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Pensioni, cosa vuole fare il governo: taglio del 3% e uscita anticipata a 64 anni per tutti

Uscita a 64 anni con almeno 20 di contributi e una penalizzazione del 3% al massimo per ogni anno di anticipo. La soluzione al vaglio dei sindacati e le altre ipotesi sul tavolo

Un taglio del 3% dell’ammontare totale degli emolumenti per consentire l’uscita anticipata dal lavoro a 64 anni. È questa la proposta del governo Draghi ai sindacati sulle pensioni. Si tratta di un’idea che supera quella del ricalcolo contributivo. Che prevedeva riduzioni fino al 30% dell’importo complessivo. Ma l’esecutivo è disponibile anche sulla revisione dei coefficienti di trasformazione. E sulla possibilità di eliminare la soglia del 2,8 e 1,5 volte dell’assegno sociale per coloro che raggiungono rispettivamente 64 e 67 anni. Con tutele ulteriori per i lavoratori disoccupati, gravosi e invalidi. Intanto ieri è arrivato il primo calcolo sui risparmi per l’Inps dall’eccesso di mortalità per Covid-19. Nel 2020 la spesa in meno per pensioni sarebbe di 1,1 miliardi. Mentre fino al 2029 il risparmio per le morti che hanno colpito prevalentemente gli over 65 sfiorerebbe i 12 miliardi.


Anticipo, flessibilità e tetto minimo

Nel dettaglio la soluzione del governo comporta uscire a 64 anni con almeno 20 di contributi e una penalizzazione del 3% al massimo per ogni anno di anticipo. E questo purché la pensione spettante non sia troppo bassa, ma superiore all’assegno sociale di un certo numero di volte. Si tratta di una formula che già esisti per i contributivi puri, ovvero coloro che lavorano dal 1996, ma con un multiplo di 2,8 volte. In questi casi si esce a 64 anni solo se l’importo mensile della pensione è di almeno 1.311 euro. Il governo potrebbe abbassare questa soglia estendendo la formula a chi si trova nel sistema misto (ovvero retributivo e contributivo). La soluzione sarebbe digeribile anche in Europa, visto che comporterebbe l’estensione a tutti del contributivo.


Oltre a questo, spiega oggi La Stampa, sarebbe possibile ragionare anche su una sorta di pensione di garanzia per le persone che a 67 anni non hanno raggiunto un importo pari a 1,5 volte il minimo (per cui dovrebbero lavorare più a lungo). Con un assegno sociale integrato dai contributi maturati. Nessuna disponibilità del governo invece a ragionare sull’anticipo della pensione con 41 anni di contributi indipendentemente dall’età, misura chiesta dai sindacati ma eccessivamente costosa per l’esecutivo. Repubblica invece aggiunge che c’è un’ipotesi rielaborata dall’economista Michele Raitano che viene guardata con sempre più interesse anche nei corridoi di Palazzo Chigi. Senza ricalcolo come in Opzione Donna. Ma con l’attualizzazione del pezzetto retributivo.

L’adeguamento, il montante, i coefficienti di trasformazione

Cioè un suo adeguamento, ottenibile applicando la differenza tra due indicatori importanti che trasformano la massa di contributi versati in una vita di lavoro (il montante) in pensione. Ovvero i coefficienti di trasformazione (ce n’è uno per ogni età di uscita). In questa ipotesi riportata dal quotidiano la parte retributiva sarebbe decurtata della differenza tra i coefficienti corrispondenti a 64 e 67 anni, l’età di anticipo e quella legale. Al massimo si arriverebbe al 3% all’anno di taglio, 9% in tre anni, limitato alla parte retributiva: quindi molto più basso e sopportabile sull’intera pensione. Attualmente le regole prevedono che il prossimo anno si vada in pensione con Quota 102: 64 anni di età e 38 di contributi o simili. Dal 2023 torna in campo la legge Fornero. E il suo scalone: in ritiro a 67 anni o con 42 anni e dieci mesi di contributi (o un anno e mezzo per le donne).

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