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Quali armi l’Italia darà all’Ucraina: cannoni FH70, fuoristrada Lince e lanciatori anticarro

Pronto il terzo decreto interministeriale. Non è previsto nessun voto. Intanto c’è polemica tra le forze che appoggiano il governo Draghi. E sullo sfondo arrivano anche le armi europee

Dopo il viaggio in Usa il presidente del Consiglio Mario Draghi torna a Palazzo Chigi e si prepara all’informativa in Parlamento sulla guerra Mosca-Kiev fissata per il 19 maggio. Mentre il terzo decreto per l’invio di armi all’Ucraina è pronto e sta per approdare in Gazzetta Ufficiale. Ci hanno lavorato i ministeri della Difesa, degli Esteri e dell’Economia. E per il provvedimento non ci sarà nessun voto perché sono ancora pienamente vigenti come fondamento giuridico fino al prossimo 31 dicembre le risoluzioni votate alle Camere l’1 marzo scorso che prevedono anche «la cessione di apparati e strumenti militari che consentano all’Ucraina di esercitare il diritto alla legittima difesa e di proteggere la sua popolazione». Ma quali armi darà l’Italia all’Ucraina?


Il terzo decreto e l’artiglieria pesante a Kiev

La lista, spiega oggi il Corriere della Sera, sarà ancora secretata. Ma conterrà mortai, lanciatori Stinger, mitragliatrici, colpi e lanciatori anticarro. Forse anche carri armati. Per il ministro della Difesa Lorenzo Guerini questo terzo decreto «è la prosecuzione del nostro impegno così come indicato dal parlamento». Secondo Repubblica invece il nuovo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina non è stato ancora definito nei dettagli. Ma due equipaggiamenti sono sicuramente destinati nella lista per Kiev. Ovvero i pezzi di artiglieria in calibro 155 millimetri che anche altri paesi della Nato hanno già inviato al fronte per contrastare le batterie russe. E poi dovrebbero arrivare anche i cannoni FH70, che sono dotati di un motore che permette piccoli spostamenti e riposizionamenti.


Gli FH70 sono lunghi 12 metri, hanno una gittata di oltre 20 chilometri e possono contenere proiettili con dieci chili di esplosivo. L’esercito italiano ne ha a disposizione più di 160. L’altro mezzo che dovrebbe arrivare al fronte è il Lince. Ovvero il fuoristrada Iveco in grado di resistere alle mine. Anche l’esercito russo lo ha nella sua dotazione. E gli ucraini ne hanno catturati molti durante l’invasione russa. Non ci saranno invece i droni e i sistemi elettronici. Perché la Difesa italiana ne possiede pochissimi, anche se a produrre diversi modelli è Leonardo. L’ipotesi, spiega il quotidiano, è che vengano commissionati dall’Ucraina con un normale contratto. Lo stesso potrebbe accadere con i droni da ricognizione Falco, che in passato Leonardo ha noleggiato ai contingenti militari dell’Onu.

La polemica politica

Intanto i partiti che compongono la maggioranza che sostiene il governo Draghi sono già in fibrillazione. Il M5s resta sulle barricate per la questione delle armi a Kiev, Matteo Salvini chiede un incontro al presidente del Consiglio dopo il faccia a faccia con Joe Biden. Da LeU il deputato Stefano Fassina esplicita una posizione condivisa in camera caritatis anche da altri colleghi di maggioranza, pentastellati in primis: «Un’informativa non basta. Sono necessarie le comunicazioni del premier affinché le Camere possano riesprimersi con un voto sull’invio delle armi».

Anche Giuseppe Conte insiste: «Dopo il terzo decreto di invio di armi all’Ucraina avremo già dato un contributo sufficiente e fatto la nostra parte. Ora dobbiamo essere in prima linea su un altro fronte e spingere fortemente per un negoziato ed una soluzione politica». Dal Pd il segretario Enrico Letta gli risponde idealmente: «Ascolteremo Draghi in Parlamento e sulla base di questo decideremo i passaggi successivi. Io non mi sento di dire che sono cambiate le cose con uno scenario che è esattamente quello di due mesi fa: gli Ucraini continuano ad essere uccisi e massacrati».

Le armi europee

Intanto però qualcosa si muove anche in Europa. Un documento che verrà presentato venerdì alla Commissione Europea e anticipato oggi da Marco Bresolin su La Stampa dice che l’Unione Europea vuole istituire una centrale unica d’acquisto anche per le attrezzature militari, promuovendo appalti congiunti in modo da favorire le economie di scala, scongiurare una concorrenza tra gli Stati membri e soprattutto evitare sovrapposizioni. «Gli Stati membri – ricorda la Commissione – hanno finora annunciato che nei prossimi anni ci saranno aumenti significativi dei loro bilanci per la difesa, circa 200 miliardi di euro aggiuntivi».

E quindi in caso di raggiungimento dell’obiettivo del 2% del Pil, la spesa militare aumenterebbe di 60-70 miliardi di euro in un anno. Ma ad oggi soltanto l’11% della spesa militare è effettuata attraverso investimenti collaborativi tra più nazioni. Il restante 89% segue le logiche e le esigenze nazionali: «Si stima che la mancanza di cooperazione costi decine di miliardi di euro l’anno». Per questo l’Ue punta a salire almeno al 35%. Con quali armi? L’Europa è carente nella difesa aerea e missilistica. Servono anche droni con capacità di sorveglianza. E c’è anche da modernizzare la dotazione di carri armati. Viene inoltre definito «fondamentale» l’ulteriore rafforzamento delle forze navali, mentre c’è «un’urgente necessità di ricostituire scorte di munizioni, missili e altri pezzi di ricambio».

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