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Il racconto di Pavel, in piazza a Cherson per cacciare l’esercito: «Non abbiamo più la forza, nemmeno per avere paura» – Il video

Migliaia di manifestanti, molti dei quali russofoni, hanno costretto i militari russi a lasciare il centro della città

«Cherson è Ucraina». Lo hanno gridato in tanti davanti ai soldati russi, in piazza della Libertà, nel centro di Cherson, città dell’Ucraina meridionale, la prima a cadere lo scorso 2 marzo e oggi, 5 marzo, protagonista di una lunghissima manifestazione che ha spinto l’esercito fuori dal centro, almeno fino a sera. «Difficile fare una stima numerica su quanti eravamo, ma eravamo tanti e non avevamo paura. Siamo stati chiusi negli scantinati per tanti giorni, non abbiamo più la forza, nemmeno per avere paura», dice Pavel, 36 anni, che era in piazza tra i manifestanti. La Russia ha invaso l’Ucraina lo scorso 24 febbraio e nei primi giorni, quando il conflitto interessava le periferie di Cherson, Pavel si è arruolato come volontario civile per la difesa territoriale dell’Ucraina.


«Io sono un musicista, non avevo mai preso in mano un’arma e non ho fatto il servizio militare. I tank avanzavano verso la città, noi civili in poche parole eravamo inutili. Così dopo un paio di giorni, ho lasciato le armi e mi sono offerto come volontario qui in città. Ma, da quando è occupata, non possiamo spostarci in macchina, quindi anche fare il volontario è diventato difficile e mi sono chiuso in casa. Almeno oggi volevo rendermi utile, sono sceso in strada per far sentire la nostra voce. Cherson è nostra, Cherson è Ucraina», spiega, specificando che non si sente di farci pubblicare sue foto, per paura di essere identificato. Aggiunge che i militari russi hanno sparato qualche colpo in aria per disperdere la folla, ma non hanno sparato contro i civili. Versione che ci è stata confermata anche da altre fonti. «Guardateci, eravamo pacifici, disarmati, nessuno li ha aggrediti, volevamo solo far sentire loro la nostra voce», continua.


I giorni dell’assedio nello scantinato

Ha una moglie e un bambino di sette mesi, che nei giorni di bombardamenti, quando sono state attaccate anche case dei civili, si sono nascosti nello scantinato della loro abitazione, nel centro di Cherson. «Lo scantinato non era predisposto per una guerra ovviamente, ma l’abbiamo sistemato al meglio», dice. Gli chiediamo se abbiano da mangiare, visto che da quando è iniziato il conflitto i supermercati non vengono riforniti. «Per fortuna avevamo delle scorte e mio figlio è ancora allattato al seno quindi l’importante era far mangiare la mamma e questo siamo riusciti a farlo», afferma. Pavel e la sua famiglia abitano nel centro della città: «Qui i soldati russi da tre giorni camminano indisturbati, come se fossero i padroni della città, per questo era importante scendere in piazza per far capire loro che siamo noi, popolo, i veri vincitori». Pavel parla russo, come la maggior parte degli abitanti di Cherson, ma assicura che in città nessuno voleva essere liberato: «Non ho mai sentito nessuno, qui, dire che vorrebbe che Cherson fosse annessa alla Russia o qualcosa del genere. Vladimir Putin ha detto che voleva  liberarci, ma ha creato una catastrofe umanitaria».

Come tanti altri a Cherson, vorrebbe lasciare la città per mettere al sicuro la sua famiglia: «Le strade sono bloccate, qui siamo ostaggi». Ma la sua angoscia più grande, oggi, è per suo figlio maggiore, di dieci anni, che vive a Kharkiv con la prima moglie. «È nascosto da quasi dieci giorni nello scantinato dell’ospedale pediatrico, dove lavora la mia ex moglie. Ho tanta paura per lui. Kharkiv la stanno massacrando, come se volessero cancellarla per sempre». Intanto, nel pomeriggio di oggi, i tank russi hanno lasciato, uno dopo l’altro, la Piazza della Libertà, luogo simbolo della città di Cherson. La paura di molti manifestanti è che i militari russi si siano spostati in periferia per riprendere i bombardamenti, come azione punitiva per la mobilitazione. Al momento non ci sono conferme di un nuovi attacchi contro le abitazioni dei civili, ma proprio da Cherson arrivano inquietanti immagini di un bombardamento, partito dalla periferia verso Mykolaiv.

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