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L’ultimatum di Draghi ai partiti: «Se non vi va bene trovatevi un altro governo»

Dopo lo stop in Aula alle norme il premier è furioso: «Se dobbiamo fare un anno di campagna elettorale allora tanto vale dire: abbiamo scherzato»

«O riuscite a garantire che i provvedimenti una volta approvati all’unanimità in Consiglio dei ministri passino in Parlamento o il Parlamento si trova un altro governo». Dopo lo stop al limite di mille euro per il contante approvato dal centrodestra unito Mario Draghi pone un ultimatum ai partiti della maggioranza. E nell’incontro con i capigruppo per la prima volta pone il problema della durata dell’esecutivo. Lo fa dicendo che «non siamo qui per scaldare la sedia» e rimarcando la sua distanza dai “giochi di Palazzo”: «Quanto successo nelle ultime ore è grave. Un voto unanime in consiglio dei ministri non può essere sconfessato un minuto dopo in commissione. Così non si va avanti».


I retroscena

Il retroscena di Repubblica racconta oggi una situazione quasi esplosiva: «Ci sono delicate questioni internazionali. Dobbiamo approvare la legge sulla concorrenza, altrimenti perdiamo risorse. Abbiamo una delega fiscale ferma». Poi la minaccia del voto: «Se dobbiamo fare un anno di campagna elettorale, allora tanto vale dirlo chiaramente: abbiamo scherzato. Tanto vale prenderne atto». Il premier, spiega il quotidiano, evoca di fatto la fine del suo governo. E le urne anticipate in primavera. Una mossa che Draghi ha fatto con l’avallo di Sergio Mattarella, con cui ha parlato prima della sfuriata. Che infatti viene chiamato in causa: «Questo governo esiste perché il presidente lo ha voluto per fare le cose». La Stampa spiega invece che il nervosismo di oggi parte dal Quirinale.


Qualcosa con i partiti si è rotto nella settimana della trattativa per il Colle, quando le sue ambizioni sono andate a cozzare con un emiciclo che non si fida più di lui. E infatti la risposta dei partiti è stata che manca la condivisione. I presenti raccontano al quotidiano «la frustrazione» di deputati e senatori. Che si ritengono «costretti» da quattro anni a firmare decreti che nemmeno conoscono: «Gli incidenti succedono e purtroppo di ripeteranno». Anche i capidelegazione, presenti all’incontro, dicono che molti non li tengono ormai più. Draghi respinge l’accusa. Per la manovra, dice, tutti sono stati ascoltati. Ma gli attacchi al governo sono continuati.

Il casus belli

Il problema ora però è come andare avanti. Perché nelle prossime scadenze dell’esecutivo sono elencate molte, moltissime occasioni in cui possono scattare altre trappole. Per mandare sotto l’esecutivo. Ma anche per convincerlo a fare un passo indietro. I casus belli abbondano. C’è da discutere sui balneari, sui quali il governo ha trovato il compromesso di far entrare in vigore le norme nel 2024 proprio per lasciar giudicare al prossimo parlamento la fattibilità della riforma. Anche questo è un segno di debolezza. Poi c’è la riforma fiscale, che giace ancora al ministero dell’Economia. Con all’interno quella del catasto, sulla quale la battaglia sarà molto più aspra. Con il rischio di trovarsi, su quello e altri temi, in campagna elettorale.

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