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Una maggioranza più ampia di quello che appare: le sponde di Franceschini e Renzi per l’elezione di La Russa

Il senatore toscano avrebbe avuto un incontro riservato con il nuovo presidente del Senato, il giorno prima del voto. Calderoli adesso è il favorito per il ministero per le Autonomie

Tutto rimandato a domani per l’elezione del presidente della Camera. Non può aspettare, invece, la resa dei conti per quanto successo a Palazzo Madama. Conti che si fanno nella coalizione di centrodestra, tra i banchi dell’opposizione, ma anche nei singoli partiti. Ignazio La Russa è stato eletto seconda carica dello Stato, senza i voti dei senatori di Forza Italia. Insopportabile per Silvio Berlusconi il veto che Giorgia Meloni ha posto sulla sua senatrice di fiducia, Licia Ronzulli. Ma il tentativo di prolungare la trattativa per i ministeri posticipando l’elezione del presidente del Senato al secondo o al terzo scrutinio è fallito. Meloni è riuscita a far convergere su La Russa almeno 17 voti dai banchi dell’opposizione. Non si è trattato di franchi tiratori isolati, ma di un’operazione lampo studiata dai vertici dei partiti e avviata quando si è diffusa la notizia, anticipata da Open, che Forza Italia non avrebbe votato per La Russa.


Tra i primi indiziati, ci sono finiti quei senatori che ambiscono a essere eletti vicepresidenti del Senato. A Open risulta che la cupola di Fratelli d’Italia abbia cercato in Dario Franceschini la sponda per chiudere la questione La Russa al primo scrutinio. Non bastano i voti di qualcuno del Pd, però, a raggiungere la soglia di sicurezza per eleggere La Russa. Il quale, ieri pomeriggio, avrebbe avuto un incontro riservato con Matteo Renzi. Le tracce portano a un ennesimo lavoro di strategia del senatore toscano. Anche in questa legislatura, le premesse sono per una centralità di Renzi nelle dinamiche parlamentari. Ad ogni modo, il coinvolgimento delle opposizioni nella partita per la presidenza del Senato ha disinnescato la manovra di Forza Italia. I più animosi nel sostenerla, oggi, erano Licia Ronzulli e Gianfranco Miccichè. A criticarne pesantemente l’insuccesso, Claudio Lotito, che diverse fonti hanno visto “adirato” negli uffici di Palazzo Madama.


Come lui, diversi big azzurri mal sopportano il sacrifico dell’unità di coalizione per difendere la posizione di Ronzulli. Tuttavia, ciò non toglie il rancore trasversale tra forzisti e leghisti per la gestione di questa fase: Fratelli d’Italia, raccontano in molti, non starebbe ragionando da primus inter pares, ma da vincitore assoluto a cui gli altri partiti devono delegare la gestione del governo, supportando e non partecipando. Domani si vedrà come si comporterà Forza Italia nella quarta votazione per l’elezione del presidente della Camera. Qui sembra essersi chiuso il cerchio su Lorenzo Fontana. Una scelta fatta per “rispettare gli equilibri territoriali interni alla Lega”, spiegano a Open. La ragione del Veneto – rappresentato appunto da Fontana, tra l’altro già vicepresidente della Camera – prevale quindi su quella piemontese di Riccardo Molinari, che resterà capogruppo della Lega a Montecitorio. E se al Veneto – al quale si pensava dovesse andare il dicastero per le Autonomie -, viene affidata la presidenza della Camera, è il lombardo Roberto Calderoli il favorito per il posto in quello che è uno dei ministeri chiave per la Lega.

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