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Vaiolo delle scimmie, l’Oms frena gli allarmismi: «Possiamo fermare la trasmissione del virus dove non è endemico»

Domani la riunione del Comitato per la sicurezza sanitaria dell’Unione europea

L’Organizzazione mondiale della Sanità frena gli allarmismi sul vaiolo delle scimmie. L’epidemiologa dell’Oms Maria Van Kerkhov, Technical lead per il Covid-19 ed esperta in malattie emergenti e zoonosi, ha spiegato che è possibile fermare la diffusione del virus da essere umano a essere umano nei Paesi in cui il virus non è endemico. «Siamo in una situazione nella quale possiamo utilizzare strumenti di sanità pubblica per identificare i casi precocemente e affrontarne l’isolamento», ha detto. La scienziata ha poi ribadito quanto già annunciato in precedenza dall’Ecdc: sono i contatti fisici stretti «pelle a pelle» che permettono il contagio, e la maggior parte dei casi confermati fino ad oggi ha sviluppato forme lievi della malattia. La prossima settima l’Oms ha organizzato un confronto sul virus, mentre domani ci sarà la riunione del comitato per la sicurezza sanitaria dell’Unione europea.


Cosa sappiamo sulle mutazioni

L’Oms ha riferito anche che «non è ancora chiaro» se il virus responsabile del vaiolo delle scimmie abbia subito una mutazione. «La risposta potrà arrivare solo dall’analisi della sua sequenza genetica», ha spiegato Rosamund Lewis, a capo della ricerca sul Monkey pox nell’ambito del programma per le emergenze dell’Oms. Lewis ha poi specificato che si tratta di «un virus a Dna fra i più grandi conosciuti, il cui tasso di mutazione è molto più basso rispetto a quelli a Rna e quindi è tende a non mutare e a restare stabile». Una prima sequenza del virus è stata pubblicata da un gruppo di ricerca portoghese, la cui mappa genetica è stata ottenuta dall’unità di Bioinformatica del dipartimento di malattie infettive dell’Istituto Nazionale di Sanità ‘Doutor Ricardo Jorge’ (Insa) di Lisbona. Dai primi dati emerge che il virus che si sta diffondendo in Europa sembrerebbe simile al ceppo meno aggressivo endemico dell’Africa occidentale e che fra il 2018 e il 2019 aveva causato alcuni casi in Gran Bretagna, Singapore e Israele


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