente ha bisogno di confrontarsi col mondo esterno». Un momento delicatissimo in cui lo sviluppo corporeo, nel pieno della sua espressione, «diventa il sintomo centrale del disturbo mentale e del comportamento alimentare».

I sintomi. «Arrivano già gravi. Alienazione emotiva e isolamento»

Il problema non è stato il virus o l’isolamento in sé ma tutto quello che uno scenario d’emergenza ha potuto far salire a galla. «Disagi già presenti, tenuti a bada spesso da una routine quotidiana, da uno sport fatto in modo costante e ossessivo, da un rapporto familiare il più possibile evitato». Poi all’improvviso tutto si ferma e «le fragilità esplodono con una tale forza da non riuscire più a controllarle». Ogliari continua e parla di ondate: «La richiesta d’aiuto iniziale è stata in gran parte per disturbi restrittivi dell’alimentazione che nella maggior parte dei casi avevano già lasciato segni drammatici di magrezza sul corpo». «Poi, come fosse una seconda ondata, sono arrivati i disturbi di bulimia nervosa, giovani normopeso che dopo i pasti vomitano o che ricorrono a lassativi per il senso di colpa».

La piaga che più di tutte ha caratterizzato l’epidemia di questi mesi è però il binge eating: «Le richieste di presa in carico sono state moltissime», racconta la dottoressa Annadele Pes, medico psichiatra del Dipartimento di Cagliari. «Si tratta di un tipo di disturbo spesso sottovalutato, confuso con la semplice voglia di mangiare – continua – e che proprio per questo passa più inosservato creando danni enormi». Abbuffate incontrollate, chili di cibo ingerite nel silenzio della propria dispensa e poi ore di sensi di colpa e depressione a cui spesso i familiari non riescono a rimediare. Nel periodo post pandemico i binge disorder sono diventati predominanti sia negli uomini che nelle donne: «Il risultato di una maggiore disfunzione emotiva» spiega Pes, «accentuata da isolamento, dall’ancora più stretto contatto con i social, dall’impossibilità di fuggire dall’ambiente domestico, dall’interruzione di prospettive e progetti per il futuro». L’incapacità sviluppata è anche quella di non riuscire più a vedersi nel mondo reale, «con il rischio che la dispercezione di se stessi e del proprio fisico aumentasse a livelli di completa alienazione emotiva». È così che la pandemia ha reso esponenziali tutti i cosiddetti «fattori di inizio», rendendo in modo particolare il lockdown uno scenario di guerra da cui è ancora difficile fuggire.

Tra medici rubati dal Covid e un territorio che non ce la fa

«Siamo stati trasformati in ospedale Covid e a quel punto la capacità assistenziale è venuta meno». Dall’Umberto I di Roma, uno dei pochi punti di riferimenti romani per la cura dei Dca, arriva un’altra testimonianza di grossa difficoltà assistenziale. Attualmente i posti dedicati ai disturbi alimentari sono stati trasferiti nel reparto di pediatria dove gli operatori hanno cercato di mantenere aperta una possibilità di sostegno. «I letti sono tutti occupati e le liste d’attesa sempre più lunghe», spiegano anche da Roma, sottolineando come la tipologia dei ricoveri Dca sia «particolarmente impegnativa per la lunga degenza che la maggior parte dei casi comporta». Tra sospensioni delle attività e medici tolti ai reparti per la lotta al Covid, la risposta che i giovani e le giovani pazienti hanno dovuto incassare è stata un «ci dispiace non c’è posto». Così come successo per i disagi già presenti nei pazienti portati a galla soltanto dalla condizione d’emergenza, così l’effetto pandemia ha agito sulle grosse lacune assistenziali nascoste.

