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Così la crescita del M5s al sud e la paura di un quasi-pareggio al Senato agitano i sogni di Meloni premier

La leader di Fdi: se sbandiamo rischiamo la beffa. I collegi uninominali in bilico e l’incubo-inciucio

Soltanto le urne potranno dire se davvero il Sud giocherà un ruolo decisivo alle elezioni del 25 settembre. Ma l’incubo del quasi-pareggio in Senato turba i sonni di Giorgia Meloni. Premier designata del nuovo governo di centrodestra a un passo dal traguardo, ma con la paura che la rimonta del Movimento 5 Stelle possa all’ultimo momento cambiare le sorti dei collegi uninominali del Rosatellum nel Mezzogiorno. Con la variabile reddito di cittadinanza che potrebbe improvvisamente pesare. E i richiami al «nuovo inciucio» che sarebbe in preparazione dal palco di Piazza del Popolo a Roma sono proprio il modo che la leader di Fratelli d’Italia ha trovato per esorcizzare questa paura.


L’incubo di Giorgia

«Qualcosa non torna, se sbandiamo all’ultimo tornante rischiamo la beffa. Non possiamo permetterci un pareggio in Senato», avrebbe detto Meloni ai compagni di partito secondo un retroscena di Repubblica. Il motivo è quello che è circolato sui giornali in questi giorni: nei sondaggi prima dello stop per la par condicio il Movimento 5 Stelle era dato in forte rimonta. Grazie soprattutto ai voti che arrivavano dal Sud. Che potrebbero rimettere in discussione la vittoria di Salvini, Meloni e Berlusconi nei collegi uninominali del Rosatellum. In Puglia, soprattutto. Ma anche in Campania e in Sardegna. Insieme alla Sicilia, si tratta delle regioni in cui risiede il maggior numero di percettori del sussidio voluto dai grillini. Il ragionamento sotteso è che se i candidati di Conte dovessero spuntarla in una decina di sfide in Senato, secondo i calcoli di Fdi, a Palazzo Madama la maggioranza di centrodestra si fermerebbe a quota 102-103 (sui 200 parlamentari che compongono la Camera Alta). Il governo Meloni avrebbe i numeri per nascere. Ma sarebbe una nascita zoppa. Alla mercé dei centristi. Che diventerebbero indispensabili per la sopravvivenza della maggioranza. Con tutti gli annessi e connessi che la storia del centrodestra ha insegnato in questi anni dal 1994.


Dàgli all’inciucio

Per questo la leader di Fdi dal palco di Roma ha lanciato l’allarme-inciucio. Perché la sua paura è che qualche patto “di Palazzo” dopo il voto le scippi Palazzo Chigi. Oppure (ed è peggio) che si trovi lei stessa a doverne fare per diventare presidente del Consiglio. Da parte sua il leader dei grillini per ora si schermisce. E in un’intervista rilasciata oggi al Fatto Quotidiano dice che «noi 5Stelle ci rivolgiamo a tutto il paese. Io sono il presidente del Consiglio che durante la pandemia, di fronte al collasso del Nord, intervenne con cinque variazioni di bilancio. Facemmo investimenti per oltre 130 miliardi, andati in gran parte proprio a quella parte del paese aggredita per prima e in forma più grave dal Covid. E anche dei 209 miliardi del Pnrr, la maggior parte andrà alle regioni del Nord». Chiudendo anche lui agli “inciuci”: «Abbiamo già precisato che non siamo disposti ad ammucchiate indistinte. Riteniamo che il paese abbia bisogno di un chiaro progetto politico per rialzarsi. E quel progetto è il nostro».

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