I genitori di Regeni stufi delle «finte promesse». L’attacco al governo: «Offensivo sentire ancora che l’Egitto collaborerà»
Ieri Antonio Tajani ha incontrato a Il Cairo il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, e a margine del colloquio ha espresso decisa soddisfazione per l’esito della missione diplomatica, annunciando su Twitter di «aver chiesto e ricevuto rassicurazioni per forte collaborazione sui casi di Giulio Regeni e Patrick Zaki». Parole, quelle del titolare della Farnesina, che non sembrano aver convinto i parenti di Regeni. In un’intervista a Repubblica i suoi genitori, Paola e Claudio, chiedono di porre un freno alle «finte promesse»: «Non abbiamo aspettative, noi pretendiamo, verità e giustizia, come azioni concrete. Pensiamo sia oltraggioso questo mantra sulla “collaborazione egiziana” che invece è totalmente inesistente». La loro amarezza si estende all’intero Stato italiano, contro cui – ricordano – decisero di presentare un esposto «che prevede che non si vendano armi a paesi che violano i diritti umani, come l’Egitto. Purtroppo non ci risulta sia stata compiuta una efficace istruttoria, non abbiamo mai avuto una risposta. Un Paese che vuole essere democratico, dovrebbe anche sapere fare delle scelte. La realpolitik non può sconfinare nella complicità con i dittatori». In tutti questi anni, dopo l’«intollerabile violazione dei diritti umani» subita da Giulio, torna così a bruciare la ferita aperta non solo dalla scomparsa del giovane, ma anche da «tutte le promesse mancate, l’ipocrisia, le strette di mani come mera esibizione, la retorica di certi discorsi o comunicati, la chiara prevalenza degli interessi sulla tutela dei diritti umani, alla parola interessi sarebbe da sostituire il termine interessamento, che pone una vera attenzione alle persone».
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