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La rivolta della Scala per Regeni: «Non andremo in tournée in Egitto perché negano la verità su Giulio»

Il tour avrebbe portato nelle casse del teatro 4-5 milioni di euro. Ma i lavoratori non vogliono andare

Una tournée in Egitto? No, finché non si sarà risolto il caso di Giulio Regeni. È la posizione dei lavoratori del teatro Alla Scala di Milano, con i sindacati pronti a chiedere un incontro di chiarimento con la direzione. Ma intanto il tour non si farà «per diversi motivi». Tra cui la «questione politica» di Regeni. Anche per rispettare lo striscione giallo appeso in piazza Scala sulla sede del Comune che chiede verità sul suo omicidio. L’invito dal Cairo avrebbe sostituito la tournée in Giappone, più di una volta rimandata a causa di Covid-19. Il quotidiano la Repubblica scrive che l’offerta in questione prevedeva sedici spettacoli in Egitto, Kuwait e Dubai. Tra questo dovevano esserci quattro recite della Traviata, un concerto con orchestra e coro nel nuovo teatro del Cairo e il balletto Giselle. Secondo indiscrezioni avrebbe portato nelle casse dai 4 ai 5 milioni di euro. E in gergo veniva chiamata Operazione Iside. Francesco Lattuada, delegato della Slc Cgil nell’orchestra della Scala, con La Stampa è categorico: «Andare in Egitto ci è sembrato subito poco opportuno, con il caso Regeni che brucia ancora e quello Zaki ancora aperto. Proprio davanti alla Scala, ormai da anni, uno striscione su Palazzo Marino invita a non dimenticare la morte di Regeni. Che ne pensa il sindaco Beppe Sala? Io, poi, di mio, sarei contrario ad andare a suonare in qualsiasi Paese che non rispetti la democrazia. I soldi non sono sempre uguali, e la perplessità in certi casi si fa molto forte. Mica si può suonare per i Casamonica».


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