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Il marchio del bibitaro e Conte come Macron: cosa c’è nel libro di Luigi Di Maio

“Un amore chiamato politica” esce domani per Piemme, casa editrice del gruppo Mondadori. Ecco le anticipazioni di rito

Esce domani per Piemme Un amore chiamato politica, il libro del ministro degli Esteri ed ex leader del MoVimento 5 Stelle Luigi Di Maio. E il tomo edito dalla casa editrice del gruppo Mondadori, come tutti i grandi appuntamenti, oggi finisce sui giornali per le anticipazioni di prammatica. Che riguardano principalmente due argomenti: i retroscena della nascita del governo Lega-M5s e il cosiddetto “marchio del bibitaro”. Le 185 pagine si concludono con i ringraziamenti all’ex portavoce Augusto Rubei e, fa sapere Repubblica, spicca soprattutto quello che manca. Ovvero, il Di Maio sovranista. Perché nel libro non c’è nemmeno un accenno alle tante uscite dell’attuale ministro che sembrano ormai appartenere a un’altra epoca.


“Un amore chiamato politica”

Come la polemica sui “taxi del mare“, ovvero le Organizzazioni Non Governative, definite così da Di Maio quando al ministero dell’Interno c’era Matteo Salvini e bisognava contendere al Capitano la palma di più duro contro “l’immigrazione clandestina”. Non c’è nemmeno il viaggio a Parigi con Alessandro Di Battista per incontrare i gilet gialli. Il responsabile della Farnesina cerca così di far dimenticare il suo passato sovranista e populista. Nell’ottica della costruzione di una nuova leadership per i grillini. Più europea e responsabile. In compenso c’è un’autocritica. Ovvero l’ammissione dell’errore nel chiedere l’impeachment per Sergio Mattarella, quando il presidente della Repubblica mise il veto a Paolo Savona a Palazzo Chigi. In compenso nel libro c’è il racconto della nascita della premiership di Giuseppe Conte. Che parte dalla bocciatura di Giulio Sapelli, “reo” di aver detto in giro che lui e Salvini lo volevano presidente del Consiglio. E approda all’incoronazione dell’Avvocato del Popolo con tanto di timori di Salvini:


Impeccabile nei modi, si pose nei confronti di ciascuno di noi con umiltà, mostrando un grande spirito collaborativo. Fece breccia anche in Salvini che, al termine del colloquio, si disse convinto. Un suo strettissimo collaboratore, anche lui presente, si intromise e avanzò un timore, che poi si sarebbe rivelato profetico: «Matteo, sei sicuro? Non è che poi questo ci diventa il Macron italiano?». «Ma figurati!» ribatté Salvini. In effetti di tutto avremmo potuto immaginare in quel frangente, fuorché l’ascesa che avrebbe poi compiuto Conte.

Luigi il “Bibitaro”

E nel libro c’è anche spazio per il risentimento. È quello che Di Maio prova nei confronti di chi lo chiamava “bibitaro”, facendo riferimento al suo precedente impiego di steward allo stadio San Paolo di Napoli.

Sono figlio di un geometra che per tre volte si è candidato alle comunali senza essere eletto. Che raccomandazioni avrei mai potuto avere? Altrettanto deprecabili sono coloro che hanno gioito, riso ed esultato strumentalizzando la vicenda. Anche a sinistra, anche in quella che sarebbe, o dovrebbe essere, la casa, il rifugio degli ultimi e degli umili, hanno sfruttato e usato la “cultura del bibitaro”.

D’altro canto, spiega Di Maio, anche Berlusconi per una vita ha detto di essere uno che si è fatto da solo. Ma a lui nessuno ha fatto pesare i lavori umili svolti in gioventù.

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