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Inchiesta mascherine, indagine chiusa. Anche Arcuri rischia il processo, ma solo per abuso d’ufficio

L’ex commissario era stato indagato anche per peculato nell’inchiesta sul maxiacquisto di 800 milioni di mascherine dalla Cina non conformi. Per lui resta l’ipotesi di reato di abuso d’ufficio

Chiusa l’indagine della procura di Roma sulla maxifornitura di mascherine dalla Cina durante la prima fase dell’emergenza Covid, l’ex commissario straordinario Domenico Arcuri rischia ora il processo ma con la sola ipotesi di reato di abuso d’ufficio. L’inchiesta sull’imponente acquisto di 800 milioni di mascherine cinesi non conformi coinvolge quattro società e altre 10 persone, tra cui l’imprenditore ed ex giornalista Rai Mario Benotti, indagato per traffico di influenze illecite, e Antonio Fabbrocini, responsabile unico del procedimento per la struttura commissariale che è accusato di frode nelle publiche forniture, falso e abuso d’ufficio. Secondo la procura di Roma, Arcuri da commissario per l’emergenza assieme a Fabbrocini e Vincenzo Tommasi avevano creato: «un’illecita posizione di vantaggio patrimoniale». Gli indagati quindi avevano il potere di creare un: «rapporto commerciale con la Pubblica amministrazione senza assumere alcuna responsabilità sul risultato della propria azione e sulla validità delle forniture che procurava». In più tutti gli acquisti in quella fase non potevano che passare attraverso la struttura commissariale, applicando quindi una sostanziale: «esclusiva nella intermediazione delle forniture di mascherine e dpi importati dalla Cina».


L’acquisto di 800 milioni mascherine chirurgiche dalla Cina aveva un valore di circa 1,25 miliardi di euro. Un’operazione svolta con l’intermediazione di alcune imprese italiane. Per gli inquirenti, a gestire le intermediazioni c’era Benotti con altri sette, grazie alle relazioni: «personali e occulte con Arcuri». Proprio l’ex commissario avrebbe garantito a Benotti e ai suoi soci: «un’esclusiva via di fatto nell’intermediazione delle forniture di mascherine chirurgiche e dispositivi di protezione individuali». Il ruolo di Fabbrocini, dirigente della struttura commissariale, sarebbe stato di indurre gli esperti del Comitato tecnico scientifico ad: «attestare falsamente la conformità dei presidi sanitari».


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