«Il problema non sono soltanto i reparti», spiega il San Raffaele. «Il ricovero è la punta di un iceberg che va fatto sciogliere ancora prima. A questo proposito è necessario far luce sulla grande difficoltà dell’offerta territoriale di ambulatori e day hospital, travolti dalle richieste e costretti a respingere sempre più giovani». A confermare quanto evidenziato da Milano è la stessa dottoressa Annadele Pes di Cagliari: «Prima della pandemia ricevevamo richieste di due nuove visite a settimana, adesso registriamo almeno quattro nuovi incontri ogni 7 giorni. Va da sé che l’aumento del carico sugli operatori è stato notevole, così come le risorse necessarie a trasformare un servizio prima attivo due volte a settimana a un’assistenza disponibile tutti i giorni».

Il grande vuoto del Ministero della Salute

ANSA/ANGELO CARCONI/POOL| Ministro della Salute Roberto Speranza

Non sono molte le malattie psichiatriche che “vantano” un primato di numero alto come quello dei disturbi del comportamento alimentare. Si parla di 3,5 milioni di casi in tutta Italia, con oltre 2 milioni di adolescenti e preadolescenti. Eppure i Dca attualmente non rientrano nei cosiddetti LEA, livelli essenziali di assistenza garantiti: prestazioni e servizi che il Sistema sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini gratuitamente, o dietro pagamento di un ticket, attraverso le risorse pubbliche raccolte dalle tasse. «Aprendo il sito del Ministero della Salute e leggendo il rapporto SISM 2018, pubblicato recentemente sui numeri dati rispetto alle persone con diagnosi psichiatriche e sui giorni di residenza nelle strutture dedicate, abbiamo trovato la completa assenza di persone affette da Dca, come fossero invisibili». A parlare è l’Associazione Mi Nutro di Vita che il prossimo 8 ottobre, giornata mondiale del disturbo mentale, scenderà in piazza davanti Montecitorio con un richiesta precisa e urgente.

«Chiederemo al Ministero della Salute come mai una patologia con numeri enormi, in costante crescita sia in malati che in mortalità, con una grave/assenza di percorsi di cura dedicati, non venga considerata non solo come emergenza socio sanitaria tanto da essere scorporata dalla macro area Salute Mentale, ma nemmeno “conteggiata” nei suoi Rapporti ufficiali e pubblici». Il presidente Stefano Tavilla scrive così anche sul testo della petizione lanciata su Change.org e che ha già raccolto più di 16.000 mila firme. L’obiettivo è arrivare a 25.000 nella speranza che il procedimento avviato dal governo per inserire i Dca nei LEA nel 2018 e poi bloccato possa arrivare a compimento. L’obiettivo è quello di fornire strutture, reparti, servizi di assistenza e gruppi di esperti «che possano salvare vite ad oggi invisibili».

«Quello dell’inclusione dei Dca nei LEA è una lotta che molte associazioni stanno portando avanti proprio in questo momento storico», conferma la dottoressa Pes, evidenziando anche come un inserimento nei livelli essenziali di cura possa aiutare a colmare il grande vuoto di competenze e formazione nella categoria dei medici di base e dei pediatri, altro grande gap nell’assistenza territoriale. «In questi mesi di pandemia, con una pressione ospedaliera a livelli altissimi, pediatri e medici di famiglia avrebbero dovuto avere ruolo centrale per identificare l’esordio di un Dca e quindi intervenire per tempo. Si tratta di uno dei potenziamenti più urgenti da fare perché la prevenzione si riesce a fare solo con la formazione di persone competenti». Un aspetto questo che non riguarda solo la fase di prima diagnosi o terapeutica in senso stretto. «Il post ricovero è uno dei momenti più pericolosi» continua la dottoressa Pes. «Non basta ricominciare a mangiare o avere le analisi del sangue nella norma per considerare risolto un disturbo del comportamento alimentare. L’assistenza pubblica deve cominciare a rendersi conto di questo e garantire un sostegno che va continuato anche dopo il ricovero in tutti i suoi aspetti».

Foto in copertina: Vincenzo Monaco

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