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Delusi dalla politica, attivi nei campus, uniti da Telegram. Chi sono gli studenti no Green pass: «È l’inizio di un movimento» – L’intervista

Negli ultimi mesi una rete di studenti attiva su tutto il territorio nazionale ha cominciato a mobilitarsi contro il Green pass. Abbiamo intervistato Filippo Dellepiane, 20 anni, uno dei suoi fondatori

Si sono formati ad agosto. Si muovono sui social e su Telegram. Non hanno una rappresentanza politica ma sono attivi in molti atenei. Il video della ragazza di Bologna ha aperto i riflettori sul Movimento Studenti Contro il Green pass, una rete che negli ultimi mesi è comparsa in diverse manifestazioni contro il certificato battezzato dal Governo Draghi. Come molti movimenti nati su temi legati al Covid-19, anche questo si muove su una struttura di gruppi Telegram nazionali e locali. Studenti contro il Green pass – Canale nazionale è la bacheca principale del movimento: conta circa 8 mila iscritti e pubblica post che raccolgono decine di commenti. A questo poi sono collegati una serie di gruppi dedicati alle singole città.


Il 9 ottobre non erano tra la folla di Roma che ha deciso di attaccare e occupare la sede della Cgil. Due giorni dopo, a Firenze, hanno organizzato una serie di lezioni in piazza con professori contrari al Green pass. Con loro il docente di letteratura Marco Villoresi e quello di statistica Bruno Chieri. Una delle loro prime azioni è stata la protesta contro l’università di Trieste, dove era stata vietata la Dad per gli studenti senza Green pass. Tra i loro fondatori c’è anche Filippo Dellepiane, 20 anni, studente di filosofia all’Università di Firenze.


Quando è nato il Movimento degli studenti contro il Green pass?

«È nato nelle prime settimane di agosto con un lavoro febbrile. Appena abbiamo capito che si trattava di una questione sempre più urgente abbiamo fatto un’assemblea».

Quanti siete?

«Ci muoviamo nella maggior parte degli atenei italiani. Abbiamo studenti a Torino, Milano, Roma, Firenze e Napoli. Non so quanti siamo di preciso, non abbiamo un sistema di tesseramento. Ci sono università in cui possiamo essere 150 o anche 200».

Procediamo con la domanda più ovvia: perché non volete il Green pass?

«È una risposta su due livelli. Da una parte c’è un disagio di alcuni studenti che non vogliano fare il Green pass. Dall’altra noi vogliamo tutelare il diritto allo studio: le lezioni dovrebbero essere pubbliche. Inserire una blocco di questo tipo crea una discriminazione tra studenti di Serie A e di Serie B. Noi non accettiamo questo, vogliamo un’università solidale».

Com’è possibile riaprire l’università senza far crescere i contagi allora?

«Noi proponiamo un protocollo di sicurezza: assicuriamo il distanziamento tra gli studenti e l’uso della mascherina. In cambio però chiediamo le lezioni in presenza. Il Green pass è uno strumento politico: è coercitivo nel senso che induce le persone a farlo per poter proseguire nelle loro vite. Io frequento la facoltà di Filosofia a Firenze, lo scorso anno avevamo delle lezioni in presenza e il Green pass non era obbligatorio».

In queste settimane avete partecipato a proteste con altri movimenti?

«Questo punto voglio chiarirlo: noi con quello che è successo il 9 ottobre a Roma non abbiamo nulla a che fare. È chiaro che lì ci siano state delle frange violente che hanno cercato di cavalcare masse di persone che rischiano di perdere il lavoro. Noi facciamo riferimento proprio a un altro mondo. Ci rifacciamo alla nostra Costituzione, quella che viene fuori dalla lotta partigiana. Fra di noi ci sono persone provenienti da vari correnti politiche di pensiero».

Le proteste contro il Green pass sono state caratterizzate più volte da violenza, anche contro i giornalisti. Siete sicuri di voler far parte di questo movimento?

«Certo, ma crediamo anche che la politica sia fatta di rischi fra cui scontrarsi con questo tipo di atteggiamenti. Noi vogliamo battere queste frange pericolose che rischiano di snaturare un movimento che sta ancora nascendo. Io credo che quello che è successo alla sede della Cgil sia anche un problema del Viminale. Noi abbiamo deciso di non partecipare perché si vedeva che quelle proteste si sarebbero trasformate in qualcosa di violento. Forse era il caso di disporre misure diverse».

A Trieste le aziende che lavorano nel porto hanno garantito tamponi gratuiti ai dipendenti dopo gli scioperi contro il Green pass. Un esempio da replicare?

«Sappiamo cosa è successo al porto di Trieste ma non abbiamo contatti con loro. Cerchiamo di inquadrare meglio la questione: noi abbiamo parlato con il rettore della Sapienza e ci ha detto che non c’è alcuna possibilità. L’unica cosa su cui si vuole puntare è il Green pass. Organizzare tamponi gratuiti per tutti non è facile. Su chi peserebbe l’organizzazione logistica? Ancora sulle università? Per adesso ci stiamo muovendo per fare lezioni all’aperto».

Le proteste No Green pass stanno raccogliendo correnti diverse, tutte accomunate da un malcontento verso il Governo Draghi. Sta nascendo un nuovo movimento politico?

«Io penso di sì. Come si può dire, credo che la questione del Green pass faccia da grimaldello a tanti problemi rimasti taciuti negli ultimi anni. Credo che queste proteste stiano raccogliendo tutta la rabbia maturata per questa gestione della crisi legata al Covid. Tra di noi c’è un forte scoramento verso i partiti istituzionale e c’è la viglia di andare oltre questo arco parlamentare».

Sono capitati altri casi come quello della studentessa di Bologna?

«Sì, ce ne sono stati ma è difficili contarli. La propaganda sul Green pass ha puntato tanto sui giovani. Solitamente però le persone che non hanno il certificato non si espongono anche perché i controlli spesso arrivano a campioni. È difficile però che, stando a quanto riporta la ragazza di Bologna, si arrivi a lanciare insulti verso i propri coetanei».

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