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Corsa ad ostacoli nel totoministri: non possono entrare troppi senatori, per non correre rischi…

Prima delle ambizioni ministeriali e degli incarichi di sottosegretario, i partiti di governo hanno bisogno di garantire in Aula la presenza di quasi tutti gli eletti a Palazzo Madama: la forbice è di soli 30 senatori in più rispetto alle opposizioni, e tra impegni istituzionali, missioni e malattie, non tutti i provvedimenti saranno approvati agevolmente

Ci sono i nomi degli esponenti più in vista e quelli che, per molti, suonano come una novità assoluta. In queste settimane di cosiddetti totoministri, sui giornali e nei dibattiti pubblici, i tentativi di anticipare la formazione che schiererà il probabile governo Meloni hanno spesso dimenticato il fattore taglio parlamentari. Come funziona per il Fantacalcio, anche nei “fantaesecutivi” bisognerebbe tenere conto di trasferimenti e infortuni: con la riduzione degli scranni a Palazzo Madama, la forbice tra maggioranza e opposizione, inevitabilmente, si è ristretta. E immaginare di impegnare troppi senatori in ruoli ministeriali o di sottogoverno, allontanandoli dalla quotidianità dell’Aula, rischierebbe di far mancare i numeri al centrodestra quando dovranno essere approvati i provvedimenti. Trenta è il numero da tenere in considerazione. La soglia della maggioranza assoluta, fissata a 101 senatori su 200, deve fare i conti con una coalizione di centrodestra che ha fatto eleggere trenta senatori in più delle opposizioni. Il margine si ridurrebbe ulteriormente se, per qualche votazione particolarmente sentita, si presentassero a Palazzo Madama anche i sei senatori a vita. Prima ancora della scelta dei ministri, la norma vuole che si eleggano i presidenti delle Camere. Cade giovedì 13 ottobre la prima tappa che definirà equilibri della maggioranza e successiva composizione del governo. Perché, tramontata l’ipotesi Pier Ferdinando Casini per presiedere il Senato – ipotesi sondata, ma rifiutata con vigore da Lega e Forza Italia – bisognerà togliere dagli “scranni votanti” un senatore della maggioranza, per eleggerlo a seconda carica dello Stato.


La presidenza di Palazzo Madama e l’assenteismo

Ignazio La Russa, Roberto Calderoli e Anna Maria Bernini i più quotati. Se uno tra loro, o comunque un altro senatore della coalizione di centrodestra sarà eletto presidente del Senato, il margine della maggioranza a Palazzo Madama scenderà a 29. Meno uno. E c’è ancora un’altra questione che precede quella delle nomine a ministri e sottosegretari. Non tutti i senatori eletti garantiranno la propria presenza costante, a Roma, nel corso delle settimane parlamentari. È un’eventualità, certo, ma è considerato da tutti molto probabile che Silvio Berlusconi non sarà a Palazzo Madama ogni settimana. C’è chi sostiene che, tra gli altri senatori eletti nel centrodestra, anche Claudio Lotito non sarà un campione di presenze, a causa di impedimenti legati alle sue attività imprenditoriali. E la cinta che divide numericamente maggioranza e opposizione continua ad assottigliarsi.


Arriva poi lo scoglio più difficile, ovvero la lista di ministri da consegnare al Quirinale. Le ambizioni, latenti o manifeste, sono tante tra gli eletti a Palazzo Madama. Ci sono big di partito, ex ministri e cariche dello Stato di prim’ordine. Nel tritacarne dei totoministri sono sbucati anche nomi di senatori alla prima elezione. Ma tutti sono accomunati dalla stessa delizia che, alla soglia dell’investitura del nuovo esecutivo, si fa croce: essere stati eletti in un Palazzo Madama striminzito rispetto a quello che, nelle scorse legislature, accoglieva il doppio dei colleghi. È controintuitivo, ma nelle prime fasi della XIX legislatura i deputati della maggioranza sono più avvantaggiati dei compagni di partito finiti al Senato. O, per meglio dire, gli eletti alla Camera possono certamente permettersi qualche aspirazione in più.

Almeno venti i senatori papabili per un ministero, troppi

Alcuni tra i senatori più accreditati dai giornali per ricevere incarichi di governo sono i seguenti: Alberto Barachini, Elisabetta Casellati, Anna Maria Bernini, Licia Ronzulli e Francesco Paolo Sisto per Forza Italia, Giulia Bongiorno, Lucia Borgonzoni, Massimo Garavaglia, Gian Marco Centinaio, Roberto Calderoli, Massimiliano Romeo, Matteo Salvini ed Erika Stefani per la Lega, e Giovanbattista Fazzolari, Ignazio La Russa, Lavinia Mennuni, Marcello Pera, Isabella Rauti, Daniela Santanchè e Giulio Terzi di Sant’Agata per Fratelli d’Italia. Almeno venti papabili, la maggior parte dei quali non sarà promossa a ministro. Il paradosso non è la scarsità di ruoli da assegnare, ma la necessità di non lasciare sguarniti i seggi a Palazzo Madama.

Si dovrà fare ricorso principalmente ai deputati anche per gli incarichi da sottosegretario e le altre nomine che seguiranno quelle nei dicasteri. Se Giorgia Meloni invoca la presenza di tecnici nel suo esecutivo, uno dei motivi è anche questo: smorzare le velleità dei senatori che, da eletti nelle liste, dovranno garantire prima di tutto la stabilità della maggioranza. La quota tecnica, comunque, dovrebbe essere ricavata dai ministeri che spetteranno al suo partito. A Lega e Forza Italia, invece, pare siano stati promessi cinque dicasteri ciascuno, mentre continuano a moltiplicarsi i totoministri che, come le probabili formazioni della vigilia, stanno diventando più simili alla Fantapolitica che alla politica vera.

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