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Come funziona e cosa dice la classifica sulla libertà di stampa di Reporters Without Borders

Sebbene l’Italia sia scesa di 17 posizioni, il report parla di un Paese dove il pluralismo non manca. Anche se pesano le minacce e le violenze subite dai giornalisti durante la pandemia

Reporters without Borders (RSF) è un’organizzazione non governativa nota al pubblico per il World Press Freedom Index, la classifica annuale sulla libertà di stampa nel mondo (i Paesi considerati sono 180). Ciò che è saltato all’occhio è l’improvvisa caduta dell’Italia dal 41° al 58° posto, un crollo di ben 17 posizioni. Il fatto che il nostro Paese si trovi dietro a Tonga o Gambia, solo per fare alcuni esempi, alimenta l’idea, ormai consolidata negli anni, di un Paese dove vige la disinformazione, o comunque un’informazione non corretta. Basterebbe leggere la metodologia adottata dalla Ong e ciò che viene riportato nella scheda dedicata all’Italia.


La situazione italiana

Ciò che viene evidenziato dal report annuale è che in Italia la libertà di stampa continua a essere minacciata dalla criminalità organizzata, in particolare al Sud (il contesto sicurezza ottiene un punteggio di 73.48), ma non solo: durante la pandemia vari gruppi estremisti e di protesta hanno compiuto atti di violenza contro i giornalisti.


Rsf riporta che i giornalisti sono stati etichettati come governativi, ritrovandosi ad affrontare l’ostilità dei manifestanti contro le misure adottate durante la pandemia nei propri Paesi. In Italia, come in Francia, Germania e Olanda, diversi giornalisti sono stati aggrediti fisicamente, oltre ad aver subito insulti e minacce di ogni genere.

Il pluralismo in Italia non manca. Al contrario, secondo quanto scritto nel report, il panorama mediatico nel nostro Paese è ben sviluppato e garantisce una reale diversità di opinioni.

Per quanto riguarda il contesto politico (punteggio 65.89), Rsf afferma che i giornalisti italiani godono di un clima di libertà. Tuttavia, si evidenzia la tendenza di alcuni di loro ad autocensurarsi per conformarsi alla linea editoriale della propria testata o per evitare denunce, per diffamazione e non solo (il punteggio riguardante il contesto legislativo è 73.93).

Un altro dei motivi che hanno alimentato la tentazione dell’autocensura è la volontà di evitare rappresaglie da parte degli estremisti, in particolare quelli che contestavano le misure adottate per affrontare la pandemia di Covid-19. Infatti, secondo quanto riportato nel report riguardo il contesto socioculturale (punteggio 80), la polarizzazione della società italiana durante la pandemia ha colpito proprio i giornalisti.

Il peggiore è il contesto economico (punteggio 47.52). Il report evidenzia una precarietà crescente che mina pericolosamente il giornalismo e dunque la sua autonomia. A causa della crisi economica, inoltre, i media risultano dipendenti dagli introiti pubblicitari e da eventuali sussidi statali.

I media di opinione e la disinformazione

In un articolo pubblicato da Rsf, dal titolo “Rsf’s 2022 World Press Freedom Index: a new era of polarisation”, vengono evidenziati gli effetti di uno spazio informativo online globalizzato e non regolamentato che incoraggia le notizie false e la propaganda. Secondo la ONG, all’interno delle società democratiche vengono riscontrate divisioni sociali causate dalla diffusione di media di opinione che seguono il “modello Fox news”, così come alla diffusione di circuiti di disinformazione amplificati dai social media. Le democrazie, secondo la ONG, vengono indebolite nel rapporto asimmetrico tra società libere e regimi dispotici che controllano i media, così come dalle piattaforme dove vengono condotte “guerre di propaganda” contro le stesse democrazie.

La metodologia

Tra il 2013 e il 2021, Rsf indicava il grado di libertà di stampa attraverso un questionario di 87 domande rivolto ai professionisti dei media locali, avvocati e sociologi. Il punteggio finale non veniva calcolato solo in base alle risposte ottenute dal questionario, ma anche ai dati relativi agli abusi e alle violenze messe in atto contro i giornalisti e media nell’arco dell’ultimo anno.

Nel 2022 la Ong ha parzialmente cambiato la metodologia. Continua a essere considerato uno dei due elementi principali, quello relativo ai dati relativi agli abusi e alle violenze, mentre il questionario si basa su cinque indicatori che riflettono la “libertà di stampa” così descritta: «La capacità dei giornalisti di selezionare, produrre e diffondere notizie di interesse pubblico indipendentemente dalle interferenze politiche, economiche, legali e sociali e in assenza di minacce per la loro sicurezza fisica e mentale».

