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Cos’è il tumore al pancreas che ha aggredito anche Fedez, e perché ora è curabile

Spieghiamo cos’è il tumore che ha colpito il rapper e perché non esiste un’unica terapia per tutti

Quando Fedez aveva anticipato di avere una grave malattia l’unico indizio su cosa si trattasse erano i riferimenti alla demielinizzazione, che faceva pensare alla guaina mielinica a protezione i collegamenti tra i neuroni. Per questo motivo si pensava che il rapper avesse la sclerosi multipla. Ma le ragioni per cui il rapper è stato recentemente ricoverato appaiono diverse. Sappiamo da uno scatto pubblicato dall’artista su Instagram, che è stato operato per un tumore neuroendocrino del pancreas. A due giorni dall’intervento presso l’ospedale San Raffaele di Milano a seguito di sei ore di operazione chirurgica, l’artista ha assicurato di stare bene e di non vedere l’ora di tornare a casa dai suoi figli.


Cos’è un tumore neuroendocrino e perché la demielinizzazione non c’entra

Come spiega Airc, molte funzioni importanti del nostro organismo vengono svolte dal sistema neuroendocrino. Le cellule neuroendocrine regolano l’apporto di aria nei polmoni, il transito del cibo lungo il tratto gastrointestinale, eccetera. «I tumori neuroendocrini sono relativamente rari e rappresentano meno dello 0,5 per cento di tutti i tumori maligni – continua Airc -. In Italia si registrano 4-5 nuovi casi ogni 100.000 persone in un anno e questo equivale a circa 2.700 nuove diagnosi. Si tratta di tumori a bassa incidenza, ma ad alta prevalenza poiché rispetto ad altri tipi di tumori i pazienti sono pochi, ma convivono per molti anni con la malattia». 


Data la rarità è dunque difficile individuare specifici fattori di rischio. Avere un sistema immunitario debole li incentiva con più probabilità. I tumori neuroendocrini del tratto gastro-entero-pancreatico in particolare, rappresentano il 2% dei tumori gastrointestinali e il 60/70% di quelli neuroendocrini. Il dottor Alberto Sartori, segretario generale di SICE (Società Italiana Chirurgia endoscopica e Nuove Tecnologie), spiega a Open che effettivamente la demielinizzazione non può essere correlata a questo genere di tumore.

«Le due cose non sono associate – continua Sartori -, la mielina è il veicolo che consente al nostro Sistema nervoso di trasmettere velocemente delle informazioni; detta in maniera molto semplice, quando viene a mancare pregiudica la possibilità che tale informazione arrivi dove dovrebbe». È la cosiddetta guaina mielinica che avvolge gli assoni, ovvero i collegamenti tra neuroni. La perdita di mielina è come fare dei buchi lungo un tubo su cui deve scorrere l’acqua. «La sclerosi multipla fa paura anche per questo. È inoltre una malattia dalle mille sfaccettature. Il malato non sa cosa gli succederà man mano che progredisce».

«Il tumore neuroendocrino invece deriva dalle cellule endocrine (in questo caso “neuro” non va inteso come parte del sistema nervoso), queste possono più o meno essere secernenti ormoni. Capita che il malato lo scopra facendo un’ecografia e il radiologo vede qualcosa sul pancreas. Iniziano quindi delle indagini di secondo livello (per es. una TAC con contrasto) e si vede così il tumore neuroendocrino. Non tutti vengono operati oggi. Certe volte questi tumori vanno in follow-up, ovvero, vengono controllati e monitorati nel tempo».

Come si cura?

Quando si parla di intervenire sui tumori spesso il fattore tempo è decisivo. Prima se ne individuano i segni, maggiori saranno le probabilità di successo. A causa dei sintomi poco chiari il 60% dei pazienti con tumori neuroendocrini si rende conto della malattia troppo tardi. La massa tumorale arriva a dimensioni significative, compromettendo la funzionalità dell’organo. Il suo collega Massimo Falconi, del centro del Pancreas del San Raffaele di Milano, ha spiegato al Corriere della Sera che non esiste un intervento standard da applicare a tutti, l’intervento deve essere invece personalizzato e richiede più esperti in diversi ambiti. Si è parlato di alcune forme in cui è necessaria la chemioterapia, altre dove si usano farmaci bersaglio.

«Esattamente. Delle volte si va in follow-up, altre volte si enuclea il tumore – continua Sartori -, oppure è necessario un intervento demolitivo vero e proprio, con l’asportazione di una parte del pancreas. Quindi a seconda del caso abbiamo varie possibilità». Ci sono anche tutte le difficoltà che si vanno a creare se il tumore va in metastasi. In questi casi spesso alla chirurgia si preferisce il trattamento farmacologico. «In quel caso abbiamo le cellule tumorali che circolano nel sangue – spiega Sartori -, si impiantano con nuove metastasi, come ad esempio nel fegato. L’esempio più eclatante che conosciamo di cancro neuroendocrino al pancreas con metastasi è quello che ha colpito Steve Jobs».

Fortunatamente la medicina ha fatto progressi notevoli negli ultimi anni: «Oggi esistono terapie sempre più mirate. Soprattutto, quando si asporta la neoplasia, il patologo ha un passaporto della lesione e in questo modo riusciamo a migliorare l’efficacia delle terapie. Non necessariamente viene fatta una terapia dopo l’asportazione. In base al passaporto si può mirare più o meno precisamente».

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