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Djokovic, match ball: la corte gli dà ragione e annulla la sospensione del visto. Ma ora il governo può opporsi

Il tribunale ha deciso. Il giudice Anthony Kelly ha restituito il visto al campione di tennis e ha condannato il governo a pagare le spese legali

La decisione del governo australiano di cancellare il visto di Novak Djokovic è stata clamorosamente ribaltata dal tribunale presieduto dal giudice Anthony Kelly. Ma ora il governo può opporsi. Il serbo deve essere rilasciato entro 30 minuti, ha ordinato il giudice. Il governo è stato anche condannato a pagare le spese legali. Al tennista serbo è stato restituito il passaporto e potrà partecipare agli Australian Open, al via lunedì 17. Durante l’udienza l’avvocato Nicholas Wood ha affermato che Djokovic ha soddisfatto i criteri stabiliti dal comitato consultivo australiano sull’immunizzazione, ha ottenuto un permesso di viaggio dal governo federale, un’esenzione medica da Tennis Australia e ha anche fornito ai funzionari della polizia di frontiera prova dell’esenzione.


«Cosa doveva fare di più?»

Il giudice Anthony Kelly, che presiede il caso, ha riconosciuto i passi compiuti da Djokovic: «Il punto che mi agita un po’ è: cosa avrebbe potuto fare di più quest’uomo?». Da parte sua il governo ha riconosciuto di non aver concesso al campione il tempo per produrre prove sufficienti dopo averlo informato dell’intenzione di annullare il visto. Ora però il ministro dell’Immigrazione Alex Hawke può intervenire personalmente e decidere di annullare comunque il visto per altri motivi. Se ciò dovesse accadere, il caso potrebbe tornare di nuovo in tribunale perché Djokovic rischierebbe di essere bandito dall’Australia per tre anni se il ministro decidesse di annullare nuovamente il visto.


Intanto Djokovic ha lasciato l’albergo dove era ospitato per arrivare in tribunale dopo un permesso speciale dato dal giudice. La diretta streaming dell’udienza è stata funestata da continui problemi tecnici. Il giudice ha anche deciso che tutti i suoi effetti personali gli dovranno essere restituiti il prima possibile. La decisione è stata presa ufficialmente alle 17,16 (ora locale). Il suo avvocato in udienza ha anche ricordato che le linee guida del Gruppo australiano di consulenza tecnica sull’immunizzazione (Atagi) prevedono la possibilità di «rinviare la vaccinazione contro la Covid-19 di sei mesi per le persone che abbiano ricevuto una diagnosi di positività al Sars-Cov-2 tramite test Pcr».

La guerra tra Djokovic e l’Australia

La vicenda era cominciata il 4 gennaio scorso, quando Djokovic aveva annunciato di essere in partenza per l’Australia grazie a un’esenzione medica dal vaccino. Il premier australiano Scott Morrison lo aveva subito stoppato dicendo che il campione serbo avrebbe dovuto mostrare le prove dell’esenzione, altrimenti sarebbe tornato a casa con il primo volo. Successivamente Djokovic era stato trasferito al Park Hotel mentre la ministra dell’interno Karen Andrews aveva fatto sapere a tutti che non era prigioniero e poteva lasciare l’Australia quando voleva. Sabato i legali di Djokovic hanno sostenuto che il campione serbo aveva contratto il Coronavirus il 16 dicembre e per questo aveva diritto all’esenzione dalla vaccinazione. Come ha documentato Open, Novak ha però partecipato a una serie di iniziative pubbliche dopo quella data. Lo ha fatto da contagiato?

Ieri intanto per il quarto giorno consecutivo centinaia di persone hanno manifestato a Belgrado a sostegno di Djokovic. La madre di Djokovic, Dijana, ha denunciato da parte sua le critiche condizioni in cui il figlio sarebbe tenuto nella struttura per immigrati. «A Novak vengono dati solo pranzo e cena, non la colazione, e queste non sono condizioni umane. A dirmelo è stato lo stesso Novak. Sono condizioni che non esistono neanche nelle carceri, dove sono previsti tre pasti al giorno e i detenuti possono uscire all’aperto. Non ha a disposizione neanche una finestra normale che gli consenta di guardate sul parco, ma può vedere solo un muro. Andiamo avanti, spero che vinceremo».

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