Che cos’è cambiato

Il questionario passa da 87 domande a 123 divise in cinque contesti: politico, giuridico, economico, socioculturale e relativo alla sicurezza. Nelle precedenti edizioni erano sei, escludendo la questione relativa agli abusi e alla sicurezza che veniva considerata a parte: pluralismo, indipendenza dei media, ambiente dei media e autocensura, ambito legislativo, trasparenza e qualità delle infrastrutture che supportano il lavoro dei giornalisti nel produrre le notizie e le informazioni.

Dal 2013 al 2021 venivano tenuti in considerazione due punteggi, da 0 a 100 (dove 100 è il risultato migliore), uno basato sul risultato del questionario e un altro che combinava quest’ultimo con gli abusi e le violenze nei confronti dei giornalisti. Il punteggio finale che assegnava la posizione in classifica era quello che risultava maggiore tra i due. Per quale motivo? Secondo Rsf, il contesto della sicurezza poteva in qualche modo sbilanciare il risultato nel caso vi fossero pochi o non vi fossero affatto episodi di violenza contro i giornalisti nei Paesi dove l’informazione è strettamente controllata.

Dal 2022 non funziona più così, e conta la media dei punteggi ottenuti per ognuno dei cinque contesti, tenendo in considerazione quello relativo alla sicurezza.

Un sistema complesso e imperfetto

Chi osserva la classifica dall’esterno per sostenere che l’Italia non sia un Paese libero o addirittura “paragonabile” alla Nigeria, come rappresentato dall’autore della seguente vignetta ponendola al 59° posto occupato in realtà dal Niger, compie un’operazione di semplificazione estrema che non considera la complessità della metodologia utilizzata. Una metodologia che, tra le altre cose, è imperfetta.

Come spiegato in precedenza, Rsf riceve le risposte a un questionario compilato da una serie di professionisti dei media locali, avvocati e sociologi. Non è possibile conoscere l’elenco dei partecipanti al questionario, soprattutto per ragioni di sicurezza (es. Russia), pertanto non possiamo sapere il loro grado di conoscenza dei vari contesti per i quali si fornisce un punteggio. Questi, infatti, potrebbero essere anche influenzati dalla propria prospettiva, rendendo le risposte soggettive e non oggettive.

Le contestazioni

Nel 2014, un calo in classifica degli Usa, ritenuto allarmante, generò numerose critiche sulla qualità dell’informazione nel Paese. All’epoca, il Washington Post pubblicò un articolo per spiegare i limiti della classifica, in particolare uno: «Dire che gli Stati Uniti sono crollati nella classifica non dimostra che la libertà di stampa sia assolutamente peggiorata. Mostra solo che gli Stati Uniti hanno prestazioni peggiori rispetto ad altri Paesi». Infatti, come evidenzia il Post, il calo in classifica potrebbe essere dovuto al miglioramento della libertà di stampa negli altri Paesi. Non è l’unica ipotesi citata dal quotidiano americano, ma l’esempio basta per comprendere che il sistema è più complesso e che non va semplificato, soprattutto se la stessa Ong cambia le metodologie negli anni.

Nel 2017, Marco Travaglio scrisse un editoriale dal titolo “Reporters sans Report” dove accusava Rsf di essersi «bevuta la fake news secondo cui in Italia la libertà di stampa è minacciata da Grillo». Nello stesso articolo, al contrario, ricordava quanto fosse «intimidatoria e inaccettabile» la rubrica “Il giornalista del giorno” ospitata da Beppe Grillo nel suo blog dove «metteva alla gogna» proprio i giornalisti a lui antipatici, ricordava l’elenco pubblico di quelli «denunciati da Di Maio all’Ordine per alcune falsità scritte sul suo conto» e come lo stesso Grillo «cacciava i cronisti dai suoi comizi». Non sono gli unici episodi, quello del partito fondato dal comico genovese era un costante attacco contro il mondo del giornalismo: «Con i giornalisti io non ce l’ho, per l’amor di Dio vi voglio bene, ma un giorno faremo i conti» affermava durante un comizio a Mascalucia nel 2013. Per diversi motivi, il Movimento 5 Stelle e Beppe Grillo venivano citati anche nel rapporto della Ong del 2015. Nel 2014, durante un intervento al Parlamento europeo, dove venne paragonato a Putin, Grillo augurò la chiusura dei giornali e invitò i giornalisti a cercarsi un lavoro.

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