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Quando 800 scienziati spiegarono alla Corte Suprema le conseguenze di una decisione contro l’aborto

Un articolo su Nature con gli studi di centinaia di esperti metteva in guardia contro i pericoli della scelta. Invano

Ieri, 24 giugno, la Corte Suprema americana ha cancellato la sentenza Roe v. Wade, che nel 1973 aveva reso legale l’aborto a livello federale. La motivazione addotta è stata che «la Costituzione non conferisce il diritto all’aborto». Da adesso, pertanto, saranno i singoli Stati a decidere sul tema. E in sette stati l’interruzione volontaria di gravidanza è stata messa fuorilegge. Dopo quasi 50 anni, in circa la metà del Paese potrebbe essere dunque negato il diritto ad abortire. Eppure nell’ottobre scorso più di 800 scienziati e diverse organizzazioni scientifiche avevano provato a spiegare i pericoli di questa decisione. Un articolo pubblicato su Nature aveva raccolto gli studi effettuati da centinaia di esperti per dimostrare alla Corte come l’accesso all’aborto fosse una componente essenziale per l’assistenza sanitaria. Segnalando i rischi che la loro scelta avrebbe potuto comportare.


L’impatto psico-fisico del diritto negato

Ci sarebbero ben «cinque decenni di prove sull’importanza dell’accesso all’aborto» a detta di Stephanie Toti, direttrice del Lawyering Project, un gruppo con sede a New York che sostiene l’accesso all’aborto negli Stati Uniti. Eppure, nel 2007 l’ex giudice conservatore della Corte Suprema Anthony Kennedy aveva dichiarato che impedendo l’aborto stava proteggendo le donne dalla depressione e dalla perdita di autostima: «Anche se non troviamo dati affidabili per misurare il fenomeno, sembra ineccepibile concludere che alcune donne giungano a pentirsi della loro scelta», scrisse nella decisione che confermava il divieto federale di aborti tardivi.


Quello che è successo alle donne che si sono dovute sottoporre ad aborto è stato studiato e descritto in oltre 40 rapporti pubblicati su riviste scientifiche sottoposte a revisione paritaria, riassume Nature. Il risultato generale è che, in media, l’aborto non ha danneggiato la salute mentale o fisica delle donne. Mentre la negazione di quel diritto ha comportato danni sia a livello sanitario che economico. Uno studio del 2019, per esempio, effettuato su 874 donne, metteva in luce come i soggetti che avevano intenzione di abortire ma non avevano potuto farlo avevano riportato tassi più elevati di mal di testa cronico e dolori articolari a distanza di cinque anni, rispetto a coloro che avevano abortito.

Una questione anche economica e sociale

Secondo quanto rilevato da 550 ricercatori in materia di salute pubblica, salute riproduttiva e politica sanitaria, insieme all’American Public Health Association e due istituti di ricerca, consentire agli stati di vietare l’aborto potrebbe persino aumentare i tassi di mortalità materna e infantile. Questo anche perché, a differenza di chi avvia una gravidanza desiderata, le donne che non possono abortire sono meno incentivate ad adottare comportamenti che proteggano il feto e loro stesse, come bere meno alcol e ricevere con il giusto anticipo cure mediche prenatali.

In gioco c’è anche una questione sociale: se è stato stimato che quasi una donna su quattro negli Stati Uniti abortirà entro i 45 anni, le donne che vivono al di sotto del livello di povertà federale negli Stati Uniti presentano un tasso di gravidanze indesiderate cinque volte superiore rispetto alle donne con redditi elevati. Questo si spiega in un ridotto accesso ai metodi contraccettivi. Rimanendo sul piano economico, è utile menzionare la ricerca condotta da oltre 150 economisti sugli effetti delle politiche anti-abortiste. Lo studio rivela come la legalizzazione dell’aborto negli anni ’70 ha contribuito ad aumentare il livello di istruzione delle donne, la partecipazione alla forza lavoro e i guadagni. Specialmente per le donne afro-discendenti single.

L’incremento delle morosità

Un ulteriore studio risalente al 2020 ha preso in esame 560 donne, studiando la differenza tra quelle che avevano abortito e quelle che, pur avendo intenzione di farlo, non avevano potuto. Il secondo gruppo aveva registrato un aumento del 78% dei debiti scaduti. E un aumento dell’81% degli eventi finanziari negativi registrati ufficialmente, come fallimenti e sfratti. Parametri rimasti stabili per le donne che invece erano riuscite a interrompere la gravidanza. In un Paese come gli Stati Uniti infatti, proseguono le stime, un genitore single che guadagna il salario minimo dovrebbe spendere più di due terzi del proprio reddito per l’assistenza all’infanzia. Con una cura per il bambino medio che costa circa 10.400 dollari all’anno.

Cifre da non sottovalutare, ricordano gli esperti. Soprattutto considerando che due ragioni principali che spingono le donne ad abortire sono le preoccupazioni per il denaro e la cura dei bambini esistenti. Circa il 75% delle donne che scelgono di abortire sono in una fascia di reddito basso e il 59% ha già figli, secondo quanto calcolato dagli economisti. Laurie Sobel, ricercatrice presso KFF (un’organizzazione di ricerca apartitica sulla politica sanitaria con sede a San Francisco, in California), ritiene che non ci sia dubbio su quali saranno le ripercussioni di quanto deciso dalla Corte. Ovvero: «Potrebbe avere un impatto devastante sulle donne, che sarebbe reale e molto grave in molti Stati».

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